Firenze, il giorno del grande coraggio
Ponte Vecchio a Firenze parzialmente danneggiato e coperto da impalcature dopo l'alluvione del 1966 Autore: Sconosciuto / Pubblicata da Fortepan (Archivio Urban Roberto) Licenza: Pubblico dominio (PD-Italy) / Ospitato su Wikimedia Commons
Sessant’anni fa l’Arno straripava nelle vie della città
Sono passati sessant’anni dal giorno in cui Firenze venne ferita al cuore dalle acque dell’Arno mentre l’Italia attraverso la televisione assisteva a scene di una città colpita senza pietà ma decisa a non arrendersi secondo il migliore spirito toscano. Non erano tante le immagini disponibili a poche ore dalla catastrofe dell’alluvione, strade percorse da fiumi di fango, un’automobile che si rovesciava su un fianco abbattendo un segnale stradale. Ma c’era ben altro.
Volontari ("Angeli del fango") impegnati nel salvataggio di libri e manoscritti all'interno della Biblioteca Nazionale Centrale durante l'alluvione di Firenze, novembre 1966. Foto di UNESCO / Dominique Roger. Licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 IGO (CC BY-SA 3.0 IGO) via Wikimedia Commons.
Oltre a Firenze c’erano i fiorentini che ricorsero a ogni mezzo per salvare loro stessi, le cose loro care, gli altri e la loro stessa città. Per capire i perché di una catastrofe di quelle proporzioni è indispensabile calarsi in quegli anni quando ancora non esisteva una struttura come la attuale protezione civile. La gestione delle emergenze era affidata in sostanza alle prefetture, alle forze dell’ordine locali e al volontariato. Quest’ultimo ha rappresentato l’elemento caratterizzante del dramma, al punto che ancora oggi si ricordano con la definizione di angeli del fango le migliaia di volontari arrivati da tutta Italia e anche dall’estero per contribuire alla ripulitura della città e al salvataggio del patrimonio artistico e librario della città.
I fatti
La sequenza degli eventi che portarono all’alluvione è stata scandagliata in tutti i suoi punti e anche la lettura della pagina di Wikipedia dedicata all’argomento può dare un’idea della complessità dei fatti e del grado di coinvolgimento della popolazione che non esitò a ricorrere a qualsiasi strumento per arginare la catastrofe che si abbatteva su Firenze. Soprattutto nelle località circostanti (perché l’alluvione non colpì solo Firenze ma una parte consistente di tutta la Toscana) si fece ricorso anche alle campane suonate a martello dai parroci per mettere in allarme la popolazione, come si legge nei Promessi sposi a proposito della notte degli imbrogli. E non si tratta di un particolare folkloristico ma della caparbietà italiana e toscana in particolare nel difendere il proprio mondo.
Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat in visita a Firenze a bordo di un automezzo durante i soccorsi dopo l'alluvione del novembre 1966. Autore: Sconosciuto (Fotografo di cronaca dell'epoca) Licenza: Pubblico Dominio in Italia (Fotografia generica priva di carattere creativo, i cui diritti commerciali sono scaduti dopo 20 anni dalla produzione ai sensi dell'art. 92 della Legge 633/1941)
Non è stato nemmeno facile individuare con precisione da subito il numero delle vittime, al punto che ancora oggi si sentono circolare leggende metropolitane come quella che racconta della morte orrenda di diversi fiorentini nel sottopasso della stazione ferroviaria. In realtà i morti a Firenze e provincia furono 35, dei quali 17 in città. Dietro questi numeri ci sono nomi, cognomi e storie di fiorentini che non sono riusciti a trovare scampo da una natura infuriata. Ma altre vittime si contarono anche nelle province vicine.
Lapide in memoria di Elide Benedetti, vittima dell'alluvione del 1966 a Firenze. Foto di Sailko, rilasciata sotto licenza CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons
Una storia valga per tutte, quella di Elide Benedetti. Aveva 66 anni ed era inferma in carrozzina. Quando l’acqua cominciò a salire si trovò bloccata, alcuni carabinieri non potendo fare altro con un lenzuolo formarono una specie di amaca legandola alla parte più alta dell’inferriata della finestra e lì la collocarono in modo che l’acqua non la trascinasse mentre loro andavano in cerca di soccorsi adeguati. Non fecero in tempo, Elide morì fra acqua e melma confortata dal parroco don Giuseppe Boretti che mise sulla carta quei drammatici momenti, come è possibile leggere in un bell’articolo pubblicato sul sito Florence city Rivista fiorentina. In memoria di Elide Benedetti oggi c’è una lapide posta in via San Giuseppe quarant’anni dopo l’alluvione.
Il dopo
I progressi della tecnologia dal 1966 permettono oggi di dare un preavviso alla popolazione con ampio anticipo rispetto al ripetersi di eventi climatici catastrofici e la creazione della Protezione civile ha fornito regole e mezzi alla macchina dei soccorsi che non devono più improvvisarsi basandosi sul volontariato. Quanto alle opere strutturali, una è ben visibile a tutti già dall’autostrada del Sole ed è il lago del Bilancino, nel comune di Barberino di Mugello, che ha il compito di garantire l’approvvigionamento di acqua ma anche di alleggerire la pressione sulle città sottostanti in caso di ondate di piena.
Targhe che indicano il livello raggiunto dalle acque nelle inondazioni del 1333 e del 1966 in via San Remigio a Firenze. Foto di Sailko, rilasciata sotto licenza CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons
Il monito migliore a fare e a vigilare perché Firenze non riviva mai più nulla di simile è rappresentato dalle piccole targhe in marmo che indicano il livello raggiunto dalle acque nelle diverse vie e piazze. Per capire cosa c’è scritto bisogna sforzarsi nel tenere la testa rivolta verso l’alto. Facciamo che non accada più.
Riproduzione riservata