Il breve sogno dell'isola che non c'è più
La copertina del libro scritto da Rosa sull'avventura della sua isola
L’ingegnere bolognese Rosa la costruì e la proclamò indipendente
Come Icaro che, volando troppo vicino al sole, si bruciò le ali, così il nostro eroe, oltrepassando ogni limite, vide il sogno della sua vita affondare miseramente in mezzo al mare. Il paragone con la mitologia greca è forse un po’ azzardato ma la storia dell’ingegner Giorgio Rosa e della sua isola che non c’è più ha davvero i tratti di una sfida temeraria, contro tutto e tutti, oggi difficile anche solo da immaginare.

L'ingegner Giorgio Rosa (fotogramma da youtube)
Ma eravamo in un’altra epoca. Per la precisione era il primo maggio del 1968 quando l’eccentrico ingegnere bolognese decretò l’indipendenza della sua Isola delle Rose. Una piattaforma di ferro e cemento di 400 metri quadrati, costruita al largo della costa riminese, appena 500 metri al di fuori delle acque territoriali. Quel giorno il sogno di uno stato libero in mezzo al mare divenne realtà. Sulle note dell’inno nazionale – un’aria de L’Olandese Volante wagneriano - venne issata la bandiera: tre rose rosse incorniciate di bianco su sfondo arancio. Un simbolo, una speranza di “veder le rose fiorire in mezzo al mare” come ripeteva l’ingegnere che alla sua creatura non fece mancare nulla.
Il simbolo dell'isola e il suo francobollo
La micro nazione era dotata infatti di un governo, una moneta propria, il Mill, una lingua ufficiale, l’Esperanto (l’isola venne battezzata Respublico de la insulo de la Rozoj), un ufficio postale, una serie di francobolli già stampati, una banca, un bar e attracchi per le barche.
L’isola aveva anche i suoi abitanti. Pietro Bernardini, l’uomo di fiducia di Rosa, e i giovani custodi Franca Serra e Luciano Ciavatta, una coppia di riminesi che aveva il compito di gestire il bar e le attività della piattaforma.
Lo Stato accerchiato
Ma l'esistenza del nuovo libero Stato fu una meteora: appena 55 giorni. Il 25 giugno 1968, Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza, con dieci imbarcazioni accerchiarono l'isola e senza nessun atto di violenza ne presero possesso. Già da tempo infatti, da quando l’isola era in fase di costruzione (e non fu cosa facile) quella strana cosa in mezzo al mare era diventata una grande attrazione per i turisti. Tutti volevano andare sull’isola e gli operatori balneari riminesi non si lasciarono sfuggire la nuova opportunità di fare affari.
L'isola con un motoscafo all'attracco, 1968 (Wikimedia commons)
La motonave Asso di Cuori percorreva più volte al giorno gli 11 chilometri di mare che la separavano dalla spiaggia, con decine di persone a bordo, che volevano vedere cosa c’era o cosa si nascondeva su quel traliccio a due piani.
Bordello o Casinò?
Anche quotidiani e rotocalchi dettero una grossa mano nello scatenare le più stravaganti ipotesi sulla reale natura dell'isola. Dove forse si giocava d’azzardo, o magari dove si era insediata una radio pirata. Ma no, più probabile che ospitasse un bordello di lusso, o un avamposto spionistico della Russia comunista. La troppa attenzione mediatica e le successive interrogazioni parlamentari misero fine all’avventura dell’ingegnere che nei mesi a seguire tentò in tutti i modi di opporsi all’occupazione dello stato italiano. Senza successo.

L'allora presidente della Repubblica, Saragat (archivio presidenza della Repubblica)
Si rivolse direttamente anche al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat per chiederne la restituzione, ma non ebbe alcuna risposta. "Non avevamo risorse, eravamo soli. Quando il Consiglio di Stato diede parere favorevole alla demolizione, non feci ricorso", affermò tempo dopo la fine dell'avventura. Così dopo 8 mesi di lavori di smantellamento, i sommozzatori della Marina militare italiana fecero brillare, fra l'11 e il 13 febbraio 1969, quasi 2 tonnellate di tritolo per riuscire a demolire completamente la piattaforma. E non ci riuscirono del tutto.
La posizione del relitto dell'isola nell'Adriatico (cr. Bubici Wikimedia commons)
Fu una tremenda burrasca il 26 febbraio a portare a termine il lavoro, facendo inabissare definitivamente i piloni che ancora sporgevano di qualche metro sul pelo dell'acqua e con essi il sogno dell’ingegnere che, in cuor suo, non era mai stato un libertario ribelle, né un anarchico rivoluzionario.
A Bologna sul set del film "L'isola delle rose" (cr. N. Quirico Wikimedia commons)
“Sono sempre stato un liberale fin nelle ossa”, dirà molti anni più tardi, aggiungendo: “Mi rendo conto adesso che si trattava di un’utopia, ma io volevo solo costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terraferma la burocrazia era soffocante. Così mi venne un'idea, durante la villeggiatura a Rimini".
L'ingegner Rosa con la foto della sua isola (dal sito Il Sussidiario.net)
E spiegò: "Volevamo aprire un bar e una trattoria. Mangiare, bere e guardare le navi da Trieste che passano vicine, a volte anche troppo. Il ricordo più bello è la prima notte sull'isola in costruzione. Venne un temporale che sembrava portasse via tutto. Ma al mattino tornò il sole, ogni cosa pareva bella e realizzabile. Poi cominciarono i problemi".
L'isola delle rose appena inaugurata (Wikimedia commons)
Nessuna rivoluzione dunque, ma molto più prosaicamente il sogno di ogni imprenditore: creare un porto franco, svincolato da ogni ostacolo amministrativo, burocratico ed economico. Ma non è andata così. Giorgio Rosa, dopo tutte le energie spese per il suo progetto impossibile (e anche centinaia di milioni) tornò a lavorare nel suo studio di Bologna. Si spense il 2 marzo 2017 all’età di 91 anni.

Il manifesto del film "L'incredibile storia dell'isola delle rose" di Sidney Sibilia
Ma il mito dell’Isola che non c’è più, sebbene scivolato nell’oblio per qualche decennio, è riemerso con forza nel secolo successivo. Avvincente è il docufilm uscito nel 2009 dei riminesi Stefano Bisulli e Roberto Naccari “Isola delle Rose, la libertà fa paura”, che attraverso testimonianze e interviste ai protagonisti ricostruisce l’intera vicenda. Più famosa, ma molto più di finzione, invece, la pellicola di Netflix del 2020 “L’incredibile storia dell’isola delle Rose”, di Sidney Sibilia.
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