Il culto dei morti, eredità degli antichi 

Il culto dei morti, eredità degli antichi 

Cimitero italiano di Asmara, Eritrea: panoramica delle tombe civili. Foto di Sailko, rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0) via Wikimedia Commons

La devozione per i defunti, la cura delle sepolture

Nel carme Dei Sepolcri Ugo Foscolo, affermando che la devozione verso i defunti va annoverata fra le tappe più significative del progresso umano, colloca contestualmente come esergo dell’intero poemetto una celebre citazione da Cicerone, che l’oratore romano attribuiva alle Leggi delle XII Tavole: Siano sacri i diritti degli dei Mani.

Questa frase è stata interpretata come una perfetta sintesi dell’importanza che nella società antica occupava la devozione verso i defunti (i Manes appunto), che si esprimeva concretamente e prima di tutto nella cura della loro sepoltura. Chi ha visitato un qualunque museo di un’antica città greca o romana avrà sicuramente attraversato diverse sale occupate da vetrine contenenti vasi funerari di diversa fattura e in certi casi ricostruzioni di sepolture più complesse, o avrà potuto ammirare numerose iscrizioni funerarie incise su lapidi, a volte abbellite con bassorilievi più o meno ricchi ed eleganti, a seconda della disponibilità economica del committente.

La necropoli del Ceramico (Kerameikos) ad Atene, Foto di Giovanni Dall'Orto / Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0

Nel Museo Civico della mia città, ad esempio, è possibile ammirare come dal vivo un pezzo della Regium Lepidi antica, grazie alla lungimiranza dei curatori del Museo che hanno ricreato nel Portico dei marmi una sezione ideale della via Aemilia, collocando ai lati tutte le iscrizioni funerarie rinvenute nelle tombe emerse durante gli scavi ottocenteschi: così, percorrendo il lungo salone, è possibile immaginare di compiere una passeggiata lungo la via consolare esattamente come duemila anni fa, quando i viaggiatori la percorrevano e contemporaneamente potevano ammirare le tombe o anche -volendo - fermarsi  a leggere il contenuto dell’epigrafe.

I classici

Non è un caso che un’espressione ricorrente delle epigrafi funerarie sia proprio l’invito del defunto al viandante a fermarsi e a leggere qualcosa della sua storia: siste et lege viator, fermati e leggi viandante. Nel mondo pagano, che immaginava l’aldilà come qualcosa di triste e lugubre in confronto alla vita, e la “vita” dopo la morte una “non vita”, un’ombra, una sbiadita ed esangue parvenza, la sopravvivenza del ricordo di sé negli altri, la memoria, era sentita come qualcosa di irrinunciabile per tutti. Essere ricordati dai propri cari o dai propri cittadini era ciò che principalmente interessava all’uomo greco e romano.


Andromaca in lutto sul corpo di Ettore
, Jacques-Louis David (1783). Fonte: Wikimedia Commons. Opera d'arte nel pubblico dominio (CC0 / PD-Art).

Con due cerimonie funebri lungamente e dettagliatamente descritte si conclude l’Iliade: quelle di Patroclo e di Ettore; con le ombre dei pretendenti uccisi da Odisseo che se ne vanno “nelle profondità della terra” si avvia alla conclusione l’Odissea. Essi, arrivati nell’Ade, così si lamentano al cospetto di Agamennone: “I nostri corpi sono insepolti nella casa di Odisseo e i nostri cari ancoro non lo sanno, essi che, dopo avere lavato il sangue dalle ferite, accanto a noi piangerebbero: questo è l’onore dovuto ai morti”.

Il corpo insepolto, il corpo del morto lasciato “preda di cani e di uccelli”, per citare nuovamente Omero, è qualcosa che ripugna al pensiero antico, come mostra molto bene una delle tragedie più emblematiche a questo riguardo, l’Antigone di Sofocle, dove una giovane donna, coraggiosa e determinata, contravviene all’editto del sovrano pur di dare sepoltura al fratello morto. Antigone definisce la devozione verso i defunti una delle leggi “non scritte”, quelle che rientrano sotto la giurisdizione di Dìke, la dea figlia di Zeus che incarna la giustizia eterna, la quale coesiste accanto alle leggi fattuali degli uomini.

La caduta dell'esercito ateniese in Sicilia Autore Hermann Vogel (1854–1921) Pubblico dominio (PD-US / PD-old-100). L'opera è nel pubblico dominio in tutto il mondo poiché i diritti d'autore sono scaduti (l'autore è deceduto da più di 100 anni e la prima pubblicazione è anteriore al 1° gennaio 1929).

Neppure lo stato di guerra, almeno nel mondo greco, impediva di dare degna sepoltura alle vittime, come racconta Omero e più tardi lo storico Tucidide, che descrive in modo preciso l’usanza degli ateniesi di celebrare  le esequie funebri per i soldati caduti durante tutta la durata della Guerra del Peloponneso: i loro resti vengono esposti per tre giorni per il compianto dei parenti e poi solennemente fatti sfilare entro bare di cipresso verso il cimitero monumentale, nel quartiere più bello fuori delle mura della città, il Ceramico, che ancora oggi è possibile visitare.

Oggi

Rileggendo questo e molti altri passi omerici analoghi la riflessione inevitabile va alle guerre di oggi, nelle quali il rispetto per i cadaveri degli uccisi non è neppure lontanamente contemplato: quanti sono i morti non restituiti ai propri familiari perché dispersi o rimasti sepolti sotto i cumuli delle macerie di Gaza e delle altre innumerevoli guerre che si stanno combattendo sul nostro pianeta? Su quale tomba, su quale urna o in quale sepolcreto potranno piangere i sopravvissuti? Foscolo giustamente affermava che anche nel modo in cui un popolo rispetta i morti e ne coltiva la memoria si misura la sua civiltà.

Noi moderni, che in questi giorni semplicemente ricordiamo i nostri cari o ci rechiamo nei cimiteri, celebrando riti religiosi o laici, non facciamo altro che continuare - forse senza saperlo - quella devozione che ci deriva dagli antichi, allo scopo di mantenere quella che Foscolo chiamava - con una bellissima espressione – “una celeste corrispondenza di amorosi sensi”.

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