La repubblica nata dall'insalata
Piazza San Prospero a Reggio Emilia, dove avvenne la lite che scatenò la rivolta (cr. G. Galeotti Wikimedia commons)
La lite con un’ortolana provocò la rivolta
Iosonospartaco ha pubblicato numerosi articoli sul risorgimento italiano e la nascita dello Stato unitario. Oggi pubblica un articolo su un episodio noto solo in ambito locale ma significativo circa la voglia di rinnovamento e di libertà che si respirava grazie alle imprese napoleoniche. E tutto iniziò da una lite al mercato con un'ortolana.
Reggio Emilia dell’ultimo decennio del Settecento era una piccola città con poco più di 17.000 abitanti, dei quali oltre 5.000 erano poveri o poverissimi. Ogni anno molti morivano o per fame o per malattia. In compenso vi erano 28 conventi di frati e suore, 64 chiese con un migliaio di religiosi. Pochissime erano le scuole pubbliche e mancava l’università.

Jacques-Louis David "Ritratto di Napoleone", 1797 (Wikimedia commons)
Nonostante tutto la rivoluzione francese fece nascere idee nuove anche negli esponenti migliori della nobiltà, della borghesia e del clero del ducato di Modena e Reggio. Per la prima volta si sentì parlare di idee repubblicane, di libertà, di cospirazioni. L’avvicinarsi dei francesi al comando di Napoleone aveva rincuorato gli animi dei reggiani e nell’estate del 1796 tutta la città era in fermento.

Ritratto di Ercole III d'Este (Wikimedia commons)
Nel frattempo il duca Ercole III, vistosi in pericolo, era fuggito a Venezia con la cassa dello Stato, lasciando il governo del ducato ad una reggenza, e a suo fratello, il conte di San Romano, con il compito di trattare con i francesi sempre più vicini e minacciosi, la sopravvivenza del ducato.

Franchi in oro con l'effigie di Napoleone
Le proposte di pace francesi prevedevano a carico di Modena e Reggio Emilia ben 8 milioni di franchi, che però videro la contrarietà del Consiglio della città. Il governatore della città don Mario Fici della Giumerella dei duchi di Amalfi si dimostrò una vera nullità e in balìa degli eventi, specie quelli della guerra austro-francese.

Foto colorata in armi di un giovane granatiere estense
Gli animi erano talmente esasperati che bastò un banale incidente per avviare la ribellione, che porterà alla Repubblica Reggiana. Il 20 agosto 1796, alle 5 del pomeriggio, un granatiere ducale contestò a una ortolana in Piazza Piccola (oggi piazza San Prospero) il prezzo di un cespo d’insalata, che sfociò in lite. Temendo il peggio, il barbiere Serpini intervenne in difesa della donna. Il granatiere a sua volta sguainò la spada e mise in fuga il barbiere. A quel punto irruppe da un vicino negozio Carlo Ferrarini, il futuro eroe di Montechiarugolo, che a sua volta costrinse alla fuga il granatiere. I militari, avvertiti di quanto accaduto, tornarono in forze, e arrestarono Ferrarini.
Piazza San Prospero con la facciata della basilica (cr. Mario Falcetti Wikimedia commons)
Chiusi i negozi, i popolani capeggiati dalla passionaria giacobina Rosa Manganelli occuparono il palazzo pubblico e si armarono. Il governatore Fici a quel punto accettò d’abbandonare la città con le sue truppe, ma per evitare incidenti Ferrarini fu tenuto in ostaggio e liberato solo nella località di San Maurizio. Il 22 agosto le truppe ducali uscirono definitivamente da Reggio Emilia. La città era libera, ma senza guida e in balìa di se stessa.

Decreto del Senato di Reggio Emilia nei giorni della rivolta (cr. Musei civici Wikimedia commons)
Dopo alcuni giorni, entrati i francesi e dichiarato decaduto il governo estense, venne proclamata la Repubblica Reggiana, che abolì i titoli nobiliari, proclamando tutti “cittadini”, ridusse anche i dazi e fece piantare l’albero della libertà il 26 agosto. La notte dal 25 al 26 venne portato in piazza un alto pioppo, chiamato L’albero della libertà, onorato di epigrafi, balli e sentinelle.

Stampa colorata dell'agronomo Filippo Re (Wikimedia commons)
Una preziosa testimonianza di quelle ore ci è stata offerta dal grande agronomo Filippo Re: “Tutto è tranquillo! … tacciono gli odi privati… il dolce nome di patria suona finalmente su le bocche dei cittadini… e se la Repubblica cadrà, cadremo vittime dei tiranni e lasceremo al mondo un esempio unico di civile coraggio”. Reggio Emilia era in festa e molti cittadini di ogni estrazione sociale si riversarono in piazza con la coccarda tricolore al petto.
Ugo Foscolo definirà i reggiani “primi veri italiani e liberi cittadini” e Reggio Emilia “città animatrice d’Italia”. Non tutti i comuni del contado ne furono convinti. Alle adesioni immediate di Castelnovo Sotto, Villa Cadè e Vezzano seguirono quelle ritardate di Brescello e Correggio. A Bagnolo fu piantato l’albero della libertà, ma i rappresentanti del paese fuggirono a Novellara. A sua volta i novellaresi giunsero a Bagnolo per abbatterlo al canto del Te Deum. Scontri ci furono anche a Scandiano.
La guardia civica nel corso di una rievocazione (cr. paolo da reggio Wikimedia commons)
A questa prima fase ne seguì un’altra più guerresca ed eroica. Il 4 ottobre soldati reggiani guidati da Carlo Ferrarini, capitano della guardia civica, e militi francesi assediarono il castello di Montechiarugolo, oltre il fiume Enza, e i circa 150 austriaci sbandati e affamati, provenienti dall’assediata Mantova, che vi erano asserragliati dopo aver depredato alcuni comuni della bassa. Terminate le munizioni gli austriaci si arresero.

Il castello di Montechiarugolo (cr. Parma 1983 Wikimedia commons)
Gli scontri a fuoco registrarono un solo morto, il cavriaghese Andrea Rivasi, sepolto a Montechiarugolo e da allora considerato il primo caduto della causa italiana. Sembra, ma non è certo, che un secondo milite reggiano sia morto qualche giorno dopo per le ferite riportate. L’eco dell’accaduto fu enorme e da incentivo alla creazione di una futura confederazione cispadana. Napoleone si congratulò con i reggiani, mandando in dono una bandiera tricolore.

Stampa colorata del generale Rusca (cr. Felice de Maurizio Wikimedia commons)
Nell’ottobre 1796 il generale francese Rusca fece aprire di notte le porte del ghetto ammettendo gli ebrei alle cariche pubbliche. La Municipalità andò oltre, rimuovendo i portoni “onde restasse pienamente tolto qualunque segno di schiavitù”. Il primo eletto della comunità ebraica a una carica pubblica fu Moisè Beneamino Foà, libraio e bibliofilo noto in tutta Europa. Gli estensi torneranno però nel 1814 e tutto ancora una volta cambierà.
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