Marcinelle, una tragedia europea
La catastrofe della miniera di Marcinelle costata 262 vite, 8 agosto 1956 (cr. Camille Detraux Wikimedia commons)
70 anni fa la strage, il continente cambiò rotta dopo i 262 morti
Il sito storico di Bois du Cazier, a Marcinelle (Belgio), si può visitare alla modica cifra di 9 euro. Più di sessantamila persone ogni anno possono così imparare come si lavorava in miniera e mangiare in un piacevole ristorante. I bambini sono oggetto di particolare attenzione: per entrare devono avere il “libretto del minatore” (giocoso in questo caso), proprio come le migliaia di operai che per più di un secolo sono entrati in galleria non certo per divertirsi.
Il sito minerario come appare oggi (cr. Bourgeois Wikimedia commons)
Ognuno può decidere come affrontare una visita del genere, perché un’ombra greve pesa su quel luogo da 70 anni. Ma l’associazione che gestisce il sito non vuole certo minimizzare. Nella sala del Memoriale è ricordata la storia di molte vittime e delle loro famiglie con rispetto e consapevolezza, perché la storia eserciti il suo ruolo.
La ricostruzione in 3D delle cause della tragedia (cr. Madelgarius Wikimedia commons)
Duecentosessantadue morti in poche ore quell’8 agosto 1956, tutti soffocati dal fumo sviluppatosi in galleria a causa di un incendio scatenato alle 8.11 del mattino dall’incredibile verificarsi di una serie di eventi: una variazione procedurale decisa dall’addetto agli ascensori, permessa ma imprevista; l’inceppamento di un sistema di sicurezza; lo sporgere di due carrelli dal piano di carico di un ascensore che provocò, nello stesso momento, la rottura di una tubazione di olio in pressione, di una condotta di aria compressa e di cavi elettrici. E’ la teoria del formaggio svizzero: bastava che uno solo di questi eventi non avvenisse per salvare tutti.
Il carbone
Siamo nel mondo del carbone, una fonte di energia naturale figlia di antiche foreste fossilizzate. Un materiale a elevato potere calorifico (e pronto all’uso) che ha reso possibile la rivoluzione industriale ottocentesca e che ancora oggi fornisce il 40% dell’energia mondiale. Al Bois du Cazier c’erano due pozzi profondissimi, fino a mille metri per l’accesso, l’aerazione e la rimozione del materiale di scavo con giganteschi ascensori elettrici capaci di contenere anche i cavalli, indispensabili per il trasporto in profondità. Dai pozzi si dipartivano a vari livelli gallerie orizzontali che i minatori percorrevano a piedi anche per due chilometri prima di incontrare il fronte di avanzamento.

L'impiego di cavalli in miniera (cr. National coal association Wikimedia commons)
Lavorare in miniera ha sempre presentato durante tutta la storia umana grandi difficoltà e grandi pericoli, non solo di incendio, di inondazione, di diffusione di gas asfissianti o esplosivi: attività dal nome musicale come la carica, il brillamento, la volata, il disgaggio e lo “smarino” nascondevano la possibilità sempre incombente di crolli e di caduta di materiali dalla volta.

Il lavoro in una miniera di carbone (cr. Khushie Singh Wikimedia commons)
La fatica e il lavoro in posizioni anomale e dannose per la schiena erano una costante in una miniera degli anni ’50, appena mitigate dalla tecnologia. I martelli perforatori producevano un rumore assordante (nel senso effettivo) che si cercava di ridurre con semplici batuffoli di cotone, e massacravano le braccia con le loro vibrazioni. L’utensile con cui il perforatore funzionava si chiamava “fioretto” (altro termine suggestivo e in forte contrasto con quell’ambiente), per la sua particolare conformazione: i vecchi minatori ancora in vita qualche anno fa ti sapevano dire con precisione il numero enorme di fioretti che dovevano cambiare, per usura, durante una giornata di lavoro.
I musi neri
Tutti respiravano polvere, mancando impianti di aspirazione o abbattimento. Polvere nera, di carbone o di silice. La malattia che ne conseguiva era l’antracosilicosi, una fibrosi polmonare che dà insufficienza respiratoria: negli studi autoptici i polmoni apparivano induriti e chiazzati di nero. Questo era il lavoro dei 262 “gueules noires” (musi neri, così chiamati dai belgi per intuibili motivi) che quel giorno morirono in miniera. Più della metà, 135, erano italiani.

Il manifesto per il reclutamento dei minatori
Dopo la guerra il Belgio aveva un bisogno ingente di manodopera: fu siglato con il nostro paese il “Protocollo Italo-Belga” che prevedeva il trasferimento temporaneo di migliaia di lavoratori (si arrivò a quasi sessantamila) in “buona salute” e con “meno di 35 anni”. Il paese ospitante si impegnava a garantire vitto, alloggio, condizioni di lavoro e di salario pari a quelle dei lavoratori locali. A Marcinelle fu una regione povera a pagare il prezzo maggiore: l’Abruzzo. Sessanta morti, concentrati nella zona di Manoppello, Lettomanoppello e paesi limitrofi (Alanno, Turrivalignani, Rosciano). La famiglia Iezzi di Manoppello perse in un’ora 5 uomini e guadagnò 7 orfani visto che solo uno non era sposato. In tutti questi piccoli centri si celebra ancora oggi annualmente una cerimonia del ricordo di fronte ai tristi monumenti commemorativi.
Manoppello, il monumento ai caduti di Marcinelle
Alla cerimonia di Manoppello non è mai mancata Maria Di Valerio, vedova di Camillo Iezzi, fino al 2023 quando pochi giorni prima dell’anniversario è morta a 85 anni. Suo marito era riuscito a portarla con sé in Belgio in una delle baracche che l’azienda forniva. Dopo la tragedia Maria tornò al suo paese con la figlia di 14 mesi e l’altra in grembo, che poi chiamò Camilla, a ricordo del marito, il cui cadavere fu recuperato fra i primi a 900 metri sotto, accanto a quello del fratello in un cunicolo dove probabilmente aveva cercato di rifugiarsi.

Maria Di Valerio, vedova del minatore Camillo Iezzi (dalla pagina Fb del Comune di Manoppello)
Maria raccontava spesso quella terribile giornata: “Mio marito uscì alle 7.30 da casa, distante 500 metri dal pozzo. Io ero ancora a letto, diede un bacio a me e Gemma e accarezzò nostra figlia nella pancia. Dopo le otto vidi passare davanti alle finestre un treno merci senza carbone e una nuvola di fumo denso. Pensai disperata: lui è sotto! Mi misi a correre all’impazzata verso i cancelli, che chiusero alla folla dei familiari. La sera venne in baracca Re Baldovino, mi abbracciò e mi diede 200.000 lire”.
L’Europa
Soccorsi immediati furono impossibili perché le gallerie erano piene di fumo e l’incendio divampava ancora. Solo dopo ore si riuscì a scendere e a recuperare 6 minatori intossicati ma in vita, e anche molti cadaveri. Per molti giorni perdurò la speranza che ci fossero ancora dei sopravvissuti, rifugiatisi in gallerie non raggiunte dall’incendio e dal fumo. Solo il 22 agosto si riuscì a raggiungere tutti gli angoli della miniera. Chi risalì in superficie, a quelli che aspettavano notizie, disse in italiano: “tutti cadaveri…”. Anche i cavalli furono trovati morti proprio in fondo a una galleria dove si erano rifugiati per sfuggire al fumo dopo aver rotto i finimenti.
La sottoscrizione dei Trattati di Roma con la nascita della Cee (cr. E. Reinecke Wikimedia commons)
Nella Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), che univa ai paesi del Benelux, la Germania, la Francia e l’Italia, stringersi attorno ai caduti di Marcinelle diede il via a una svolta etica. Si intimò ai paesi membri di legiferare quanto prima in tema di sicurezza in miniera. E non più solo accordi economici ma il riconoscimento di una concomitanza di intenti, di una coscienza europea da estendere a tutti i lavoratori e cittadini. Gli stessi paesi, il 25 marzo 1957 a Roma, fondarono la Cee.
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