Sofia Perovskaja sorridente davanti al boia
L'attentato costato la vita allo zar Alessandro II (stampa Wikimedia commons)
Con l'uccisione di Alessandro II aprì l'epoca degli attentati
Il 13 marzo 1881 alle ore 14, militanti della temuta associazione segreta Narodnaja Volja (Volontà del popolo) assalirono a San Pietroburgo il corteo imperiale, uccidendo lo zar Alessandro II. La folla impaurita presente lungo il percorso fin dal mattino cominciò a scappare, molti urlarono, altri piansero. A stento i soldati rimasti incolumi riuscirono a trasportare lo zar a palazzo. Le vittime furono tre, compreso un attentatore, e venti i feriti.
Cartolina realizzata per l'incoronazione dello zar Alessandro II (Wikimedia commons)
Il fatto scosse non solo la Russia, ma tutta l'Europa, dando inizio a quella che sarà definita “Epoca degli attentati” contro re, regine, imperatori e che culminò nel 1914 a Sarajevo con l'uccisione del principe Francesco Ferdinando e l'inizio della Prima guerra mondiale. Come si giunse a tanto?

L'attentato a Sarajevo a Francesco Ferdinando nella copertina di Beltrame per la Domenica del Corriere (Wikimedia commons)
Il regno di Alessandro II fu contraddistinto da due periodi molto diversi tra loro: uno di riforme, l'altro di repressione e dispotismo. Dopo la disastrosa guerra di Crimea avviò grandi riforme sociali e politiche, che fecero ben sperare il popolo russo. Soppresse i tribunali di casta, avviò l'emancipazione dei servi della gleba, riorganizzò la scuola di base e incrementò il commercio con la costruzione di molte linee ferroviarie interne.
Kustodiev, "La lettura ai contadini della riforma della loro condizione" (Wikimedia commons)
La rivolta polacca del 1863 e un attentato subito dallo zar nel 1866 segnarono la svolta, che portò alla chiusura dei circoli studenteschi, alla censura sulla stampa e alla repressione delle organizzazioni politiche. In politica estera lo zar riprese la guerra contro l'impero turco, accentuò una politica antibritannica e strinse un'alleanza con gli imperi centrali di Germania e Austria. La persistente estrema povertà di intere popolazioni, gli scandalosi privilegi goduti dall'aristocrazia, aggravarono la situazione. I principi di libertà e di eguaglianza sanciti dalla rivoluzione francese riuscirono a varcare i confini, diventando patrimonio culturale di molti giovani e gran parte degli intellettuali russi.
La salma dello zar Alessandro II (cr. S.L. Levitsky Wikimedia commons)
L'attentato allo zar, nel convincimento di molti giovani esasperati, rientrò nel novero delle azioni lecite, seppur estreme, da intraprendere per avviare un profondo cambiamento nel paese. Fu così che alcuni di loro passarono dalle parole ai fatti. La rapidità dell'azione e l'effetto sorpresa garantirono il “buon esito” dell'operazione, ma non furono sufficienti a evitare l'arresto. I cinque esecutori superstiti, tra i quali la ventisettenne Sofia Perovskaja, vennero subito arrestati, sottoposti a un sommario processo e impiccati pochi giorni dopo. Tutti gli imputati si dichiararono colpevoli e sicuri che il loro gesto avrebbe scosso i russi dal loro torpore e creato le premesse di un futuro migliore.

Il Kölnische Zeitung, pubblicato fino al 1945
Al processo Sofia apparve come una ragazzina dai capelli biondi e gli occhi azzurri. Davanti ai giudici dimostrò una forza e una determinazione che impressionò il folto pubblico presente. Per tutti era difficile pensare che quella donna dai lineamenti da bambina avesse potuto osare tanto. Il corrispondente del giornale reazionario tedesco Koelnische Zeitung riconobbe: “Sofia dà prova di una forza d'animo straordinaria. Le sue guance conservano sempre il bel rosso, mentre il viso serio senz'ombra di iattanza spira un sereno coraggio ed un'abnegazione inesausta. Lo sguardo è tranquillo, sicuro senza ostentazioni”.

Ivan Makarov, "Sofia con la sorella maggior Marja" (Wikimedia commons)
Cresciuta in una famiglia ben inserita nella corte imperiale, vantava un avo ministro, il padre governatore generale di San Pietroburgo e uno zio che aveva assicurato all'impero una parte estesissima dell'Asia Centrale. Sofia, d'animo sensibile e generosa, era solita passare intere giornate a insegnare ai contadini e agli operai a leggere e a scrivere, sperimentando anche i primi tentativi d'istruzione popolare e le scuole di campagna. Quando l'eco della Comune di Parigi giunse in Russia, Sofia non tardò a diffonderne gli ideali di libertà e di eguaglianza tra la popolazione. Il governo reagì con forza arrestando lei e i suoi compagni. Solo grazie all'intervento del padre restò in carcere solo nove mesi obbligata a risiedere in Crimea fino al processo. Assolta nel 1877, riuscì a fuggire e per tre anni si rese latitante, cambiando continuamente domicilio e nome.
All'alba del 15 aprile salì sul patibolo, sorrise al boia e affrontò l'esecuzione con coraggio.

L'impiccagione di Sofia e degli altri attentatori (stampa Wikimedia commons)
Gli imputati furono visti abbracciarsi sorridenti, felici di condividere insieme la stessa fine. La sua morte, come quella di altri due compagni, fu lunga e orrenda a vedersi. I cinque cadaveri furono lasciati penzolare in piazza per oltre un'ora. Molti piansero e si inginocchiarono in preghiera. Poi il medico delle carceri, dopo aver constatato il decesso, fece rimuovere i corpi che vennero deposti in altrettante bare. Il popolo seguì silenzioso i carri fino al cimitero. Molti stringevano già in mano i loro ritratti.

Filippo Turati nel 1920 (Wikimedia commons)
L'impressione fu enorme in tutta Europa. Filippo Turati dedicò loro il 24 aprile 1881 la poesia “Fiori d'aprile, anche il giornale anarchico Umanità Nova li ricordò il 15 aprile 1933. Nel punto esatto dell'attentato, Alessandro III fece costruire la “Chiesa del Salvatore sul sangue versato”, ancora oggi visitabile.
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