La donna che puliva la memoria
Danta Gabriel Rossetti, "La porta della memoria", particolare, 1857 (Wikimedia commons)
Certe case vogliono solo essere capite
Quando entro, la casa sembra dormire. L’odore è sempre lo stesso: legno antico, cera, caffè di ieri e un poco di fumo di candela. Ogni volta mi dico che è come entrare in una chiesa dove nessuno prega più ma l’aria è ancora piena di parole. Appoggio la borsa, metto i guanti, guardo intorno. Sempre. Non è una casa come le altre. È un corpo che respira da solo.
Sul tavolino ci sono libri impilati, statue, candele, tazze, un cavallo che si alza sulle zampe, e un Babbo Natale dorato che sorride anche adesso, in ottobre. Una chitarra blu dorme sul divano verde, accanto a un cuscino ricamato. E in fondo, una testa di legno, scura, fiera, con gli occhi chiusi come chi ricorda. Io passo piano, per non svegliare niente.

Frederick Leighton "Memories" (Wikimedia commons)
Quando passo lo straccio tra i libri, leggo i titoli: L’odore del velluto, La terra di Sicilia, Il volto nero bagnato. Non capisco tutto, ma capisco il peso: sono libri che hanno assorbito vita, come spugne. Penso che lui, il padrone, parli più con i libri che con le persone. Forse con loro litiga, ride, si confessa.
Mi piace questa casa, anche se non è mia. È piena di cose che non conosco ma che mi rispettano. Quando alzo la testa, mi guardano senza giudicare. Forse sanno che anch’io sono un oggetto salvato da una storia.

Jean Delville, "Dante beve l'acqua di Lete", 1919 (Wikimedia commons)
Ci sono giorni in cui, mentre spolvero il cavallo di terracotta, mi sembra di toccare la mia infanzia: la terra, il sudore, il padre che tornava con le mani sporche di calce e la madre che si asciugava le lacrime col grembiule. Anche quella era una casa piena, ma di silenzio.
Il silenzio
Qui invece il silenzio ha un suono. È come un respiro che non finisce mai. Certe volte mi pare di sentire una voce dietro di me — la voce di una donna, forse la moglie morta, forse un ricordo che non se ne va. Parla piano, come se mi dicesse: “Non toccare troppo, lascia com’è”. E io obbedisco.
Pulisco per ore, ma alla fine non so se ho davvero pulito. Perché questa casa non vuole essere pulita: vuole essere capita. È come un vecchio che non vuole la barba tagliata, ma solo che qualcuno gli tenga la testa ferma. Ogni oggetto racconta una parte di lui: la candela spenta, la tazza col fondo scuro, il piatto di ceramica con i lumini. Tutto parla. Io non devo far altro che ascoltare.

D.C. French "Memoria" (cr. E. Montes-Bradley Wikimedia commons)
Qualche volta lo incontro: arriva piano, saluta, mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Gli rispondo di no. Sorride appena, come chi sa che il vero bisogno è altrove. Poi si siede, guarda la stanza e resta in silenzio. Io continuo a lavorare, ma dentro sento che stiamo facendo la stessa cosa: io tolgo la polvere, lui cerca di capire perché è rimasta.
Alla fine della giornata, spengo le luci e mi fermo sulla soglia. Mi volto. La casa sembra più viva di prima. Forse perché qualcuno l’ha guardata con attenzione, o forse perché anche la memoria ha bisogno di essere accarezzata.
Il vuoto
Mi viene da pensare che se una persona riempie così tanto lo spazio intorno, è perché dentro ha un vuoto che non vuole guardare. Ma un vuoto pieno di rispetto è comunque un modo di vivere. Quando esco, chiudo piano. L’odore mi segue giù per le scale: libri, cera, fumo, silenzio. Penso che domani tornerò, e tutto sarà ancora lì, nello stesso posto. Forse un po’ più leggero, forse un po’ più vero.

Scaffale degli archivi nazionali finlandesi (Wikimedia commons)
E io, che non ho niente, avrò di nuovo il mio lavoro: pulire la memoria di un altro, per non perdere la mia. Da quando ho cominciato a lavorare qui, è passato un anno. Le stagioni sono cambiate, ma la casa no. Ogni oggetto è rimasto dov’era, come se avesse paura di spostarsi da solo. Solo la luce è diversa: entra più stanca dalle finestre, cade sui libri come una mano che accarezza ma non stringe più.
Ora so
Adesso conosco ogni cosa. So dove cigola il pavimento, quale cuscino trattiene l’odore del tempo, e quale libro lui apre solo quando piove. Ho imparato a pulire con lentezza, come si parla a una persona ferita. Non passo più lo straccio per togliere la polvere, ma per ascoltare cosa resta sotto.
Lui non parla molto. Entra, mi saluta, mi guarda un momento e poi si siede al tavolo. A volte fuma, altre scrive su fogli sparsi. Io sento il rumore della penna come si sente il cuore di qualcuno che non riesce a dormire. Una volta mi ha detto: “Lei non pulisce, lei consola”. Ho sorriso, ma non ho risposto. Non sapeva che ogni volta che passo lo straccio sul legno, penso a mia madre. Anche lei diceva che pulire era un modo per pregare senza parole.
Pulizia e restauro di una statuetta antica (cr. Wenny5749 Wikimedia commons)
Ci sono giorni in cui mi sembra che la casa si accorga di me. Le statue mi guardano, i libri mi aspettano, e il vecchio Babbo Natale dorato continua a sorridere, come se sapesse qualcosa che nessuno osa dire. L’altro giorno ho trovato un capello biondo dentro una tazza. Non era mio. Forse era di sua moglie, o di qualcun’altra che non torna più. L’ho tolto piano, come si toglie una spina dal cuore.
Qualche volta lui mi parla della Sicilia. Lo fa con voce bassa, come chi racconta un sogno che ancora fa male. Dice che laggiù l’aria sa di limoni e di attese. Io non ci sono mai stata, ma sento che gli manca come a me manca il mare del mio paese. Gli mancano le voci, i vicoli, il rumore delle pentole, le madri che urlano dalla finestra. Tutte cose che nessuno scrive, ma che non si dimenticano mai.

Casetta per lo scambio libero dei libri a Nuoro (cr. air fans Wikimedia commons)
Una mattina, mentre spolveravo il busto di legno scuro, mi sono accorta che aveva una piccola crepa sul collo. L’ho toccata con il dito, e ho sentito una fitta dentro. Ho pensato che anche lui, il padrone, è così: una statua che nasconde la crepa sotto il sorriso.
Tutto pieno
Forse è per questo che la casa è così piena: per non far vedere dove manca qualcosa. Un giorno, senza dire nulla, mi ha lasciato un biglietto sul tavolo. Diceva solo: “Grazie per la cura invisibile”. Non ho saputo cosa rispondere. Ho pulito quel tavolo due volte, poi ho pianto in silenzio, perché a volte basta poco per sentirsi visti. Ora, quando esco, non chiudo più la porta con fretta. Mi volto sempre un attimo, guardo dentro, e mi pare che anche la casa mi saluti. Forse, piano piano, la memoria che pulivo non era solo la sua. Era la mia.

D.G. Rossetti "Mnemosine", 1876, particolare (Wikimedia commons)
Non ho più le chiavi di quella casa. Un giorno lui mi ha detto, con voce stanca, che avrebbe chiuso tutto per un po’. “Devo andare a Cefalù — ha detto —, a vedere se il mare si ricorda di me.” Io ho annuito, come si annuisce quando non si deve chiedere niente. Da allora non sono più tornata.
Eppure la casa non mi ha lasciata. Quando passo davanti a una finestra verde o sento l’odore della cera calda, mi sembra di sentire ancora quel respiro. Ci sono case che si attaccano alla pelle come una preghiera, e non se ne vanno più.

Particolare di una immagine pubblicitaria su Mnemosine (Wikimedia commons)
Per giorni ho continuato a pensarlo. Non tanto lui, ma la sua solitudine, che ormai riconoscevo come fosse la mia. Mi domandavo se le candele si fossero spente, se la chitarra avesse ancora la stessa corda rotta, se le statue fossero rimaste al loro posto.Io che non avevo niente, avevo avuto tutto: il permesso di toccare la memoria di un altro.
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