L'abito camminava senza nessuno dentro
Un manichino ad uso degli studenti di arte (cr. Mario Minarini Wikimedia commons)
Agrigento, don Rosario in casa e la sua maschera in strada
Ad Agrigento, sotto la luce antica della Valle dei Templi, c’era una casa stretta, in una via che saliva verso il centro. In quella casa abitava Rosario Lanza, impiegato comunale in pensione, uomo di poche parole e di molti silenzi. Ogni mattina, alle sette e un quarto, la porta verde si apriva e ne usciva un vestito grigio, ben stirato, con una cravatta blu annodata al collo. Usciva il vestito, non Rosario.

"In quella casa abitava Rosario Lanza" (cr. A. Riggio Wikimedia commons)
Ad Agrigento, questo particolare non stupì subito nessuno. In Sicilia certe stranezze, prima di diventare scandalo, passano per abitudine. “È magro assai”, diceva qualcuno. “Pare che non ci sia più dentro”, aggiungeva un altro. Ma nessuno ebbe il coraggio di dire la verità: dentro quel vestito non si vedeva nessun corpo.
La giacca camminava dritta, le scarpe battevano sul selciato con dignità quasi umana. La cravatta tremava davanti alle vetrine, come se avesse pudore. Ogni mattina il vestito faceva lo stesso giro: passava davanti al barbiere, salutava piegando appena la giacca, arrivava in piazza, sostava davanti al municipio e tornava a casa. Pareva in attesa di un dovere che non esisteva più.

"La giacca camminava dritta, le scarpe battevano sul selciato" (cr. Anefo Wikimedia commons)
Rosario, da vivo — perché vivo lo era ancora — era stato un uomo qualunque. Aveva servito trentotto anni dietro una scrivania, tra timbri e certificati. Gli altri volevano dimostrare d’essere qualcuno. Lui no. Si vestiva bene, si pettinava, annodava la cravatta davanti allo specchio e usciva.
Sua moglie Concetta gli chiedeva: “Rosario, ma tu chi sei quando esci?”
“Un uomo rispettabile.”
“E quando torni?”
Rosario taceva.
Quel silenzio abitava la casa più di lui. Stava nelle tende, nel letto mezzo vuoto, e nello specchio dell’ingresso, dove Rosario aveva passato una vita ad aggiustarsi il nodo della cravatta, non per piacere agli altri, ma per non vedersi disfatto.

"Annodava la cravatta davanti allo specchio e usciva" (cr. GF Hund Wikimedia commons)
Il fatto accadde un lunedì di marzo. Rosario si alzò, lavò il viso, scelse la camicia bianca, indossò il vestito grigio, mise la cravatta blu.
Ma davanti allo specchio si fermò. Vide il vestito. Vide la cravatta. Vide le scarpe lucide. Non vide più se stesso.
Non era diventato cieco. Non era morto. Semplicemente, la sua faccia si era ritirata da lui, come una firma cancellata da un documento. Al posto del volto c’era un vuoto chiaro, un appittusato d’anima, una mancanza pulita e tremenda.
"Gli uomini come lui non gridano, si accomodano dentro la rovina" (cr. Van Gogh Wikimedia commons)
Rosario non gridò. Gli uomini come lui non gridano: si accomodano dentro la rovina, purché la rovina sia ordinata. Allora fece quello che aveva sempre fatto. Si aggiustò la cravatta e uscì.
Da quel giorno la gente vide soltanto il vestito. Solo la vecchia Filomena, che abitava di fronte, capì qualcosa.
“Non è il vestito che cammina,” disse. “È l’abitudine. Quando un uomo vive troppo tempo facendo finta d’essere vivo, alla fine la finzione impara la strada.”

"Sopra una sedia stava il vestito grigio" (cr. Grand parc Bordeaux Wikimedia commons)
Una domenica il vestito non uscì. Verso mezzogiorno il maresciallo, il parroco e due vicine entrarono in casa. Trovarono Rosario seduto davanti allo specchio: un corpo asciutto, curvo, con una vecchia maglia di lana. La faccia c’era, ma pareva di carta bagnata. Sopra una sedia stava il vestito grigio, perfettamente composto. La cravatta blu era già annodata.
“Don Rosario, state male?” chiese il maresciallo.
Rosario parlò con una voce che sembrava venire dall’armadio.
“Mi ha lasciato qui.”
“Chi?”
“Il vestito.”
“Per anni ho creduto di essere io a portarlo. Invece era lui che portava me. Io non uscivo: usciva la mia forma. Io non salutavo: salutava la giacca. Io non ero rispettabile: era rispettabile il nodo della cravatta. Io dentro ero tutto arriminìo, tutto scurdìo fituso, tutto paura.”

"Rosario non uscì più, il vestito invece ricomiciò" (cr. Semwalbespocke Wikimedia commons)
Nessuno seppe cosa dire. Quando un uomo confessa davvero la propria vita, gli altri restano sempre un poco offesi: temono che quella confessione riguardi anche loro.
Da quel giorno Rosario non uscì più. Il vestito, invece, ricominciò.
Alle sette e un quarto la porta si apriva e il completo grigio scendeva in strada, più elegante di prima. La gente, ormai, lo salutava con rispetto.
“Buongiorno, don Rosario.”

"Capì che il paese non aveva mai avuto bisogno di lui" (cr. M. Moller Wikimedia commons)
La giacca si inclinava. Rosario, dietro le persiane, guardava. All’inizio provò vergogna. Poi invidia. Poi una strana pace. Capì che il paese non aveva mai avuto bisogno di lui, ma della sua figura. Aveva bisogno di vedere ogni mattina qualcuno composto, puntuale, ben annodato, per poter credere che il mondo tenesse ancora un ordine.
Una sera Rosario si sedette davanti al vestito.
“Tu sei me?” domandò.
Il vestito tacque.
“O io sono stato te?”
La cravatta ebbe un piccolo tremito.
Allora comprese: l’uomo aveva inventato il vestito per mostrarsi al mondo; il vestito aveva inventato l’uomo per non sembrare vuoto. Erano stati due impostori legati dallo stesso nodo.
La mattina dopo, alle sette e un quarto, uscì Rosario. Non portava il completo grigio. Indossava una camicia senza cravatta, pantaloni vecchi, scarpe non lucidate. Camminava piano. La gente lo guardò con disagio.

"Il barbiere non lo riconobbe" (Wikimedia commons)
Il barbiere non lo riconobbe. Il farmacista abbassò gli occhi. Il parroco cercò qualcuno dall’altra parte della strada. Solo la vecchia Filomena sorrise. Rosario arrivò in piazza. Nessuno lo salutò. Era presente, finalmente, ma senza maschera; e gli uomini senza maschera, nei paesi, fanno più paura dei fantasmi.
Quando tornò a casa, trovò il vestito sulla sedia, afflosciato. La cravatta si era sciolta. Pareva morto. Rosario lo prese tra le mani.
“Povero te – disse - ti ho fatto vivere al posto mio”.
Poi aprì la finestra. Agrigento sembrava una città costruita per ricordare agli uomini che anche la pietra, se recita troppo a lungo, finisce per credersi eterna.

"La vita comincia quando chiediamo alla nostra maschera il permesso di esistere" (Wikimedia commons)
Il vestito rimase appeso nell’armadio. Eppure, certe mattine di scirocco, qualcuno giurava di aver visto una cravatta blu muoversi dietro i vetri, come se cercasse ancora un collo, una colpa, un uomo qualunque da rendere rispettabile. Ma Rosario, ormai, non le apriva più.
Aveva imparato tardi, come succede quasi sempre, che la vita non comincia quando gli altri ci riconoscono, ma quando finalmente smettiamo di chiedere alla nostra maschera il permesso di esistere.
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