Fra i greci l'osceno diventava arte

Fra i greci l'osceno diventava arte

Nicolas Poussin "Baccanale vicino alla statua di Pan" (Wikimedia commons)

Parolacce e riferimenti sessuali nelle commedie antiche

Il linguaggio nel mondo antico era molto più legato a convenzioni sociali e culturali rispetto a oggi e la ricchezza lessicale della lingua greca e latina offriva maggiori opzioni rispetto alle lingue moderne, cosicché era possibile selezionare una fra le varianti dello stesso termine a seconda che si utilizzasse un registro alto, medio o basso. Non potendo conoscere come parlavano effettivamente i greci e i romani, possiamo però farcene un’idea leggendo quelle opere in cui gli scrittori o imitavano il parlato o utilizzavano un registro basso, cioè più popolare, in ragione del contesto in cui era ambientata la storia o – più spesso - delle convenzioni letterarie che il genere che praticavano richiedeva.

Busto di Aristofane (cr. A. Mayatsky Wikimedia commons)

Ad esempio, noi troviamo una vasta gamma di termini osceni, non molto diversi da quelli che si utilizzano oggi, nel commediografo greco Aristofane e naturalmente nel latino Plauto, ma non certamente nei tragediografi o nei poeti epici; questo perché la commedia di per se stessa, dovendo principalmente divertire e mettendo in scena storie e personaggi comuni e di estrazione sociale medio-bassa, ricorreva continuamente a battute con doppi sensi e termini osceni di natura sessuale o attinenti alla sfera del basso ventre, accompagnati anche da una gestualità e da un abbigliamento espliciti, come il costume degli attori comici greci, che aveva cucito all’altezza dell’inguine un grosso e ben visibile fallo di cuoio.

Plauto nelle vesti di mugnaio narra una delle sue commedie (cr. Camillo Miola Wikimedia commons) 

La causa di ciò va fatta risalire anche alle origini della commedia greca, probabilmente derivata dai riti propiziatori delle fasi agricole della semina e del raccolto dove il fallo era simbolo totemico di fertilità e il linguaggio osceno era utilizzato a scopo apotropaico. Ovviamente tutto ciò era poco noto già agli stessi Aristofane e Plauto, ma la tradizione che rendeva quasi obbligatorio per un commediografo ricorrere a un ricco repertorio di oscenità era ancora molto forte, tanto che lo stesso Aristofane se ne lamenta in Nuvole, dove afferma che la sua commedia vuole essere più pudica e far ridere con battute più raffinate, senza ricorrere ai soliti espedienti volgari, compreso il famoso “lungo cuoio, grosso e rosso in cima che fa ridere i bambini”, particolare - quest’ultimo - non irrilevante, perché significa che i bambini andavano a teatro e che non si scandalizzavano per nulla.

Stampa basata sulle "Nuvole" di Aristofane (Wikimedia commons)

Se consideriamo che Aristofane, in realtà, è tutt’altro che pudico, possiamo immaginare come potessero essere le oscenità presenti nelle commedie perdute degli altri drammaturghi. Naturalmente la fantasia lessicale di Aristofane e poi di Plauto va ben oltre il termine osceno puro e semplice utilizzato probabilmente anche a livello comune, perché è tipico del linguaggio comico deformare, storpiare, esagerare e soprattutto inventare. Per cui molto spesso l’oscenità non è espressa solo con la banale parolaccia, ma con metafore o perifrasi più raffinate, non per questo meno pesanti, anzi.

Immagini che si ritengono di Archiloco e Ipponatte (Wikimedia commons)

Un’altra interessante gamma di oscenità è possibile rintracciarla nei poeti giambici greci, ma anche in questo caso si tratta di una caratteristica tipica della maniera giambica, cioè un genere letterario espressamente irriverente, aggressivo, satirico, parodico; finché non si compresero questi aspetti, per molto tempo si confuse l’opera con l’autore, pensando cioè che Archiloco e Ipponatte – famosi giambografi del VII-VI sec. a.C. - fossero di estrazione popolare, così come il genere letterario che praticavano, commettendo così un grave errore interpretativo. Al contrario entrambi erano aristocratici, ma si attenevano scrupolosamente alla convenzione letteraria, mescolando con grande maestria registro alto e basso, termini colti e oscenità.

Simposio rappresentato in un vaso (cr. ArchaiOptix Wikimedia commons)

D’altra parte, lo spazio di esecuzione e fruizione di queste poesie era il simposio, cioè il luogo in cui la classe aristocratica si riuniva periodicamente per celebrare i propri riti comunitari e identitari con vino, danze, musica e canto. E dove ci si divertiva anche a deridere personaggi noti o meno noti, sia importanti sia di bassa estrazione sociale, indossando la maschera del bifolco per essere più liberi nello scimmiottare anche il linguaggio dei semplici.

La dea Demetra (cr. Osman Schindler Wikimedia commons)

Il mito racconta che l’origine della parola greca ìambos sarebbe da connettere con il personaggio di Iambe, una vecchietta che avrebbe fatto ridere con le sue battute spinte la dea Demetra, disperata per la perdita della figlia Persefone: come si vede, anche in questo caso l’oscenità e il riso che ne deriva è connesso all’ambito agricolo. Anche il più famoso fra i poeti latini, Catullo, considerato non a caso l’Archiloco romano, utilizza un variopinto ventaglio di parolacce del registro basso e popolare, ma solo nei componimenti in cui vuole essere offensivo nei confronti di individui a lui particolarmente odiosi, uomini e donne, compresa la tanto amata Lesbia, che da candida puella passa ad essere descritta con termini molto pesanti, dopo che ha deciso di troncare la relazione con il poeta.

Edizione illustrata del Satyricon di Petronio (cr. D. Dagun Wikimedia commons) 

Per cui le opere dell’odioso poeta Volusio sono cacata charta e Lesbia, una ninfomane che sfianca le reni ai suoi trecento amanti (quos simul tenet trecentos... ilia rumpens). Attraverso le opere di questi scrittori, a cui dovremmo anche aggiungere il Satyricon di Petronio, possiamo dunque farci un’idea dell’ampia diffusione dei termini osceni a livello quotidiano, senza dimenticare che l’uso che i poeti ne fanno è sempre squisitamente letterario, per cui vale - per comprendere l’argomento - il verso di Marziale, altro epigrammista esperto anch’egli in linguaggio osceno: lasciva est nobis pagina, vita proba, ovvero la nostra pagina è licenziosa, ma la nostra vita è onesta.

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