Dateci oggi il Garlasco quotidiano
Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007 (dalla pagina Fb The social post)
Opinionisti ovunque, pendolari delle tv, battaglie costruite
Seguo anch’io le vicende di Garlasco. Perché? In parte per i motivi di tutti, è fatale, ma per una curiosità specifica, principalmente, legata alla domanda che pone l’attuale sistema mediatico: fino a che punto si può arrivare e per quanto tempo?
Alberto Stasi, condannato per l'omicidio di Chiara Poggi (da X Il Sole 24Ore)
Un aiuto alla morbosa e quotidiana attesa popolare viene dalla durata delle indagini, dalle perizie e controperizie, dalle consulenze e contro-consulenze, dagli avvocati e, aggiungerei, dalla battaglia - spesso regolata da chiaroscuri artificiosamente stabiliti - di giornalisti, esperti scientifici, opinionisti e dei social; tutti coinvolti ormai ciclicamente dalle modalità (non dichiarate) della concorrenza. Piaccia o meno, gli schieramenti si formano e non di rado confliggono a distanza, cioè da programmi di rete, testate, firme singole; chi più ne ha più ne metta, chi più ripete insistendo su ciò che è già stato detto, più ripete. Le parole ricorrenti sono suggestione, indiscrezione e infine intercettazione, cioè la pratica che più o meno discutibilmente il Consiglio Superiore della Magistratura aveva raccomandato di limitare.
Andrea Sempio, personaggio centrale del nuovo filone di indagine (dalla pagina Fb Rita Cavallaro)
Così questo processo, come tanti altri, è celebrato negli studi televisivi e sui giornali molto prima che nelle aule. Con l’alimento ormai imprescindibile dei social da cui il veleno è sprizzato come da pompe irrigatorie, dando ragione a un mio amico che li paragona alle fogne a cielo aperto. Inevitabile nella situazione che si creino, tra ovvie e quasi rivendicate ipocrisie, le bande del tifo. Se in larga maggioranza sembra ormai emergere la convinzione di innocenza per Alberto Stasi si percepisce, nella stessa, il bisogno di dare subito un sostituto: un Sempio già pronto.
Stasi in piedi alla lettura della sentenza (dalla pagina Fb Rai Tg regionale Lombardia)
Giornali e studi televisivi si contendono le firme e le poltrone da salotto, per cui una sorta di tavola rotonda permanente si organizza, si scioglie e si riorganizza con le stesse persone. A queste viene affidato il gioco delle parti: innocentisti e colpevolisti che “dialetticamente” operano per la soddisfazione del pubblico diversificato e schierato di lettori e telespettatori. Che dire, in tale quadro, del segreto istruttorio e della fuga di notizie?
Thierry Ehrmann, "Ritratto del filosofo Guy Debord" (Wikimedia commons)
Nel lontano 1967 in un suo libro celeberrimo (La società dello spettacolo) il filosofo Guy Debord affermava che «…tutta la vita delle società nelle quali dominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli…». Quindi lo spettacolo è «…l’inversione della vita…», ossia «non un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini…». 1967, ricordavo. Quanti autori di programmi, redattori e soprattutto i conduttori che mettono assieme la “corte” di volta in volta dovrebbero studiare o ristudiare Debord? Ma hanno una presunta quanto infallibile giustificazione per non farlo: Debord era marxista (vade retro!) e da quel sistema di pensiero traeva, con straordinario aggiornamento delle categorie, il proprio metodo di analisi della società moderna occidentale.
Il critico televisivo Aldo Grasso (fotogramma dalla trasmissione Che Tempo Che Fa su La9)
Tornando alla cronaca della vicenda Garlasco, cioè alla ripresa delle indagini dopo 19 anni dall’uccisione di Chiara Poggi, e alla prospettiva di una revisione del processo che condannò Alberto Stasi, nonché al possibile rinvio a giudizio di Andrea Sempio, chi la canta di buon senso e acutezza pure esiste e vale richiamarlo. Alludo a uno dei migliori critici televisivi che abbiamo: Aldo Grasso, che ha scritto buoni libri sulla Tv (anche sul cinema, in passato) e tiene una rubrica fissa: A fil di rete, sul Corriere della sera.
I carabinieri del Ris al lavoro a Garlasco
Il 24 giugno Grasso titolava esasperato: Il sogno di una giornata in cui la tv non parla di Garlasco: «…Una giornata, una sola, in cui le reti televisive si occupino d’altro, magari di bizzarrie desuete come la realtà. Un’utopia, nient’altro: ventiquattr’ore di astinenza, una prova di resistenza per il sistema nervoso della nostra Tv visibilmente provato. Per un giorno intero, via i plastici. Via le ricostruzioni in computer grafica da brivido a basso costo, con porte virtuali che si aprono e chiudono nel vuoto. Niente esperti della deambulazione, analisti della prima ora, esegeti del nulla o commentatori dei commenti altrui (…) nessuna criminologa, nessun criminologo (…). Sarebbe vietato anche il turismo dell’ipotesi (o della più pedante certezza, aggiungo io). Nessun segugio a caccia di dettagli infinitesimali (…), nessun esperto pronto a spiegare ciò che non sa con la sicurezza di chi sa tutto…».
Tracce di sangue nella villa del delitto
Un’ultima mia osservazione su quanto la vicenda Garlasco ha sollevato e solleva riguarda la pornografia. Non sono un cultore ma ho provato ad adattare l’immaginazione a un costume oggi diffusissimo, a quanto sembra. Per un po’ l’ipocrisia ha posto limiti, ma appena saltato il tappo non si è quasi trattato di altro. Pornografia adulta, pornografia adolescenziale; pornografia per interrogare la propria sessualità o per specchiare demoniaci istinti, poi pornografia catalogata o verbale, fantasticata in soliloqui, voyeristica e via continuando. Milioni di telespettatori vorrebbero stimare (?) i video che avrebbero determinato il movente, ma…
Il regista Alberto Lattuada (cr. Gorup de besanez)
Tutto ciò era prevedibile dal primo momento in cui questa ipotesi è stata avanzata diversi mesi fa: adesso sono caduti i pudori (fino a un certo punto) e quei filmetti invedibili dominano incontrastati le chiacchiere e gli articoli. Ripeto che non sono un cultore ma mi piace ricordare le parole di Alberto Lattuada, uno che di erotismo se ne intendeva e non gradiva quello prevalentemente genitale: «Tanto varrebbe, allora, rinunciare al segreto: si usi la specula e non se ne parli più».
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