Giochi senza frontiere, la divertente utopia  

Giochi senza frontiere, la divertente utopia  

Allenamenti per la puntata di Giochi senza frontiere allo Sportpaleis Ahoy di Rotterdam, la preparazione dei francesi, 1971. Autore: Bert Verhoeff per l'agenzia fotogiornalistica Anefo (Nationaal Archief) Licenza: Creative Commons CC0 1.0 Universal Public

Un clamoroso successo nato per unire i popoli

Volendo partire dai numeri, potremmo dire che si tratta del più grande successo delle televisioni europee unite in uno sforzo comune. Giochi senza frontiere, uno show estivo entrato nelle case per trenta edizioni, ha rappresentato un tentativo forse ingenuo ma certamente onesto di dimostrare che la concordia fra i popoli poteva essere una realtà e non solo una dichiarazione di intenti scritta su un pezzo di carta. Per la generazione di 50-60enni di oggi è stato un appuntamento imperdibile di metà settimana, una competizione fra paesi di Stati diversi che si combattevano non con le armi ma impegnandosi in giochi di abilità fisica, molto spesso strampalati, capaci di far ridere in caso di clamorosi errori e di strappare applausi di fronte a prestazioni fisiche eccezionali ma sempre senza che l'agonismo rovinasse l'umore della serata.

L'estate

Da giugno a settembre ogni due settimane sette nazioni si sfidavano attraverso squadre di quattro ragazzi e quattro ragazze in giochi tutti incentrati attorno a un tema, di solito ispirato dalla storia e dalla tradizione della località che ospitava la puntata e che era anche in gara. Sei giochi da sei squadre ciascuno, con punteggi da 6 a 1 a seconda del posizionamento, un fil rouge a inframmezzare i giochi con una sola squadra alla volta, poi il gioco finale a sette, la possibilità di giocare un jolly che faceva raddoppiare il punteggio del singolo gioco. Chi faceva più punti vinceva, fra le sette di ogni nazione quella che aveva ottenuto il miglior piazzamento andava in finale. Stesso meccanismo per la finalissima che assegnava il trofeo dell'anno, andato quattro volte all'Italia con Como, Abano Terme, Vigevano e Bolzano.

Allenamento della squadra olandese per il gioco televisivo Giochi Senza Frontiere allo Sportpaleis Ahoy di Rotterdam, 1971. Foto di Hans Peters / Anefo,National Archief, licenza CC BY-SA 3.0 NL

Tutti coloro che sono transitati attraverso Giochi senza frontiere – con qualsiasi ruolo – sono diventati leggendari, a cominciare dai due arbitri - gli svizzeri Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, entrambi con un passato da internazionali di hockey su ghiaccio – senza dimenticare i presentatori che hanno girato in lungo e in largo l'Europa svariate volte. Per l'Italia iniziò Enzo Tortora anche se è più facile ricordare la coppia Giulio Marchetti e Rosanna Vaudetti che coprì buona parte degli anni 70, mentre Ettore Andenna presentò le puntate del 1978 e degli anni 90.


La conduttrice e annunciatrice Rosanna Vaudetti che presentò Giochi senza frontiere con Giulio Marchetti Foto d'agenzia (ANSA / OLDPIX) Autore sconosciuto Licenza PD Italy


Un successo di pubblico pazzesco. La puntata trasmessa da Caslano, nel Canton Ticino, registrò cento milioni di telespettatori, un record assoluto considerando il periodo estivo e la quantità di famiglie in vacanza. Ancora oggi si ritrovano video che ricordano quella serata da record.


Ettore Andenna, presentatore di Giochi senza frontiere nel 1978 e dal 1991 al 1996 Foto di Elena Torre / Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 2.0 (ritaglio dell'originale)


Se nella prima serie gli Stati partecipanti erano tutti dell'Europa occidentale, i cambiamenti geopolitici successivi portarono all'ingresso di nuove nazioni, allargando sempre più anche la platea televisiva, fino alla definitiva chiusura del 1999, nonostante le richieste di migliaia di appassionati da tutta Europa. Il mondo è oggettivamente cambiato e il sogno della fratellanza fra i popoli è stato riposto nel cassetto: senza timore di essere classificati come nostalgici, si consenta però di dire che era molto più bello quando le battaglie si combattevano facendo cadere gli avversari in piscina anziché bombardarli.      

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