Cinema, il fascino indiscreto di Rimini
I personaggi di Amarcord nel manifesto del film di Fellini
Decine di film balneari sull’Italia che cambiava
Il fatto che Rimini sia la patria di Federico Fellini non basta a spiegare perché questa piccola città di provincia abbia conquistato una visibilità internazionale nel cinema. Sinonimo del turismo di massa, ma anche luogo della mente e dell’altrove, Rimini e il suo circondario, Riccione soprattutto, sono state il set privilegiato, o anche solo muse ispiratrici, di registi e cineasti, molti dei quali hanno fatto la storia della cinematografia italiana. Sono infatti più di 70 le pellicole che, a partire dagli anni ’50, raccontano Rimini e i suoi dintorni. Un numero assai rilevante che induce a consegnare a questo lembo di terra lo scettro di capitale del cinema balneare, mentre il titolo che riguarda la vacanza sta forse raggiungendo altri lidi.
Fellini con René Claire al Festival di Venezia del 1955 (cr. M. De Biasi Wikimedia commons)
L’intimo legame tra Rimini e la settima arte parte da lontano. Cioè dalle origini, da quando - e siamo all’alba del Novecento - quella strana macchina che proiettava su uno schermo immagini in movimento, valica le Alpi per scendere in Romagna e intanto Rimini cominciava già ad imporsi come luogo prediletto della villeggiatura borghese, anticipando tendenze sulla scena internazionale.

D'Annunzio a passeggio con Eleonora Duse (Wikimedia commons)
Sono gli anni ruggenti della Bella Epoque, della vita mondana al lido, di meravigliose feste danzanti, con la marina che s’impreziosisce di eleganti ville liberty, dove si davano appuntamento artisti e pensatori, come Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse, Caruso, Mascagni, Tommaso Marinetti e tante altre celebrità. Ben sei i cinema aperti in città. Nel 1908 s’inaugura il Grand Hotel e da quel momento Rimini si autocelebra come l’Ostenda d’Italia, paragonandosi così alla più blasonata località balneare belga sul mare del Nord, allora frequentata dalla nobiltà di tutta Europa.
Mario Borgoni, manifesto per l'apertura del Grand Hotel (Wikimedia commons)
I romagnoli, è risaputo, sono un popolo sveglio, che non si lascia intimorire dalle novità, anzi le intercetta e ne sa cogliere tutte le potenzialità. Così “Rimini, l’Ostenda d’Italia” (dapprima semplice slogan veicolato su manifesti pubblicitari) diventa un film (conservato oggi nella cineteca locale) che se da un lato testimonia la vocazione turistica della terra che rappresenta, dall’altro è anche paradigma della salda relazione che subito s’instaura tra cinema e turismo. Questo inscindibile matrimonio ha attraversato tutto il Novecento, arrivando tra alterne vicende e con mutati approcci fino ai giorni nostri.

Una scena da "I vitelloni" di Fellini, 1953 (Wikimedia commons)
E’ del ’53 I Vitelloni di Federico Fellini, pellicola di chiaro stampo autobiografico, tra le più celebri e di maggior successo, anche di pubblico. Sebbene girato sul litorale di Ostia, il film rimanda chiaramente a quella Rimini invernale fredda e nebbiosa, dalla quale il giovane Federico voleva fuggire. Ma mai una volta, né in questa, né in tutte le altre sue pellicole, nemmeno in Amarcord, Rimini viene citata direttamente, sebbene sia sempre presente come luogo dell’anima da cui tutto ebbe inizio. E’ il caso anche de I Clown o di Roma.

Sergio Zavoli, autore del reportage "I vitellini" (dal profilo Fb Il cenacolo intellettuale)
Intrigato dal mito dei Vitelloni, dieci anni dopo Sergio Zavoli percorrerà la battigia per documentare quel fenomeno tutto romagnolo del latin lover specializzato in turiste straniere. Ne uscirà I Vitellini (’62), uno straordinario reportage condotto con ironia e acume. Un altro epigono – di tutt’altro segno - arriverà poi nel ‘79 con Fuori stagione di Luciano Manuzzi, ambientato a Cesenatico. Qui, vent’anni dopo, i vitelloni nullafacenti felliniani sono diventati piccoli criminali imbecilli, immersi in un’atmosfera da favola nera dai contorni grotteschi.

Claudia Cardinale nel film "La ragazza con la valigia" di Zurlini, 1961 (Wikimedia commons)
Ma nella filmografia riminese degli anni ‘60 e ‘70 molte pagine sarebbero da dedicare a un altro maestro come Valerio Zurlini, che a partire da Estate violenta (’59) e poi con La ragazza con la valigia (’61) e La prima notte di quiete (‘79) firma tre capolavori assoluti, tre storie di amori impossibili nati e drammaticamente conclusi nella terra di Romagna alla quale il regista era profondamente legato fin dall’infanzia.
Vittorio Gassman e Chatherine Spaak ne "Il sorpasso" di Dino Risi, 1962 (Wikimedia commons)
Dopo il successo de Il Sorpasso (’62) girato in Versilia, Dino Risi sbarca sulla sponda opposta tra Rimini e Gabicce con L’Ombrellone (’65), pellicola meno nota ma altrettanto emblematica di quanto il cinema abbia saputo cogliere e valorizzare i processi antropologici, sociali e culturali che sulla spiaggia si consumano. Siamo in pieno boom economico e gli italiani (ma anche tantissimi stranieri) in agosto vanno tutti al mare. Preferibilmente a Rimini, che diventa meta indiscussa delle vacanze di massa nonché microcosmo di un’Italia in rapido cambiamento.
Sandra Milo ed Enrico Maria Salerno ne "L'ombrellone" di Dino Risi, 1965 (Wikimedia commons)
La Riviera romagnola nel cinema non è solo uno sfondo fisico ma anche una metafora delle trasformazioni più ampie che attraversano la società italiana. E alcune pellicole fanno parte ormai dell’immaginario collettivo. Tra queste, oltre al felliniano Amarcord che meriterebbe un discorso a parte, troviamo certamente la mitica commedia estiva Rimini Rimini (’87) di Sergio Corbucci, negli anni in cui anche Pier Vittorio Tondelli aveva pensato di trasformare il suo romanzo Rimini in un film. Ma il progetto non andò in porto.

Il manifesto di "Rimini Rimini" di Sergio Corbucci, 1987
Il regista Luciano Manuzzi troverà il modo di riscattarsi con Sabato Italiano (’92) che porta sul grande schermo non più la gioia e la voglia, ma il male di vivere di una gioventù gonfia di alcol e droghe che troppo spesso muore sulla strada dopo lo sballo in discoteca. Rimini dunque come laboratorio di fenomeni sociali emergenti è l’humus ideale anche per ambientare I Pavoni (Manuzzi ’94) ispirato alla vicenda del giovane parricida Pietro Maso, o Vesna va veloce (’96) dove la macchina da presa di Carlo Mazzacurati illumina i luoghi della prostituzione. Luciano Ligabue torna invece alla memoria con la sua opera seconda Da zero a dieci (2002), mentre il regista austriaco Ulrich Seidl sceglie Rimini come location ideale per rimestare nello squallore massimo di un attempato musicista borderline (Rimini 2022).

Particolare dal manifesto di "Amarcord" di Fellini, 1973
Dal cinema della memoria a quello della contemporaneità la filmografia qui elencata ha dimenticato, a torto o ragione, molti titoli, ma sappiamo che altri ne verranno perché, con il suo stare in bilico tra l’entroterra e il mare, Rimini resta palcoscenico ideale per intrecciare, come solo il cinema sa fare, realtà e finzione, sogno e memoria.

Federico Fellini con la moglie Giulietta Masina (Wikimedia commons)
Per dirla con Fellini: “Rimini è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare”.
Riproduzione riservata