Duvall, molto pių del napalm

Duvall, molto pių del napalm

Robert Duvall, tenente colonnello William Kilgore in "Apocalypse now" (dalla pagina Fb Il cinegico)

L’addio all’attore e regista sempre un passo indietro

Molti della mia generazione si sono formati nel rapporto con l’America: il sistema, la cultura, quindi l’ideologia, la letteratura, il cinema. Un rapporto conflittuale e al tempo stesso intriso di fascino. Avevamo molte ragioni per definire imperialisti gli Stati Uniti (e oggi, a proposito, dovremmo fare gli scongiuri) ma non meno per considerare la fecondità dei loro contrasti. Pur gridando nelle piazze contro la guerra in Vietnam, dialogavamo idealmente con gli oppositori interni, e fummo al tempo stesso costretti a verificare certa vocazione democratica, e ricchezza morale, anche in parecchi “conservatori”.


Manifestazione contro la guerra in Vietnam, 1968 (cr. F. Radino Wikimedia commons) 

Solo par fare pochi esempi alludo a Hawks, John Ford, a Fuller, ora a un Clint Eastwood che non finirà mai di sorprendere per l’alta versatilità: regista, sceneggiatore, attore, compositore… Robert Duvall, morto nei giorni scorsi a oltre novant’anni, è stato, mi sembra, un fiero repubblicano; altro versatile (fu autore delle canzoni di Tender mercies – Un tenero ringraziamento, col quale vinse l’unico Oscar) e tipico esempio di chi compie una lunga e faticosa gavetta non solo artistica.


Duvall, Hackmann, Hoffman (cr. Gotfryd, Little, Biard Wikimedia commons)

Duvall lavorò in teatro, frequentando una scuola a New York insieme a Gene Hackman e Dustin Hoffman, e in serie televisive, fino a debuttare per il grande schermo in un bel film, Il buio oltre la siepe, che Mulligan aveva tratto dall’omonimo e famosissimo romanzo di Harper Lee. Attore protagonista e spesso prezioso secondario (nel suo caso vale quanto mai dire co-protagonista, ancor meglio che antagonista) ragione per cui mi sembra illuminante il titolo posto al suggestivo articolo/commemorazione di Alberto Crespi su Repubblica: L’antidivo che riuscì a oscurare le stelle.


"Il Padrino", Duvall nei panni di Tom Hagen (cr. Tatticomolecolare Wikimedia commons)

In Italia lo abbiamo seguito attraverso Cesare Barbetti, che fu anche doppiatore di Robert Redford, poi in film di bravi o eccellenti registi nel periodo ultimo del cinema di massa e di sala, quello degli anni settanta e ottanta. Indispensabile quindi ricordare Il Padrino uno e due, di Coppola, poi la parte del tenente colonnello Kilgore nel memorabile Apolcalypse Now, sempre di Coppola, poi Mash di Altman e Quinto potere di Lumet, e ancora Killer elite di Peckinpah, fino a L’assoluzione, film mai abbastanza apprezzato di Grosbard, nel quale si confrontò nientemeno che con Robert De Niro.


"Apocalypse now", gli elicotteri del tenente colonnello Kilgore (fotogramma dal film)

Per tornare al ruolo di “secondario” (ripeto che dire co-protagonista sarebbe ben più appropriato) il ricordo di Paolo Mereghetti sul Corriere mi sembra significativo per l’amarezza: «Destino beffardo quello di Robert Duvall. Chi si ricorda il film con cui ha vinto un (meritatissimo) Oscar? Praticamente nessuno (…). Ma “l’odore di napalm di mattina” è entrato nella storia diventando più celebre di chi aveva pronunciato la frase. Forza dei social (e di tutto un sistema di moltiplicatori di popolarità), ma dannazione per la recitazione, verrebbe da dire. E maledizione per chi, magari avendo poche battute a disposizione cerca di trarre il meglio. (…) Sono sei le volte che l’Academy l’ha nominato come non protagonista e sono sei le volte che l’ha lasciato a mani vuote: non un record, ma quasi. (…) Forse si era consolato pensando che quei giganti dello schermo (Marlon Brando, Elliot Gould, Robert De Niro, Kevin Costner – parentesi mia) avevano voluto proprio lui al loro fianco, che cercavano qualcuno che fosse capace di stare al loro pari. Ma poi, quando si tiravano le somme (e si assegnavano i premi), lui doveva fare un passo indietro».


Duvall sul set con Diane Lane (cr. A. Light Wikimedia commons)

Sappiamo dalla spesso fulgida storia del cinema americano, che per lungo tempo ha dominato in esso la distinzione fra recitazione Actor’s Studio (Marlon Brando, James Dean…) e recitazione “di carisma” o di “presenza” (Robert Mitchum, Fonda, James Stuart, Bogart).

Gli attori si sono sovente sperimentati nell’adozione di una regola o dell’altra, magari alternativamente; detto all’ingrosso preferendo la derivazione da certo teatro broadwayano o quella antica del carattere e della maschera. Robert De Niro è stato ed è grande per la capacità di passare da una modalità all’altra con apparente naturalezza.


Duvall con la moglie Gail Youngs (cr. B. Gotfryd Wikimedia commons)

Se dovessimo distinguere fra l’arte dell’aggiungere e quella del togliere parleremmo, per Robert Duvall, di un’arte del togliere anche quando i suoi personaggi sono violenti, eccessivi, segnati dalla cattiveria o da un nevrotico malumore. Poi della fascia di età; è difficile immaginarlo giovane o vecchio. Si torna spontaneamente a un’età intermedia che assorbe dalla giovinezza come dalla vecchiaia prossima.


Duvall nel manifesto del film "L'apostolo" (dalla pagina Fb mj keenan)

Voglio ricordare che questo maestro della misura, così a proprio agio nel primo piano e nella tenuta che può renderlo difficile, è stato anche regista. Nel 1983 ha esordito nel film a soggetto con Angelo, amore mio; sono venuti poi L’apostolo, nel 1997, Assassination Tango, nel 2002, sorta di noir ambientato nell’amata America latina (precisamente in Argentina), e, nel 2015, Cavalli selvaggi, dramma famigliare texano nel quale si affacciano i nuovi contrasti della contemporaneità e le nuove passioni.

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