Il grazie degli italiani a Bud Spencer

Il grazie degli italiani a Bud Spencer

Bud Spencer e Terence Hill a cavallo in "Lo chiamavano Trinità" (dalla pagina Fb Gianluca Sposito)

Dieci anni fa la morte dell’attore molto amato dal pubblico e poco dalla critica

Senza troppa convinzione, il mondo del cinema italiano si è accorto che ricorrono i dieci anni dalla morte di Bud Spencer. Nei confronti suoi e del suo compagno di battaglia Terence Hill la critica non è mai stata particolarmente entusiasta, o forse sarebbe meglio dire che la critica non se ne è mai occupata in modo chiaro, mettendolo nel cassetto delle cose di cui si prende atto senza dar loro troppa importanza.


Carlo Pedersoli impegnato in una gara di nuoto nel 1950 (Wikimedia commons)


Che Bud Spencer sia stato un campione dello sport e un esempio di generosità e onestà è cosa risaputa: per avere l’elenco delle sue vittorie e delle partecipazioni alle olimpiadi nel nuoto basta leggere la pagina di Wikipedia. Quello che invece non si trova da nessuna parte è una riflessione sul debito di riconoscenza che il cinema italiano e – possiamo dirlo – le famiglie italiane hanno nei suoi confronti.

Un anziano Bud Spencer a Berlino, era il 2015 (cr. M. Buchman Wikimedia commons)


Una prima considerazione. Se proietti un film e la sala è sempre piena dalle 14 alle 24 (sì perché una volta i cinema c’erano, aprivano subito dopo pranzo e chiudevano a mezzanotte) una ragione ci deve essere e la vicenda non si può risolvere dicendo che il film è adatto a un pubblico dal palato facile. Il pubblico è sempre più avanti di quanto non lo si creda.


Carlo Pedersoli in "Un eroe dei nostri tempi" di Mario Monicelli (Wikimedia commons)


L’attore Carlo Pedersoli esisteva già prima di Bud Spencer, e lo ritroviamo in alcune pellicole di grande spessore. Ad esempio in “Un eroe dei nostri tempi” di Mario Monicelli, satira sul conformismo sociale del dopoguerra; ha il ruolo di un fidanzato manesco, non ha la barba ma è riconoscibilissimo. Saltando a piedi pari tutti i western che hanno preceduto la nascita del mito, quando nel 1970 Enzo Barboni firmò come E.B. Clucher la regia di “Lo chiamavano Trinità” la stragrande maggioranza degli spettatori si limitò a ridere a crepapelle, forse intuendo, ma solo alla lontana, che si stava compiendo una rivoluzione: per fare un film non era indispensabile essere cattivi e non si dovevano per forza ammazzare decine di sconosciuti mal vestiti e peggio lavati.

Con Terence Hill in "Lo chiamavano Trinità" (Wikimedia commons)

Se ce li riguardiamo bene quei film ambientati in un west che assomiglia tanto alle nostre montagne scopriamo che non muore (quasi) nessuno mentre un sacco di gente finisce con gli occhi pesti e la testa bernoccoluta. E’ la strada italiana al nuovo western commedia, dopo l’ubriacatura di Sartana, Ringo e altri ammazzasette da film con nomi improbabili. C’è una stagione per tutto e la stagione di questi western volgeva al termine, anche in America.


La scena dei fagioli in "Lo chiamavano Trinità" (dal blog Leonardo Romanelli)


All’alba degli anni 70 occorreva altro, a cominciare dalle idee. La sceneggiatura di “Lo chiamavano Trinità” è un insieme di battute fulminanti che i cultori del genere ancora oggi si scambiano e tramandano, senza considerare una serie di situazioni che rendono unico il film. Troppo facile citare la scena della mangiata di fagioli, realmente avvenuta sul set e girata dopo un digiuno prolungato. Una sequenza girata con tutte le accortezze, anche perché doveva essere per forza un “buona la prima”. I protagonisti stessi erano consapevoli di lavorare a qualcosa di unico, come testimonia la dedizione nel realizzare la scena della scazzottata finale nel campo dei mormoni, sequenza che richiese giorni e l’impiego di comprimari dalle enormi doti atletiche. Non è semplice volare a sfondare un muro di legno anche se il pugno che hai preso è finto.


Il coro dei pompieri in "Altrimenti ci arrabbiamo..." 

Perché Bud Spencer e compagnia hanno rappresentato un cambiamento importante nella società? Si era ancora nell’epoca del centrosinistra e la censura aveva allentato i cordoni, dando il via a tutta una serie di film in chiave erotica. Anche se vedevi un solo seno di traverso o un mezzo sedere questo bastava ad agitare le coscienze di schiere di genitori, preoccupati nel mandare al cinema i figli piccoli. Fu illuminante l’intervista a una madre che, in quegli anni, ringraziò pubblicamente Spencer e Hill per avere regalato a tanti genitori come lei la certezza che la morale dei suoi bambini non sarebbe stata intaccata.

Ezio Marano, uno degli attori che più spesso hanno preso pugni da Bud Spencer (Wikimedia commons)

Ma tutti quei cazzotti non avrebbero innescato una spirale di violenza nei ragazzini, convinti di poter emulare i loro eroi senza che nulla di male accadesse? La domanda se la pose la Rai che mandò un giornalista a intervistare Bud Spencer in palestra, dove si allenava insieme agli attori che gli facevano da spalla. Bud ne chiamò uno e gli disse: “Facciamo il salto”. Poi finse di tirare un pugno che passò a 5 centimetri dalla faccia dell’attore che però con un balzo fece un salto mortale all’indietro. “Vede – spiegò Bud Spencer – non c’è uomo al mondo che sia in grado di fare davvero questo”. Semplice, no?

La scazzottata in palestra in "Altrimenti ci arrabbiamo..." (Wikimedia commons)

Ma non c’è solo western, perché dopo il sequel di Trinità coscienziosamente il duo comico cambiò strada realizzando un capolavoro, “Altrimenti ci arrabbiamo…”. Uno di quei casi che capitano nella storia del cinema, quando ogni tassello è coperto in modo perfetto. Colonna sonora che vendette una valangata di 45 giri, scene mitologiche, una scazzottata perfetta in palestra, qualche battuta iconica e il coro dei pompieri diventato leggendario al punto da entrare nel repertorio di diversi cori professionali.

Spencer commissario Rizzo in "Piedone lo sbirro" (Wikimedia commons)

Senza dilungarsi a percorrere tutta la filmografia di Bud Spencer, basta citare un altro film importante, “Piedone lo sbirro” del 1973, diretto da quel maestro di Steno. Pur con una buona dose di ingenuità, anche il commissario Bud Spencer affronta, a modo suo, il dramma del diffondersi della droga fra i giovani. Che poi la banda dei marsigliesi venga sconfitta a pugni in faccia è un dettaglio.

Il museo Bud Spencer a Berlino (cr. Lear 21 Wikimedia commons)

La popolarità di Bud Spencer non è stata un fenomeno solo italiano, i suoi pugni sono stati esportati. In Germania, luogo dove lui e Terence Hill sono celebri, le loro voci sono doppiate con accento bavarese e a Berlino – nel centrale viale Unter der Linden – a Spencer è dedicato un museo.

Dieci anni fa il funerale di Bud Spencer (cr. AFP Luxemburger Wort)

L’ultima parte del percorso cinematografico non è stata altrettanto prodiga di successi, con numerose esperienze televisive e film non sempre di primo piano, ma questo non ha intaccato il mito. Dieci anni fa la sua morte venne vissuta con sincera passione da generazioni di italiani cresciuti con i pugni del gigante buono, come testimoniato dalla folla davanti alla chiesa degli artisti a Roma e il saluto al feretro con la colonna sonora di “Altrimenti ci arrabbiamo…”.

Bud Spencer diceva, da cattolico, di non avere paura della morte ma di attenderla con curiosità per scoprire cose c’è di là. Chi è ancora di qua continua a godersi gli infiniti passaggi televisivi dei suoi film che divertono oggi come allora senza badare se la storia del cinema intenda occuparsene oppure no. Era già capitato in passato che un attore pazzesco non venisse considerato in vita per poi essere idolatrato da morto, era un certo Totò. Bud Spencer miglior compagnia non poteva avere.

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