La battaglia d'Algeri, i 60 anni di un capolavoro 

La battaglia d'Algeri, i 60 anni di un capolavoro 

Il fotogramma simbolo del film "La battaglia d'Algeri" (Wikimedia commons)

Pontecorvo vinse a Venezia, la potenza del film è intatta

Si è appena conclusa la 83ma Mostra del Cinema di Venezia; erano in concorso quattro registi italiani ma non hanno avuto alcun premio. Per chi “ha l’età” riandare con la memoria al decennio sessanta mi sembra inevitabile e, per così dire, istruttivo. Nel 1962 il Leone d’oro – sia pure in ex-aequo con L’infanzia di Ivan di Tarkovskij - era andato a Valerio Zurlini per Cronaca familiare, nel 1963 a Francesco Rosi per Le mani sulla città, nel 1964 a Michelangelo Antonioni per Deserto rosso, nel 1965 a Luchino Visconti per Vaghe stelle dell’Orsa e, infine, nel 1966, a Gillo Pontecorvo per La battaglia d’Algeri.


Pontecorvo a Venezia con il cast del film (Wikimedia commons)


Era un altro cinema e bisogna sempre ricordare che i premi non sono tutto; ma vale subito aggiungere che le opere menzionate sarebbero nel meglio anche oggi. La battaglia d’Algeri mi diede un violento e angoscioso scossone. Vidi il film in un cineforum romano dove, all’ingresso della sala, avevano distribuito una scheda nella quale, fra i tanti meriti, si sottolineava l’obiettività del film. Su questo carattere, il dibattito successivo alla proiezione fu molto acceso: chi era d’accordo con quanto affermava lo scritto, chi invece denunciava una obiettività finta e, quindi, un favore ambiguo verso gli arabi e la causa algerina.


Il manifesto del film in versione restaurata 


Quanto a me, per il poco che potevo capirne, la preferenza di Pontecorvo per gli algerini sembrava palese ma con atteggiamento onesto, perché qualcosa su colonialismo e anticolonialismo avevo pur sentito raccontare. L’effetto violento che mi fece il film riguardava però i metodi usati dai parà francesi contro la resistenza, in particolare l’uso sistematico della tortura negli interrogatori. Fino a quel momento avevo pensato che la tortura distinguesse i sistemi totalitari: il fascismo, il nazismo, lo stalinismo; adesso sapevo che la civile e democratica Francia la praticava contro gli oppositori nelle colonie.

Anna Magnani e Aldo Fabrizi in "Roma città aperta", 1945 (Wikimedia commons)

Al confuso disagio che già provavo per l’esistenza del dominio coloniale, si aggiungeva la scoperta, con evidenza d’immagine, delle sue atrocità. Ma ancor più delle scene di tortura, realistiche come quelle di Roma città aperta, mi fece impressione che le urla dei torturati fossero coperte con gli altoparlanti perché i molti che sarebbero stati interrogati dopo – erano nei pressi, in attesa – non le sentissero.


Indro Montanelli con l'editore Arnoldo Mondadori (archivio Mondadori Wikimedia commons)


Quanto al linguaggio ricordo una intervista in tv nella quale Montanelli – conservatore, come sappiamo, e certo non contrario al colonialismo – chiese a Pontecorvo se alle immagini proprie avesse intrecciato spezzoni di documentario. Il regista rispose che no, era tutta fiction, con ciò rivelando il debito col neorealismo da cui proveniva. Aveva concepito il proprio lavoro non molto diversamente da come Ermanno Olmi, con Il Posto, si era mosso dagli insegnamenti del dopoguerra per realizzare un film a soggetto fortemente influenzato dall’esperienza di documentarista industriale.


Il critico Morando Morandini (cr. F. Wetzl L. Bagnoli Wikimedia commons)


Tornando alla Battaglia d’Algeri va ricordato che fu proibito in Francia per anni, a dimostrazione che anche le democrazie hanno gravi difetti. Molto utile mi sembra la sintesi critica di Morando Morandini: “…Sobria rievocazione (…) sulla base di una solida sceneggiatura di Franco Solinas che con forte coralità e qualche dilatazione nella fase degli attentati, mostra una guerra di popolo, spiegando anche le ragioni del nemico, i francesi. (…) Il film ebbe vasta risonanza internazionale, soprattutto sui mercati di lingua inglese, diventando, fra l’altro, un film di studio per le Black Panthers. Musica di Morricone e splendido biancoenero di Marcello Gatti”.

In primo piano Frantz Fanon nel 1959 (Wikimedia commons) 

La causa algerina, non va dimenticato, ebbe un interprete eccezionale in Frantz Fanon, autore de I dannati della terra, pubblicato da Einaudi nella prestigiosa collana della NUE con prefazione di Jean-Paul Sartre: “…L’accecante sole della tortura è allo zenit – scrive il filosofo – rischiara tutto il paese (…). Basta oggi che due francesi s’incontrino perché ci sia un cadavere fra di loro… La Francia era il nome di un paese; attenti non sia, nel 1961, il nome di una nevrosi…”.

Jean-Paul Sartre e Simon de Beauvoir (cr. liu dong'ao Wikimedia commons) 

E il grande Camus, che in Algeria era vissuto fino alla giovinezza? Camus non approvava la separazione dell’Algeria dalla Francia temendo fosse uno scarto troppo veloce e compromettesse la auspicabile, fondamentale alleanza fra i “pied noir”, cioè i francesi poveri trapiantati nella colonia mediorientale, e gli arabi. Aveva torto? Forse sì, nella fase di cui si parla, ma quanto poi è accaduto e accade induce alla riflessione e al ripensamento.


La casbah di Algeri dove fu girato il film (Wikimedi commons) 


Dette queste cose, il tempo della Battaglia d’Algeri resta un tempo di speranza autentica, perché non credo sia veritiero giudicare gli accadimenti storici e politici solo dalle loro conseguenze. Ha scritto Gianni Volpi che il film di Pontecorvo è una cronaca esemplare “al presente” e che “…con grande senso del reale Pontecorvo e Solinas hanno raccontato dal di dentro quella rivoluzione…”. O almeno, aggiungo io, le sue eroiche premesse. Quando mi è capitato di commentare pubblicamente i finali del film di Pontecorvo e dei Pugni in tasca di Bellocchio – due opere cronologicamente molto vicine – ho confessato di provare ogni volta che vi assistevo – non poche, peraltro - la stessa angoscia per il secondo e la stessa euforica speranza per il primo. Detto senza nostalgie sciocche, due capolavori in un periodo generoso: lo penso ancora.

Riproduzione riservata