La bella storia degli Oscar italiani

La bella storia degli Oscar italiani

I registi e sceneggiatori italiani che hanno vinto l'Oscar. Dall'alto a sinistra: De Sica, Zavattini, Fellini, Petri. Sotto: Tornatore, Salvatores, Benigni, Sorrentino

Molti film hanno resistito agli anni, alcuni no

Quest’anno Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson ha avuto ben sette premi, regalando soddisfazione ai moltissimi ammiratori del film. Dal canto mio avevo apprezzato del regista americano Magnolia e The Master, opere tormentate, a mio avviso veritiere sull’America e in generale l’occidente.


Paul Thomas Anderson (cr. Lyn Fairly Media Wikimedia commons)

Una battaglia dopo l’altra
mi ha lasciato invece piuttosto perplesso; ho avuto cioè l’impressione che il regista avesse collocato molte trappole lungo il percorso della visione. Che significa dosaggio strategico degli eccessi: la ninfomane nera e terrorista, poi Di Caprio sempre in vestaglia, poi le acrobazie della macchina da presa fino alle “montagne russe” del finale, un Sean Penn ultra-caratterizzato fino a diventare di cartone, e così via.

D’altra parte, la critica meno sedotta dai clamori hollywoodiani ha sempre guardato agli Oscar con qualche sufficienza: sbagliando? A volte sì, come quando la genericità o addirittura il pregiudizio prendono il posto dell’attenzione.

Neorealismo

Compiendo un escursus su ottant’anni di premi toccati a film italiani si può avere più di una sorpresa, cioè titoli per i quali si pongono domande: chi ha resistito, e ancora ci piace trovarlo in lista? Provo modestamente e con sintesi a dire qualcosa in merito.


Fotogrammi da "Sciuscià" e "Ladri di biciclette" di De Sica (Wikimedia commons)

Nel 1947 e 1950 sono premiati Sciuscià e Ladri di biciclette, ai vertici della magica collaborazione fra Vittorio De Sica e Cesare Zavattini. Il “neorealismo degli stracci” prende nel primo (Oscar Speciale ’47) una inusitata piega fantastica, nel secondo (Oscar Speciale ’49) trasforma la disperata ricerca della bicicletta rubata in esplorazione della città. Padre e figlio vengono dalle borgate e si accorgeranno che la città è dura, complicata e perfino crudele. Due film che non si devono toccare.

Federico

Nel 1957, ‘58, e ‘64 troviamo Federico Fellini con La strada, Le notti di Cabiria e Ottoemezzo. Da varie parti criticato con asprezza per il suo “spiritualismo”, La Strada (Oscar per il migliore film straniero) racconta ancora oggi una storia di transizione nell’Italia povera degli anni cinquanta e di plebea religiosità. Tra i film che crescono nel tempo invece di calare: uno Zampanò/Quinn inarrivabile e una Masina - memorabile anche in Cabiria - dagli insospettati talenti.


Due scene da "La Strada" e "8emezzo" di Fellini (Wikimedia commons)


Ottoemezzo
(Oscar per i costumi: Pietro Gherardi, e come migliore film straniero) è un capolavoro mondiale cui molti cineasti si sono rivolti per interpretare le loro crisi di creatività. Da conservare tutto gelosamente, ogni fotogramma.

Dagli anni 60

Nel 1965 De Sica vince l’Oscar con La ciociara, per l’interpretazione di Sophia Loren. Il film sembra davvero ritagliato sugli schemi spettacolari dell’Academy, ma mi sembra rispettabile e degno del romanzo di Moravia da cui è tratto.


Sophia Loren ne "La ciociara" diretta da De Sica (Wikimedia commons)

Nel 1971 è la volta di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri (Oscar per il migliore film straniero), un film tagliente, ruvido, e nella più efficace vena grottesca del regista, anche grazie alla nevrotica e illuminante interpretazione di Volonté.


Dominique Sanda ne "Il giardino dei Finzi Contini" di De Sica (Wikimedia commons)

Nel 1972 De Sica guadagna il quarto Oscar (migliore film straniero) con Il giardino dei Finzi Contini – dal romanzo di Giorgio Bassani che non gradì la trasposizione e fece causa al regista. Film di mano sinistra, pur se pretenzioso, che a mio avviso non ha resistito da subito.


La grafica del titolo di "Amarcord" di Fellini (Wikimedia commons)

Nel 1975 Federico Fellini è premiato con l’Oscar (migliore film straniero) per Amarcord. Un ritorno nella natia Rimini dopo I vitelloni (Rimini era però Ostia), durante il periodo fascista. Anche questo da conservare gelosamente.

Sorprese

Nel 1990 il trentaduenne Giuseppe Tornatore sorprende la giuria internazionale con Nuovo cinema Paradiso (Oscar per il migliore film straniero), film generoso e inventivo pur se viziato da qualche dipendenza (dalla colonna sonora di Morricone, ad esempio); effetti giusti, a ogni modo, e bellissimo finale, forse “rubato” alla memoria di Goffredo Fofi.


Noiret e Totò Cascio in "Nuovo cinema paradiso" di Tornatore (Wikimedia commons)

Nel 1992 Gabriele Salvatores con Mediterraneo vince a sorpresa l’Oscar per il migliore film straniero con Mediterraneo, fiaba un po’ mesta su un gruppo di soldati italiani spiazzati dall’8 settembre 1943 su un’isola greca. Sorpresa perché (e qui sta il suo “comenciniano” valore) si tratta di un film medio e proprio all’italiana.


Particolare dal manifesto di "Mediterraneo" di Salvatores

Nel 1999 Roberto Benigni ottiene tre Oscar (Migliore film straniero, migliore attore, migliore colonna sonora: Nicola Piovani) con La vita è bella. Un film forse sopravvalutato; anche, a mio avviso, per il finale piuttosto infelice. Il successo - azzardo - deve aver dato un po’ alla testa al regista-attore.

Tutto in grande

Nel 2014, dopo un lungo periodo quindi, Paolo Sorrentino ottiene l’Oscar per il migliore film straniero con La grande bellezza. Ad alcuni, fra i quali l’eccellente Morandini, il film pare troppo pittoresco e un po’ parassitario rispetto a La dolce vita di Fellini. Ma chi come me ha una memoria romana lo ha trovato bello pur se diseguale, commovente, crepuscolare pur se talvolta cattivo, e degno della “Città di Dio” appena prima dell’odierno disastro.


Tony Servillo in "La grande bellezza" di Sorrentino (Wikimedia commons)

Fra i film italiani che hanno avuto l’Oscar sono più quelli buoni, a mio parere, che quelli mediocri. Ma è del cinema in toto: sala, grande schermo, fruizione collettiva, che quelli come me, cioè tanti, si preoccupano per il futuro.

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