La crisi degli alloggi narrata dal cinema
Manifestazione per il diritto alla casa a Barcellona (2026). Foto di Aniol / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0
Tre vecchi film raccontano la fame di case
Di crisi degli alloggi e affitti sento parlare da sempre. E’ stato un problema per la mia e tante famiglie dopo la guerra e, con caratteristiche assai mutate, lo è oggi in molti paesi europei. Questa ciclica e forse endemica situazione sociale mi permette di ricordare tre vecchi film che, ciascuno a suo modo, hanno contribuito alla riflessione: El pisito di Marco Ferreri (1956), Arrangiatevi! di Mauro Bolognini (1959), Delitto d’amore di Luigi Comencini (1974). Vecchi film, dicevo, certo non visibili in sala ma forse recuperabili in TV, Domovideo o Youtube.

Marco Ferreri, regista de El pisito, qui al Festival di Cannes nel 1991. Foto di Georges Biard. Licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0
El pisito (L’appartamentino) segna l’esordio al lungometraggio di Marco Ferreri ed è, come suggerisce il titolo, una storia spagnola tratta dall’omonimo racconto di Rafael Azcona che, nell’occasione, fu anche sceneggiatore.
Il film racconta la malinconica e un po’ sordida vicenda di Rodolfo, un impiegatuccio costretto a vivere in subaffitto - assieme a un callista che può fare il veterinario, l’infermiere, l’ortopedico e altro, una entraineuse, una sventurata domestica - presso una vecchia signorina che ha chiamato il suo grosso gatto Teodoro in memoria del fratello.
Rodolfo è fidanzato con Petrita da ormai dodici anni, ma i due hanno sempre rimandato il matrimonio non potendo usufruire di un alloggio. L’unica soluzione, stanti le leggi locatorie in vigore, è alquanto paradossale: Rodolfo dovrebbe sposarsi con la vecchia padrona nella speranza che muoia presto e gli lasci la casa. L’uomo è poco convinto ma tutti quelli che lo circondano, compresa la fidanzata, lo incoraggiano; Rodolfo allora sposa la vecchia, che dopo poco muore.
Per malinconica sorte l’impiegatuccio aveva fatto in tempo ad affezionarsi alla moglie, sicché l’autentico dispiacere che prova si accompagna alla consapevolezza che il matrimonio tanto aspettato, quello vero, non sarà migliore. Una storia spagnola, dicevo, segnata a forti tinte dall’humour nero tanto amato dal regista e così tipico, ricordiamo Buñuel, in quella cultura.
Ma perché Ferreri esordisce in Spagna? Quasi per caso, poiché era andato in quel paese a vendere strumenti ottici. La Spagna era sotto il dittatore Franco, ma gli piaceva molto; vi avrebbe girato altri due film: Los chicos e il notevole Cochecito (ancora con Azcona), e più tardi un lavoro di montaggio intitolato Corrida! nel quale ovviamente simpatizzava per i tori. «Mi piacciono gli spagnoli – ebbe a dirmi – perché sono, al tempo stesso, cattolici e anarchici».

Mauro Bolognini al Giffoni Film Festival 1990 Autore sconosciuto Licenza pubblico dominio in Italia PD-Italia
Arrangiatevi! esce un anno dopo la chiusura delle case di tolleranza decretata dalla legge Merlin, a boom economico appena avviato. Il cosiddetto benessere sembra alle porte ma non sono pochi gli italiani che vorrebbero abitare in un alloggio migliore. Fra questi la numerosa famiglia di un modesto artigiano, stanca di una coabitazione, che trova a prezzo accessibile una casa in centro. Senonché il basso prezzo si spiega col fatto che l’alloggio è un ex-casino dove una male incollata carta da parati copre “affreschi” licenziosi. Immaginarsi gli equivoci e le liti, anche perché vecchi clienti continuano a presentarsi reclamando il servizio.
Fermoimmagine tratto dal film "Arrangiatevi!" (1959) di Mauro Bolognini. Da sinistra: Cathia Caro (Bianca Armentano), Peppino De Filippo (Peppino Armentano), Laura Adani (la moglie) e Totò (il nonno Illuminato). Immagine inserita a scopo culturale e di critica ai sensi dell'art. 70 della Legge 633/1941 (senza fini di lucro).
Secondo Morando Morandini si tratta di una fra le più belle commedie degli anni ’50: raffinata per comicità – Peppino De Filippo e Totò fanno a gara – e per impegno civile. L’indimenticabile finale mostra Totò che arringa un gruppo di ex clienti. Il senso ultimo del discorso è che la legge Merlin costringerà i maschi a impegnarsi, cioè ad arrangiarsi, per soddisfare i loro desideri; insomma a essere più civili e più moderni come il paese esige, dopo le fatiche della ricostruzione. A incitarli, canzonandoli, è paradossalmente un vecchio, uno che nelle “case chiuse” ha passato tanto tempo e predica dall’alto, da una finestra che fa pensare al fatidico balcone di Piazza Venezia o, chissà, al Palazzo Apostolico da cui si affaccia il Papa per la benedizione domenicale.

Luigi Comencini sul set dello sceneggiato televisivo "Le avventure di Pinocchio" (1971) - Autore sconosciuto (Mondadori Portfolio) / Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Delitto d’amore vuole essere una favola operaia che ha per protagonisti due giovani, Nullo e Carmela, che lavorano nella stessa fabbrica a Milano. Si innamorano e vorrebbero sposarsi ma la periferia in cui abitano non offre altro che coabitazione in ambienti miseri. Una coppia tribolata dai bisogni materiali, quindi, e dai pregiudizi, essendo lui settentrionale e lei siciliana, con le rispettive famiglie ostili. Carmela si ammala per le condizioni nocive del reparto e in breve tempo muore; Nullo getta alle ortiche ogni prudenza sindacale e uccide il padrone della fabbrica con un colpo di pistola.
Fermo immagine di Giuliano Gemma e Stefania Sandrelli nel film Delitto d'amore (1974), regia di Luigi Comencini. Catturato personalmente dall'utente Vergerus. L'opera è rilasciata nel pubblico dominio poiché, in base all'Articolo 87 e 92 della Legge sul diritto d'autore italiana (Legge 22 aprile 1941 n. 633), i fotogrammi cinematografici e le fotografie generiche prive di carattere creativo diventano di pubblico dominio dopo 20 anni dalla loro produzione
Se presentato oggi un film simile avrebbe sollevato accuse di terrorismo, ma negli anni ’70 fu accolto come una accettabile provocazione: una favola operaia appunto, raccontata con realismo melodrammatico ma puntuale. Realistica la condizione abitativa delle periferie e non di meno la ricostruzione dell’ambiente di fabbrica.
Delitto d’amore (non certo d’onore) sorprende proprio per quest’ultimo aspetto; è infatti uno dei pochi film italiani che mostra credibilmente la fabbrica e le condizioni di lavoro degli operai.
Nelle vesti dei due innamorati se la cavano bene sia Stefania Sandrelli sia Giuliano Gemma, per l’occasione distolto dal western-spaghetti, anche se va ricordato che negli stessi anni aveva impersonato il partigiano Corbari nell’omonimo film di Valentino Orsini.
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