Masoni, ottant'anni al fianco del cinema
Il critico Tullio Masoni durante la presentazione di un suo libro
Il traguardo del critico che ha vissuto neorealismo, nouvelle vague e crisi attuale
Tullio Masoni, critico cinematografico e scrittore, è originario di Correggio e ha vissuto parte della giovinezza a Roma. Come critico ha collaborato a riviste nazionali, pubblicato qualche libro e collaborato a opere collettanee. Come scrittore ha pubblicato versi e prose dal 1986. Oggi scrive su Iosonospartaco. Arrivato a 80 anni porta con sé l’avere frequentato i maggiori festival cinematografici nazionali; ha conosciuto e intervistato autori e attori. Spesso ha firmato in coppia con Paolo Vecchi.
Un fotogramma dal film "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica (cr. Johnny Freak Wikimedia commons)
Masoni, partiamo dalla domanda più impegnativa: vista la crisi delle sale, i problemi economici con il tax credit e una generale disaffezione alla condivisione di un grande schermo, c’è ancora un futuro per il cinema?
Appartengo alla generazione che ha vissuto il neorealismo e la nouvelle vague, il cinema internazionale, l’impegno e i festival nel meglio. Il cinema era UNO. Oggi non più: dal gigantismo su grande schermo si è arrivati al nanismo dei cellulari. Pellicola, sala e grande schermo sono frantumati dalle piattaforme, dal digitale e dal conseguente moltiplicarsi della visione individuale. Eppure film se ne guardano ancora; e tanti, grazie ai mezzi leggeri, si producono. Le sale si vuotano e i troppi film restano senza sbocco, cioè non sono mostrati e visti. Temo che il paradosso sia difficile da sciogliere.

Ragazzi con i telefonini (Wikimedia commons)
Ma il cinema è ancora per tutti o poco alla volta si è ristretto a un affare per intellettuali, considerando che questa parola, nel tempo dei telefonini e dei social media, assomiglia a qualcosa a mezza strada fra un insulto e una presa in giro.
Più che di intellettuali parlerei di scolarizzati che seguono in prevalenza le programmazioni d’essai nelle sale destinate. Molte teste grigie e bianche, pochi giovani perlopiù universitari, come accade sovente per il teatro e l’attività di concerto. Occorrerebbe agire sulla formazione coi mezzi adatti e non improvvisando, cioè creare collaborazione vera disponendo il cinema al fianco della letteratura che si studia, l’arte, la musica.

Il critico Tullio Masoni
Pochi giorni fa iosonospartaco ha ospitato l’articolo di una giovane addetta ai lavori nel settore dei contenuti multimediali nel quale si dice che i giovani non amano più i film preferendo i filmati brevi che trovano sui social media, roba da qualche decina di secondi, immagini usa e getta. Lei pensa che il cinema abbia ancora qualche possibilità di agganciare le nuove generazioni?
Immagini usa e getta? Così sembra andare, purtroppo. Ma se si devono recuperare alla sensibilità giovanile Dante e Leopardi, altrettanto si dovrebbe fare con Ford, Bresson, Antonioni, Dreyer e tanti altri, stabilendo collaborazioni specialistiche. Difficile comunque, anche se ho fatto cose del genere con le scuole per anni.
Michelangelo Antonioni con Monica Vitti nel 1962 (Wikimedia commons)
Ma il cinema è una questione di sinistra? Ha notato un cambiamento di atteggiamento della politica verso il settore con la destra al governo?
Era, di sinistra. Cioè apparteneva alla cultura fissata nel dopoguerra del secolo scorso. Era di sinistra, oggettivamente, anche l’attività del cineforum cattolici che, va riconosciuto, si sono attivati nella promozione assai meglio dei comunisti, dei socialisti e dei laici. Ejsenstein, il free cinema, Fellini, Rosi, il cinema americano non maccartista, Bergman – solo per fare qualche nome – li ho incontrati per la prima volta nei cineforum cattolici a Correggio poi a Roma. Adesso i politici si interessano ai social e alla Tv; spesso penosamente, credo. Le scelte di legge governative (non solo della destra attuale) lo evidenziano.
Il regista Nanni Moretti (cr. Marco Calvani Wikimedia commons)
Restando nei confini italiani, il cinema ha sempre fatto non solo satira di costume ma è stato specchio dei tempi, anticipando alcune delle grandi riforme sociali quali il diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori, il divorzio, finendo per essere una spina nel fianco per la politica dominante. Cosa rimane di tutto questo?
Quasi niente. Ci sono espressioni individuali anche di notevole valore: Martone, Segre, Garrone, Moretti… ma individuali restano. Cioè non entrano più nel senso comune.
Straub e Huillet (Wikimedia commons)
In questi giorni il Lido di Venezia è preso d’assalto per il festival ma non sempre i film una volta in sala riscontrano lo stesso entusiasmo. Secondo lei è solo una questione di mondanità o c’è altro?
La partecipazione giubilante ai Festival più seguiti dai media mi fa pensare, sempre più, ai deliri di massa per luoghi e occasioni mondano-artistiche o turistiche. Conta il tappeto rosso, sgomitare per i selfie e gli autografi, mostrarsi per un attimo alle telecamere. Magari poi vedere anche dei film, ma sullo schema di comportamento che già si preparava molti anni fa. Alla replica di un film di Straub/Huillet, proprio a Venezia assistetti a una gazzarra da stadio, per gruppi, indegna. La critica, va sottolineato, è sempre più assente o sopravvive con enormi difficoltà. Che giornale o programma, oggi, si affiderebbe al lavoro professionale costante di un Morandini?

Marco Bellocchio e Lou Castel (cr. Gorup de Besanez Wikimedia commons)
Molti fra i maggiori attori si sono dedicati alle serie televisive. Secondo lei si tratta di prodotti di serie B o c’è qualcosa di buono?
Le serie televisive sostituiscono in qualche caso il già preziosissimo e scomparso cinema medio di sala; quello per capirci che si ritrovava, dopo la prima visione, nelle seconde e nelle terze. Non è la stessa cosa perché in genere non c’è partita. Ma serie di buon intrattenimento ci sono. Senza parlare di Bellocchio, che anche nelle serie fa cinema in senso proprio e perfino classico dalla prima all’ultima inquadratura.
Il libro di Masoni dedicato a Ferreri
Il calo del numero delle sale è impressionante, ma c’è ancora speranza o dobbiamo prepararci a immaginare il cinema solo come fruizione domestica?
Mi pare, per il poco, di avere già risposto sopra. Le sale – e il declino della multisala che avrebbe dovuto coprire tutto il visibile, invece si accartoccia fra svago generico, prezzi alti e incuria potrebbe confermarlo – diminuiranno ancora. Non so se concezioni diverse della sala e soprattutto della distribuzione potranno un po’ alla volta creare un paesaggio di fruizione diverso. Le nuove tecnologie, va riconosciuto, hanno abbattuto i costi di produzione, ma ciò non basta ad attivare nuove forme di mercato.
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