Nessun dolore, la storia che potrebbe essere
Alessandro Borghi nel manifesto del film "Nessun dolore" di Gianni Amelio
L’umano e lo spirituale nel film di Gianni Amelio
Avevamo lasciato il regista calabrese all’ottima prova di Campo di battaglia, a mio avviso uno dei migliori film sulla Grande Guerra nel cinema italiano e straniero.

Alessandro Borghi al festival di Venezia (cr. LucaPazPhoto Wikimedia commons)
Ritroviamo in Nessun dolore Alessandro Borghi ma tutto diverso, o meglio teso a una essenzialità che gli appartiene naturalmente ma che Amelio – con la regia e gli accorgimenti narrativi immaginati in sede di sceneggiatura – ha saputo portare al limite senza rinunciare alle esigenze di ritmo e armonia.

In taxi l'arrivo di Amelio e Borghi al festival di Venezia (cr. LucaFazPhoto Wikimedia commons)
Come già in altre occasioni Amelio si affida, nell’opera ultima, a una sorta di melodramma “ripulito”, ossia portato al fondo; un carattere di alcuni maestri fra i più grandi che il regista nutre con limpida convinzione: «…In genere un ragazzo del Centro sperimentale di cinematografia – afferma rifacendosi alla sua esperienza di insegnante – arriva con l’idea di esagerare, dando importanza solo al movimento di macchina. Spesso ci si dimentica cosa bisogna raccontare. Prima deve arrivare l’idea, e poi si trova naturalmente il modo di rendere questa idea con la cinepresa. Da tanti anni lavoro con mio figlio (Luan, ndr) come direttore della fotografia; ci conosciamo, e lui sa perfettamente che non esistono carrelli. Cerco solo l’essenziale».

Gianni Amelio in una foto del 1992 (cr. Gorupdebesanez Wikimedia commons)
L’intento di Amelio e dei suoi collaboratori è d’altronde dichiarato in epigrafe: Questo è il racconto di una storia non ancora accaduta ma che potrebbe accadere in futuro.
Davide, il protagonista, vende libri usati e sa che tutte le buone storie che li animano sono inventate ma possibili, vere. L’involontaria responsabilità per la morte di un piccolo magrebino che volevano affidargli sulla strada dà una scossa violenta alla linearità del suo essere solitario e sensibile. Da qui avviene una “provocatoria” inversione: lo slogan della destra secondo la quale rischieremmo l’invasione dei migranti si verifica nella vicenda privata di Davide ma appunto per inversione, cioè proietta il suo senso di colpa in un altro mondo. Che è fantastico quanto reale, avulso dalle abitudini quanto (pacificamente) rivelatore.

Valeria Golino a Venezia (cr. LucaPazPhoto Wikimedia commons)
La veritiera, casta e grave spontaneità con cui Davide si affida a una sorte inattesa e drammatica, assumono man mano il valore della scoperta, ossia di una umanità che si afferma sulla linea dello zero. Nessun dolore perché altro, dunque. Davide vorrebbe, nell’immediato, liberarsi dei migranti che hanno invaso il suo appartamento, ma poi, per una sorta di passività attiva, si abbandona ai destini previsti dal senso comune (il vicinato) e dalla legge.

Valerio Mastandrea al festival di Venezia (cr. LucaPazPhoto Wikimedia commons)
Pur ammettendo di conoscere meno della metà dei libri che ha messo in vendita nel chiosco, egli sostiene che occorrerebbe conoscerne molti per cogliere, notavo sopra, la loro verità possibile, l’autenticità che il libro trasmette al di là della pura invenzione.

Gianni Amelio al festival di Venezia (cr. LucaPazPhoto Wikimedia commons)
«Così sono i libri per chi li ama – ha scritto in proposito Roberto Escobar – presenze fatte di carta, promesse in attesa…a volte si tocca un punto fermo e impensabile dove nulla da nulla è più diviso, né morte da vita né innocenza da colpa, e dove anche il dolore è gioia piena. Versi, questi di Mario Luzi, che hanno in sé il dolore che attraversa il film di Amelio. E la sua gioia».
Portato per mano da un regista sicuro della propria sensibilità, Davide si attacca alla fragile ma decisa intenzione di preservare il corpo del piccolo magrebino da ceneri anonime. Incontra quindi un sodale, un amico dai modi bruschi (l’eccellente Mastandrea) che finisce per specchiarlo dal contrario.
L'attore palestinese Omar Suleiman nel ruolo del nonno (dal sito Lente locale)
Nessun dolore viene incontro con inesorabile pacatezza e profondità. Ho scritto sopra di dolore altro, di linea zero per marcare l’essenzialità. Non basta. Lo stile felicissimo di Amelio, la sua capacità di “creare dal nulla” – e con nulla che è molto - prendono talvolta un sottosenso onirico del quale, a prima vista, non ci si era accorti: «…Una fiaba di ambientazione metropolitana – ha scritto Alberto Crespi - quei migranti sono creature della coscienza turbata di Davide…». A cos’altro fanno pensare la casa affollata e poi deserta coi libri sparsi sul pavimento?
Ancora Escobar scrive: «Non è ancora accaduta la storia di Nessun dolore, ma potrebbe accadere in futuro. Quando un film è bello – quando il suo autore ne ha l’intelligenza e l’amore – si crede a tutto. Anche alla speranza». Perché Nessun dolore è opera spirituale e umana, o – si perdoni il gioco di parole – umana perché spirituale. Ci dà emozioni dal niente e le trattiene per tutto il racconto con invidiabile costanza di grazia. Una superiore realtà, non un qualunque realismo di cronaca. Anche così, credo, si può e si deve avversare il mondo orribile in cui viviamo.
Nessun dolore
di Gianni Amelio
con: Alessandro Borghi, Valeria Golino, Valerio Mastandrea - Soggetto e sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Serino, Andrea Quetti – Fotografia: Luan Amelio – Montaggio: Stefano Mariotti – Musiche: Fabio Massimo Capogrosso – Scenografia: Andrea Castorina – Produzione: Kavac Film / Rai Cinema, 2026
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