Sam Neill, il valore della costanza

Sam Neill, il valore della costanza

Sam Neill con la governatrice della Nuova Zelanda Cindy Kiro (cr. nz government Wikimedia commons

Ha prestato la sua faccia severa alle prove più diverse

Goffredo Fofi rimproverava alla critica (a quella impegnata, in particolare) una scarsa considerazione per gli attori. Un vizio “contenutista” derivato dalla preoccupazione per il messaggio esplicito che il film doveva trasmettere. Gli attori, le star o da noi i divi andavano invece visti nella complessa comunicazione di un sistema che, per quanto pianificato nell’attribuzione dei ruoli (specie se si pensa al cinema di genere) implicava e implica variabili “democratiche” talvolta sorprendenti.

Il critico Goffredo Fofi (dalla pagina Fb Goffredo Fofi)

Fofi si riferiva al cinema americano fra gli anni venti e i cinquanta, allorché la concorrenza fra le majors obbligava a distinzioni tematiche e problematiche e, riguardo agli attori, l’ambivalenza secondo la quale ruoli prestabiliti si alternavano alla soggettività parziale ma incisiva di alcuni che, in ultima istanza, avrebbero determinato il successo attraverso l’eccezione. Fu il caso di Garfield, di Brando, di James Dean e, per certi aspetti di Montgomery Clift.

James Dean con Natalie Wood (Wikimedia commons)

Una democrazia resa necessaria dalla concorrenza di mercato, certo, ma foriera di ambiguità non sempre perfettamente disciplinabili dal mercato stesso, almeno fino alla tenuta del modello: «…In questo gioco – scriveva Fofi – sta, in definitiva, la forza e la grandezza della Hollywood dagli anni Venti ai Cinquanta: individuare, prevedere, recepire le richieste del pubblico, e riportarle dentro uno schema di valori fissi».


Montgomery Clift (cr. studio publicity Wikimedia commons)


Il meccanismo ebbe dagli attori, dalle star o dai divi un contributo talvolta specifico e personale. Vale a dire che anche l’attore in quanto tale, in certi casi ma non pochi e facendosi personaggio, trasmetteva conflitti e in certa misura ambiguità.


Sam Neill e Sean Connery in "Caccia a ottobre rosso" (dalla pagina Fb Cinephilia)


L’analisi di Fofi riguardava soprattutto il cinema americano, come ricordavo, tenendo conto della sua potenza industriale e della conseguente popolarità internazionale; ma spostando l’asse anglosassone (sulla Gran Bretagna, anzitutto) si deve ricordare che gli attori si sono sempre distinti per l’alta professionalità, tanto da passare con assoluta disinvoltura dal teatro al cinema. E’ un luogo comune: la scuola inglese non fa differenza, non lascia scorie da una pratica all’altra.


Sam Neill e Laura Dern in "Jurassic park" (dalla pagina Fb Eye cinema Galway)


Sam Neill, scomparso nei giorni scorsi, è stato un para-britannico esemplare e ha attinto, nell’applicare quelle tecniche, a un evidente eclettismo. Ha cioè prestato la sua faccia severa alle prove più diverse sempre tendendo a una speciale ambiguità. In apparenza solido e monocorde, dava l’idea di nascondere debolezze e sfumature drammatiche poco prevedibili.


Il regista Steven Spielberg (cr. Ralph PH Wikimedia commons)


Steven Spielberg, che lo aveva diretto fra i dinosauri, ha detto di lui: «Sam era una persona eccezionalmente collaborativa. Per lui è stata una vera sfida interpretare un personaggio che si comportava come se i bambini fossero disordinati e maleodoranti perché questo era l’opposto dell’amorevole padre che era per i suoi figli».

Sam Neill al festival del cinema di Venezia (dalla pagina Fb Sam Neill)

Neill, insomma sapeva praticare l’opposto da sé pur lasciando trasparire variazioni a volte inquietanti, sorprese comportamentali. Per questo si è mosso agevolmente fra ruoli d’azione, amorosi ma un po’ oscuri, e di puro mestiere. Ha lavorato anche nell’horror, come sappiamo, e con registi molto diversi fra loro, da Zulawski a Schepisi a David Hare a Jack Ryan per Caccia a ottobre rosso, il primo adattamento dalla serie thriller dello scrittore Tom Clancy.


Neill è sempre stato un sostenitore della causa dei maori (cr. nz government Wikimedia commons) 


E Neill è stato anche un prezioso testimone del proprio tempo nelle terre che gli hanno dato i natali: difensore convinto e attivo della causa maori in Nuova Zelanda e politicamente impegnato nel partito laburista australiano.


La regista neozelandese Jane Campion (cr. nz government Wikimedia commons)


Tornando al cinema, come dimenticare la sua presenza nel  bellissimo Lezioni di piano di Jane Campion, una cineasta notevole pur se in qualche caso discontinua. Ma non era discontinuo lui, Sam Neill, che imitando da lontano e col proprio personalissimo stile la duttilità delle star americane vive nella memoria degli spettatori per una indubitabile costanza. All’inglese, potremmo dire, perché dedita a uno stile suggerito da tipiche espressioni letterarie, teatrali e come già detto professionali.

Cartolina dedicata a Clark Gable (cr. gorup de besanez Wikimedia commons)

Se pensando a Clark Gable avvertiamo quel filo di volgarità che lo ha reso famoso: un tanghero perlopiù simpatico e affascinante, e in Paul Newman una violenza trattenuta dall’ipnosi degli occhi chiari, solo per fare due esempi fra mille, di Neill ricordiamo l’austerità. In ogni situazione, a “qualunque prezzo”. Io l’ho sempre immaginato, per chiudere, come un pastore protestante attraversato dai dubbi e dal dolore dei desideri. A prescindere, qualunque ruolo interpretasse.

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