Il sacrificio lui sapeva cos'era

Il sacrificio lui sapeva cos'era

Dalipagic davanti alla targa che ricorda l'impresa dei 70 punti (foto da Facebook)

Dalipagic, la volontà l’aveva reso il più grande  

Alcuni giorni fa iosonospartaco ha pubblicato un interessante articolo di Aurora Burroni, studentessa magistrale e atleta, sul tema della cultura del sacrificio e sulla disillusione legata alla sfiducia nel modello proposto dalla pubblicità e dalla cultura economica dominante. Un intervento non privo di spunti di dibattito, soprattutto fra quanti si affacciano al mondo del lavoro, costretti a ridimensionare le proprie aspirazioni in nome di un ritorno economico spesso nemmeno gratificante.

Di recente il mondo dello sport è stato scosso dalla notizia della morte di un campione, uno dei più forti giocatori di pallacanestro di sempre, compresi anche gli assi del professionismo americano. Era uno jugoslavo, in particolare un erzegovino, e si chiamava Drazen Dalipagic. Con lui scompare uno dei talenti più clamorosi che questo sport abbia mai avuto, punta di una generazione di assi jugoslavi come non ce ne sono più stati. E’ profondamente sbagliato affermare che la medaglia d’oro olimpica la Jugoslavia l’abbia vinta solo perché nel 1980 a Mosca non c’erano gli Stati Uniti; l’avrebbe vinta comunque, anche l’Urss di quegli anni aveva dovuto piegare la testa.

Non si accontentava del talento

Cosa c’entra Dalipagic con la cultura del sacrificio? C’entra. Perché a fronte della corretta analisi di Aurora Burroni sulla frustrazione che piomba sulle spalle dei giovani lavoratori per aspirazioni andate a vuoto, è giusto ricordare anche un esempio contrario, quello di un uomo che è riuscito a mettere a frutto un talento naturale incredibile, non accontentandosi di essere uno dei migliori ma pretendendo da se stesso di essere il migliore in assoluto. Come c’è riuscito? Con una dedizione assoluta al sacrificio. In un’epoca – erano gli anni Ottanta – in cui le regole del gioco prevedevano che ogni squadra potesse tesserare solo due non italiani, azzeccare gli stranieri era fondamentale, il passo decisivo. Ci si affidava ad americani conosciuti solo sulla carta o visti nei filmati, oppure decantati dal procuratore, considerando che internet non c’era e di partite degli Stati Uniti se ne vedevano poche. Molti spacciati per campioni si rivelavano bidoni.



Drazen Dalipagic in azione con Venezia (cr. Wikimedia commons)

In Italia qualcuno ebbe la felice intuizione di lasciare stare l’America e di pescare poco oltre confine, nella Jugoslavia dei miracoli. Dalipagic non fu l’unico di quella generazione di fenomeni ma i segni più vistosi li lasciò lui. Fu lui con il suo Venezia a segnare 70 punti contro la Virtus Bologna, record che oggi nel basket del corri e tira non è nemmeno concepibile, per nessuno. Tirava tanto ma faceva giocare i compagni, abituato com’era ad avere campioni al proprio fianco nel Partizan di Belgrado. Gente come quella poteva stare accanto solo ad assi dello stesso calibro.

Era capace di autopunirsi

Quindi un talento naturale quale era lui aveva avuto vita facile nell’emergere, si dirà. Falso. Dalipagic era un uomo grato per le doti che aveva. Non solo ogni partita era la più importante della vita, ma ogni allenamento lo considerava il più importante. Con un poco di sangue zingaro nelle vene, pretendeva da se stesso quello che gli altri non erano in grado di fare. Giovanni Grattoni, uno dei migliori interpreti del ruolo di guardia nella pallacanestro nazionale, con lui a Venezia, raccontava di come Dalipagic fosse talmente severo da autopunirsi dopo prestazioni che giudicava non all’altezza. Si infliggeva supplementi di allenamento in solitaria senza che nessuno glielo imponesse. Metteva in pratica a modo suo la cultura del sacrificio. Quindi tutti impegnandosi a fondo possono coronare il proprio sogno? Falso anche questo. E’ però bello, e consolante, sapere che per qualcuno è stato così.

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