La nuova sfida di governare la macchina
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Il ruolo umano nell’indirizzare l’intelligenza artificiale
Nel Fedro (il dialogo platonico che unisce amore, anima, bellezza e filosofia del discorso), Theuth, inventore della scrittura, la presenta al re Thamus come rimedio per la memoria. Il re replica che l'autore di un'arte non è il giudice più adatto dei suoi effetti: la scrittura darà ai discepoli l'apparenza del sapere, non il sapere. Ventiquattro secoli dopo, la scena si ripete con l'intelligenza artificiale. Anche oggi ci interroghiamo sugli effetti di una nuova tecnica e sulla responsabilità di chi la usa. Ma la domanda può essere rovesciata: che cosa diventa possibile quando l'essere umano impara a lavorare con ciò che ha costruito?

Ugo di San Vittore scrive il Didascalicon. Miniatura del XIII secolo. Conservato presso la Bodleian Library di Oxford Wikimedia Commons / Pubblico dominio
La parola “artificiale” porta con sé una duplice storia. Può significare falso, contraffatto, ciò che simula una realtà senza possederla. Ma, nel suo significato più antico, indica ciò che è prodotto con arte, mediante un sapere e una tecnica. Per il maestro medievale Ugo di San Vittore, le arti meccaniche sono un rimedio all'infermità umana: non un inganno, ma un modo di estendere le possibilità del corpo e di intervenire sulla natura. L'artificio non è necessariamente l'opposto dell'autentico; può essere una forma dell'inventiva umana.

Ramon Llull, pannello in maiolica presso il Santuario di Nostra Signora di Cura (Maiorca) (Foto di Felipealvarez disponibile su Wikimedia Commons sotto licenza CC BY-SA 4.0
La storia offre esempi singolari di questa ambivalenza. Tra Due e Trecento Raimondo Lullo costruì la sua Ars, un sistema di cerchi concentrici mobili, sui quali erano disposte lettere corrispondenti a concetti fondamentali. Le loro combinazioni generavano proposizioni con cui Lullo sperava di dimostrare la fede anche a chi non la condivideva. La macchina combinava, ma il sapere e il progetto erano umani. Nel 1770 Wolfgang von Kempelen presentò alla corte di Vienna il turco, un automa che giocava a scacchi e sconfiggeva gli avversari. Per decenni stupì il pubblico, finché si scoprì che nel mobile era nascosto un giocatore in carne e ossa. Qui l'artificiale era un inganno, una finzione che nascondeva il lavoro umano.

Sezione interna e dettagli strutturali del mobile del "Turco Meccanico", il finto automa scacchista ideato da Wolfgang von Kempelen (immagine di von Racknitz Bibl. Humboldt Wikimedia commons)
Oggi il rapporto si è capovolto: nei modelli generativi non c'è un uomo nascosto nella macchina, ma una macchina costruita a partire da una moltitudine di tracce umane. La novità dell'intelligenza artificiale generativa sta nel fatto che la tecnica entra direttamente nel dominio del linguaggio. Nel Didascalicon, Ugo di San Vittore distingue le arti meccaniche, rivolte alle opere del corpo, dalla logica, che riguarda il discorso. Un modello linguistico è un artefatto tecnico che opera proprio in questo spazio: genera testi, sintesi, traduzioni, proposte. Non comprende ciò che produce, ma rende possibile delegare alcune attività intellettuali che fino a ieri richiedevano il lavoro diretto di chi scrive.
Il problema
È qui che si apre una questione nuova. La delega può impoverire il pensiero, quando diventa rinuncia alla fatica di cercare, confrontare e giudicare. Può favorire l'omologazione degli stili e trasformare la scrittura in un consumo passivo di risposte già confezionate. Ma non è questo l'unico esito possibile, un modello può diventare uno strumento di confronto: suggerire alternative, mettere alla prova un'intuizione, formulare obiezioni, indicare connessioni inattese.
La sua risposta non conclude necessariamente il lavoro: può rilanciarlo. In questo confronto, l'essere umano non smette di creare, ma impara a farlo in un contesto nuovo. La differenza non sta soltanto nella quantità di operazioni affidate alla macchina, ma nella qualità della relazione che si instaura con essa. L'intelligenza artificiale non possiede intenzioni né assume responsabilità; tuttavia, il suo impiego può modificare profondamente il processo creativo. Chi lavora con un modello può produrre più idee, esplorare strade prima trascurate, tornare più volte sul proprio testo.
L'invenzione della stampa (Johnson, Fry & Co. Library of congress prints and photograph division Pubblico dominio)
Il risultato nasce da una successione di proposte, scelte, rifiuti e trasformazioni. Non è semplicemente opera della macchina, né coincide con ciò che l'autore avrebbe prodotto da solo. La direzione, il senso e il giudizio restano umani. Forse è proprio qui che occorre ripensare la creatività. La storia delle tecniche mostra che la scrittura ha trasformato la memoria, la stampa la circolazione del sapere, la fotografia il rapporto con le immagini. Nessuna di queste invenzioni si è limitata ad aggiungere uno strumento a un'attività rimasta identica a se stessa.
Anche l'intelligenza artificiale ci invita a rivedere l'idea che creare significhi soltanto produrre qualcosa di originale con le proprie risorse. La creatività si manifesta anche nel riconoscere possibilità, intrecciare idee, scegliere tra alternative e dare una direzione a ciò che emerge da un confronto. Il valore del lavoro umano non risiede esclusivamente nella produzione, ma nella libertà di orientarla e di attribuirle un senso. La responsabilità, allora, non si esaurisce nella verifica della verità o nella dichiarazione dell'uso dell'intelligenza artificiale. Consiste anche nell'orientare il processo, nel decidere che cosa affidare alla tecnica e che cosa non può essere delegato: il giudizio, la scelta dei fini, la responsabilità delle conseguenze.

Platone e Aristotele nel dettaglio dell'affresco "La Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio, Musei Vaticani Wikimedia common Pubblico Dominio (PD-Art / PD-old-100)
Nel giornalismo questo significa verificare le fonti; nell'arte, assumere la responsabilità delle scelte e dei gesti; nella ricerca, non confondere la rapidità di una sintesi con la profondità della conoscenza. Theuth non poteva prevedere tutti gli usi della scrittura, né Thamus esaurirne le possibilità con il suo giudizio. Anche oggi non sappiamo quali forme di pensiero e di creatività nasceranno dalla collaborazione con l'intelligenza artificiale. Non si tratta di immaginare una macchina che pensa al nostro posto né di difendere l'essere umano da ogni forma di delega. Si tratta di imparare a usare una nuova arte senza rinunciare alla propria. La sfida non è soltanto impedire che la macchina ci sottragga qualcosa, ma scoprire che cosa, lavorando con essa, possiamo ancora inventare.
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