Chi legge non è mai solo
Calco in gesso di un cervo riprodotto nelle incisioni rupestri in Val Camonica (cr. roger 469 Wikimedia commons)
Dalle caverne a oggi, comunicare è una necessità
Come dice la Scuola di Palo Alto, E’ impossibile non comunicare: cioè, mentre enuncio l’esatta volontà di non parlare con X, in realtà sto ancora comunicando, posto che lo si possa fare anche altrimenti dalle parole: tramite gestualità, postura, occhiatacce, sorrisini, ghigni. Ma da dove nasce questo ineludibile bisogno di comunicare? Direi da molto lontano.

University avenue a Palo Alto (Wikimedia commons)
In questo esatto momento mi chiamo Gna, che non è un portato dei Malavoglia, e il mio molto ipotetico compagno si chiama Gni: siamo dei rispettabili cavernicoli, non sposati, perché ancora non è stato inventato il vincolo del matrimonio, ma condividiamo il giaciglio di foglie e di frasche, che poi impareremo a chiamare materasso, ma tipo tra 5.000 generazioni. Abitiamo, in Francia, nella grotta Chauvet: è il 36.000 a.C, che non so come venga in euro. Voglio precisare che noi siamo homo sapiens, mica come quella troglodita di Lucy, vissuta 3,2 milioni di anni fa. Piccolina, tratti del volto da primate e afarensis, cioè, muta. Insomma, single a vita.
Immagini di cavalli nella grotta di Chauvet (cr. communication 2 grotte chauvet Wikimedia commons)
Alla sera io pesto semi su una pietra, perché Gni va detto è un gran bravo ragazzo, ma come cacciatore è penoso. Dopo cena, insomma dopo quella specie di spuntino proteico, ci disponiamo ad ascoltare il nostro cantore, Kik, che con l’aiuto dei disegni ci racconta la storia dell’incontro con il leone. Ogni volta finisce in modo diverso, ma mai che il leone sopravviva.
Il leone delle caverne (cr. Museo della preistoria San Lazzaro Wikimedia commons)
A sopravvivere intatta, invece, sera dopo sera, è la voglia di ascoltare quelle parole che hanno un effetto di incantesimo: Kik ci descrive una volta il fremito delle narici della belva mentre segue l’usta, e noi lo vediamo e ci viene di nasconderci. Oppure racconta il fetore delle fauci spalancate e quasi ne proviamo ribrezzo. Noi non lo possiamo comprendere, ma è nata l’epica. La parola Epos significa parola detta, dalla radice Ep del verbo connesso a tale funzione.

F. Reichert "La prima stampa di Gutenberg", 1871 (Wikimedia commons)
E soprattutto sono nati i primi lettori, che, però, erano degli ascoltatori. Almeno fino al 1450, data in cui un irrequieto orafo/commerciante/imprenditore, Gutenberg, inventa la stampa a caratteri mobili. Solo la generosità dell’arcivescovo di Magonza impedì che lo stampatore venisse imprigionato per debiti.
La Bibbia a stampa di Gutenberg (cr. alpra arazel Wikimedia commons)
La Chiesa si rende subito conto che le potenzialità della stampa sono notevoli: ma con la stessa immediatezza se ne rendono conto i protestanti, che leggono meglio e più profondamente la Bibbia, si mettono a stampare critiche aspre e pungenti contro il malcostume della Curia di Roma. E sappiamo com’è finita…

L'elenco dei libri messi all'indice dalla Chiesa, 1564 (Wikimedia commons)
Giova ricordare che però la Chiesa aveva anche cominciato a diffidare dei libri e dal 1497 al 1966 costituisce una commissione dal nome esplicitamente minaccioso: Index librorum prohibitorum. In altre parole, si tratta di 450 anni di ostinata ed implacabile censura: tra i tanti troviamo tutti i più significativi autori delle lettere italiane.
Ingres, "Apoteosi di Omero", 1827 (Wikimedia commons)
Torniamo a maggiore leggerezza.
Non siamo più nelle caverne, ma magari sotto un carrubo che con la sua folta chioma ci protegge dal sole: il cielo è blu, terso e greco. C’è un uomo anziano, incerto nei passi, ma dalla voce sicura, quando declama i versi che parlano di guerra, rapimenti, sotterfugi: il pubblico lo ascolta senza fiatare. il suo nome è Ὅμηρος, (Omero), letteralmente colui che non vede. Si tramanda che il poeta greco fosse cieco, ma occorre ricordare che presso gli antichi la cecità aveva un valore sacrale, poiché si accompagnava ad una maggiorazione della vista interiore e, dunque, della sapienza.
Ulisse ed Eolo (dall'Odissea della Rai, 1968 Wikimedia commons)
Omero, o chi per lui, ci parla del mare colore del vino, anche se la distesa marina è calma e si può fare kite; le navi sono sempre dalla prora veloce, anche quando sono in secco come balene spiaggiate. In breve, cerca spasmodicamente con gli epiteti formulari di tenere con costanza agganciata l’attenzione dell’ascoltatore, che non ha la possibilità di tornare indietro nelle pagine come il lettore moderno che, per esempio, si deve districare tra i Buendia di Marquez. Insomma, se uno parla, non gli puoi fare stop col telecomando, perché non capisci chi è il personaggio di una serie… E questo chi è non si può nemmeno pensare di dirlo mentre c’è un aedo che si sgola. Insomma, che l’uomo si trovi in una piazza di villaggio, in una caverna, in una corte, ha sempre piacere che qualcuno gli racconti delle storie.
Mafalda e i personaggi delle sue strisce, Madrid (Wikimedia commons)
Appena ho imparato a leggere, ho eretto tra me e il mondo una barriera popolata di libri, albi a fumetti, strisce di Mafalda, Peanuts, Beetle Bailey, Bristow. Attendevo con ansia il giorno di uscita dei giornaletti; nell’edicola sotto casa tendevo a perdermi. Essendo troppo piccola per andare da sola, mi ero anche attrezzata con una consegna a domicilio tramite la portiera che chiamavo al citofono. Le mie letture più belle sono dovute ad amori o a imposizioni, ripartiti in egual misura: ho incontrato Edipo Re in una mattinata di caldo assoluto. Non so perché quel giorno non fossi al mare, ma comunque ero profondamente annoiata dal dover leggere la mia prima tragedia greca.
Mi ero messa in veranda, il luogo più assolato e caldo della casa, forse nel tentativo di aggiungere sofferenza all’espiazione in corso: ero già intrisa di πάθει μάθος (apprendimento attraverso la sofferenza) e non lo sapevo. E però dopo pochi versi mi trovavo a Tebe e assistevo con sgomento a un drammone da famiglia disfunzionale. Non c'era più caldo, ma solo la curiosità di sapere come andasse a finire. Male: non ho avuto il coraggio di leggere il sequel, Edipo a Colono.
Giroust, "Edipo a Colono", 1788 (Wikimedia commons)
Dopo due anni dalla fine del mio primo amore, ancora come uno speleologo testardo cercavo tracce negli abissi della memoria di parole scadute, di lasciti disattesi: per puro caso mi imbatto nel fantasmagorico “Maestro e Margherita” e ne vengo risucchiata. Ho una fortissima influenza, la febbre, il mal di testa e mai come allora ho desiderato guarire per poter tornare a quelle pagine, ormai divenute un portale.
Non rileggo che raramente, perché non mi piace ritornare in un posto dove sono stata felice: ho paura che quel ricordo di felicità si possa dissolvere come un reperto antico al contatto con l’aria.
Mauzaisse, "Ariosto risparmiato dai briganti" (Wikimedia commons)
Uno dei più grandi limiti della mia professione consiste nella difficile, se non impossibile, trasmissibilità del bello: la delicata prosodia di un verso, l’immagine di Dante che ad occhi bassi segue il suo Maestro, le leggere e pregne ottave di Ariosto quando nel proemio presenta l’opera al bizzoso Cardinale, insomma tutto quello che mi piace e che è utile alla formazione dei miei alunni deve essere accettato come verità dogmatica. Perché la letteratura è educazione al bello e ai sentimenti e la lettura ne è il suo unico strumento.
Il biviere di Lentini (cr. D. Mauro Wikimedia commons)
Chi legge abita a Macondo, al Biviere di Lentini, agli Stagni del Patriarca e non è mai solo: impara parole, punteggiatura, pensiero critico. Un libro in borsa, un romanzo in mente forniscono talora una compagnia ben più raccomandabile di altre: perché non si stancano di parlarci. Ci insegnano a dubitare e, quindi, a credere.
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