Alla ricerca di un mediatore per Moro

Alla ricerca di un mediatore per Moro

Aldo Moro in una delle foto scattate dalle Brigate Rosse durante il sequestro (Wikimedia commons)

I tentativi falliti fra avvocati, istituzioni e sciacalli

Mentre i giorni della prigionia di Aldo Moro continuavano ad aumentare, le istituzioni italiane a cominciare dai servizi segreti non erano riuscite a fornire uno straccio di indizio, una indicazione qualsiasi per arrivare al luogo della prigionia o per aprire un concreto contatto con i brigatisti che al contrario continuavano a recapitare lettere di Moro e i loro comunicati, per altro sempre più chiari negli assunti, arrivando a fornire un elenco di 13 nomi, brigatisti in carcere, da usare come merce di scambio: la loro libertà per riavere Moro vivo.


Il comunicato n°8 delle Br con evidenziati i nomi dei 13 brigatisti 


Se lo Stato non aveva intenzione di recedere dalla linea della fermezza non aprendo alcuna trattativa per non riconoscere una soggettività politica alle Br, era inevitabile che al di fuori dell’ufficialità si tentasse comunque di trovare agganci per riportare Moro a casa. In maniera assolutamente occulta ci aveva provato il cattolico Corrado Corghi (ne abbiamo parlato nell’articolo La mediazione impossibile per salvare Moro) ma innumerevoli furono le piste battute con il governo nel ruolo di spettatore pressoché inerme.


L'avvocato ginevrino Denis Payot (cr. Mr.Shadow Wikimedia commons)


Il più celebre, ma non certo il più efficace, fu quello condotto attraverso un avvocato svizzero, il ginevrino Denis Payot. Perché proprio lui? Perché solo un anno prima Payot aveva giocato il ruolo di mediatore in un altro rapimento eccellente, quello del presidente degli industriali della Germania ovest – Hanns-Martin Schleyer – ad opera della Raf, sigla che sta per Rote Armee Fraktion (tradotto letteralmente dal tedesco Frazione dell’Armata rossa). La Raf era un’organizzazione di estrema sinistra che in qualche modo poteva essere paragonata alle Brigate rosse, innanzitutto per la scelta della lotta armata.


Schleyer, a destra, con il cancelliere Schmidt (cr. Lothar Schaak bundesarchiv Wikimedia commons)


A dire il vero la mediazione di Payot ebbe una conclusione tragica considerando che Schleyer fu ammazzato e fatto ritrovare nel bagagliaio di un’auto mentre diversi esponenti di punta della Raf trovarono misteriosamente la morte nelle celle del carcere, tutti casi classificati come suicidi. Però nella condizione disperata in cui ci si trovava con Moro, non era il caso di andare troppo per il sottile e così l’avvocato venne chiamato da Ginevra e incontrò la famiglia Moro nonché esponenti della Dc vicini all’ostaggio.


La relazione di maggioranza della commissione, in rosso il passaggio sulla personalità di Payot (dall'Archivio Flamigni)


Leggendo la deposizione della vedova di Moro alla prima commissione parlamentare si scopre come Eleonora Chiavarelli fosse molto amareggiata perché a quell’uomo erano stati messi i bastoni fra le ruote, direttamente in Svizzera, con il governo federale di mezzo perché non si occupasse del caso. Un’altra situazione inspiegabile. Ma le cose cambiano radicalmente se si va a leggere la relazione di maggioranza della commissione stessa che dedica diverse pagine alla figura di Payot tratteggiando tutta un’altra persona rispetto a quella che si pensava.


Il passaggio della relazione che evidenzia la posizione della Cri internazionale (dall'Archivio Flamigni)


Le notizie non positive arrivarono proprio dalla Svizzera e dalla Germania, da dove si seppe che Payot non godeva di gran credito in ambienti di giustizia e che nella gestione del caso Schleyer non era stato granché efficace non perdendo invece occasione di mettersi in mostra. Ma non basta. Accreditato, per un equivoco, come presidente della Commissione dell’Onu per i diritti dell’uomo, era invece presidente della Lega svizzera per i diritti umani, entità privata senza un riconoscimento internazionale, Lega dalla quale fu per altro caldamente invitato a dimettersi. La mediazione di Payot in pratica finì prima ancora di cominciare.

Il monumento alle cinque vittime di via Fani (cr. Giu Pepis Wikimedia commons)

Ma mentre si chiudeva il contatto con l’avvocato svizzero se ne apriva un altro, con la Croce rossa internazionale, con grande timore del governo, interessato a che l’intervento della Cri non comportasse la constatazione di una situazione di belligeranza, con il conseguente riconoscimento delle Br come soggetto politico. Leggendo riga per riga la relazione di maggioranza della commissione parlamentare c’è da restare sgomenti sul modo in cui il caso fu trattato, decidendo in pratica di non agire sulla base di interpretazioni della Convenzione di Ginevra. Perso fra bizantinismi legislativi, anche questo tentativo andò a vuoto, non si ottenne nemmeno un generico appello umanitario nei primi giorni di maggio del 1978, quindi poco prima dell’uccisione di Moro.

Il palazzo di piazza San Callisto sede della Caritas internationalis (cr. Jordiferrer Wikimedia commons)

La lettura della relazione svela un altro retroscena che, come solo in Italia può accadere, passa dal tragico al grottesco. A differenza della Croce rossa internazionale un’organizzazione che si era messa pienamente a disposizione era la Caritas internationalis. A questo proposito aveva allestito una linea telefonica particolare nella sua sede romana di piazza San Callisto. Una telefonata parve godere di maggiore credibilità: una voce riferiva di avere notizie importanti ma di volerle rivelare solo all’onorevole Guido Bodrato che avrebbe dovuto farsi trovare accanto al telefono il 22 aprile alle ore 16. Bodrato ovviamente si prestò ma la telefonata non arrivò mai.

Guido Bodrato e i passaggi della relazione sulle telefonate alla Caritas (cr. Camera dei Deputati e Archivio Flamigni)

Ne arrivò invece un’altra che venne presa in considerazione. Un uomo che si spacciava per brigatista disse che avrebbe messo in contatto diretto al telefono Moro con la moglie. Eleonora Chiavarelli venne accompagnata nella sede della Caritas e la telefonata arrivò ma si interruppe subito. In seguito la vedova disse di avere avuto la sensazione di avere a che fare con qualche imbroglione. Questo tipo di imbroglione che si inserisce nei sequestri di persona per ricavarne soldi o altro ha un nome preciso: sciacallo. Se ne conteranno tantissimi nella stagione tristissima dei sequestri di persona per estorsione, fra anni 80 e 90.

La famiglia Moro in visita da Paolo VI (Wikimedia commons)

Questi furono tutti tentativi di negoziazione avvenuti a mezza luce, un po’ nascosti e un po’ no, ma ne sarebbe presto arrivato un altro, in pieno sole, che avrebbe scosso le coscienze del mondo, pur senza riuscire nel proprio intento: quello di Papa Paolo VI. Di questo tentativo del Papa, che morirà di lì a poco, parleremo molto presto, ma forse un solo articolo potrebbe non bastare.     

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