Via Gradoli, la soffiata degli spiriti
Il disegno di copertina del volume "La seduta spiritica" di Antonio Iovane edito da Minimum Fax
Moro, Prodi e l’indicazione del covo
Di recente iosonospartaco.it esaminando i brogliacci della sala operativa dei carabinieri di Roma del 16 marzo e del 18 aprile 1978 ha messo in luce come nei giorni drammatici del sequestro Moro si siano accumulate, in mezzo a serie indicazioni sulla possibile presenza di covi brigatisti e su fantasiosi luoghi in cui il presidente della Democrazia cristiana sarebbe stato prigioniero, decine e decine di telefonate di mitomani che indicavano come Moro fosse morto da giorni, su dove fosse il suo cadavere e chi dovesse essere tenuto sotto controllo. Uno spazio infinito per anonimi in cerca di un minuto di gloria e ciarlatani senza scrupoli pronti a mettere in difficoltà un nemico personale anche solo dopo una lite condominiale.
La strage di via Fani (Wikimedia commons)
Privi di informazioni concrete da parte dei servizi segreti e dai canali informativi tradizionali, le autorità italiane non disdegnarono di affidarsi anche al paranormale. Come abbiamo scritto di recente, un commissario venne spedito in Olanda per ingaggiare il veggente Gerard Croiset che comunque non cavò un ragno dal buco, senza dimenticare che vennero comunque registrate anche le segnalazioni di un prete aretino che diceva di vedere Moro e di una monaca di clausura con presunti poteri medianici. Poteri arrugginiti per entrambi perché le loro indicazioni non portarono a nulla.

Zappolino si trova sulle colline di Valsamoggia (dal sito Valsamoggia)
Ben diverso però è il caso accaduto il 2 aprile di quell’anno durante un ritrovo fra famiglie di amici in una casa di campagna nella zona di Bologna, a Zappolino. A rendere fuori dal comune l’indicazione uscita da quel pomeriggio sono l’identità e il ruolo dei presenti, persone dall’altissimo profilo professionale fra i quali diversi professori dell’università di Bologna, i rispettivi coniugi e alcuni bambini loro figli. Stiamo parlando della seduta spiritica dalla quale emerse la segnalazione del covo di via Gradoli, del quale abbiamo scritto in maniera più diffusa nell’articolo Via Gradoli, il covo sotto gli occhi di tutti. Fra questi dodici vi erano Romano Prodi – futuro presidente del Consiglio e della Commissione europea – Mario Baldassarri -in seguito vice ministro all’economia ai tempi di Tremonti – e Alberto Clo’ – futuro ministro dell’economia nel governo Dini.

La Pira (a sinistra) insieme a Moro nel 1955 (Wikimedia commons)
La vicenda è fin troppo semplice nei suoi elementi essenziali, se non rasentasse l’assurdo. Quella domenica pomeriggio – questa la versione di tutti – dopo il pranzo tutti furono bloccati in casa dal maltempo e per ingannare quelle ore vuote qualcuno propose di fare il gioco del piattino, inscenando una seduta spiritica. Nessuno fra i presenti, sempre secondo le testimonianze concordanti, aveva alcuna dimestichezza con l’occulto. Venne preparato un tabellone con lettere e numeri e visto che tutta l’Italia ruotava attorno alla tragedia di Moro si pensò di chiedere agli spiriti dove le Brigate Rosse tenessero prigioniero il presidente della Dc. La domanda non sarebbe stata posta a spiriti qualunque ma agli spiriti di due padri nobili del cattolicesimo in politica, cioè don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira.

Don Luigi Sturzo nel 1950 (Wikimedia commons)
Volendo continuare nella narrazione del pomeriggio di pioggia i movimenti del piattino sul tabellone passando dalle dita dell’uno e dell’altro avrebbero composto gruppi di lettere senza un significato, salvo poi proporre le parole Viterbo e Bolsena, un capoluogo di provincia del Lazio vicino a Roma e il lago. In seguito il piattino avrebbe poi ruotato fino a comporre il nome Gradoli.

Prodi con Pertini e Andreotti (Wikimedia commons)
Oggettivamente potrebbero non essere molte le persone a sapere che Gradoli è un piccolo paese proprio in provincia di Viterbo su una sponda del lago di Bolsena, ma non ci volle molto a scoprirlo. Fin qui il racconto di uno strano pomeriggio di pioggia nella campagna bolognese. Ma l’indicazione Gradoli non venne lasciata cadere tanto che due giorni dopo Prodi avvicinò il portavoce del segretario nazionale della Dc (a quell’epoca Zaccagnini), Umberto Cavina, che a sua volta passò la segnalazione a uno stretto collaboratore del ministro dell’Interno (che era Cossiga), Luigi Zanda, fino ad arrivare al capo della polizia.
Un'immagine di Gradoli, Viterbo (cr. LigaDue Wikimedia commons)
Fra veggenti, preti e suore visionari, considerando il calibro e la fama delle personalità da cui arrivava questa segnalazione si intervenne molto velocemente anche nel comune di Gradoli, che ebbe quindi la sua mattina di notorietà. Nell’annotazione passata alla polizia vi era qualcosa in più rispetto al semplice nome della località: si indicava di cercare in una casa isolata con la cantina. Non granché come traccia ma nemmeno troppo poco considerando che Gradoli è un comune piccolissimo (oggi ha poco più di mille abitanti). Nel caso si innesta qui una nuova leggenda, secondo cui Gradoli sarebbe stata rivoltata con un intervento di tipo militare che coinvolgeva centinaia di persone. Invece la stringata relazione del vice questore di Viterbo rivela che le ricerche furono condotte da 22 fra poliziotti e carabinieri senza che da case abbandonate e grotte della zona emergesse un minimo indizio.
Via Gradoli 96, il palazzo del covo brigatista
La relazione del vice questore Arelli porta la data del 6 aprile 1978, solo dodici giorni più tardi l’indicazione Gradoli avrebbe rivelato il vero significato, quando al numero 96 di via Gradoli a Roma una perdita d’acqua provocata volontariamente avrebbe permesso di scoprire il covo delle Brigate Rosse in cui vivevano Mario Moretti e Barbara Balzerani, che poco prima se n’erano andati. Era il quartier generale nel quale si prendevano le decisioni strategiche sulla conduzione del sequestro di Moro.

Moro con la moglie Eleonora Chiavarelli (Wikimedia commons)
La vedova di Moro dopo l’uccisione del marito denunciò come fosse stata ignorata la segnalazione di Gradoli come “via Gradoli” e come qualcuno le avesse addirittura detto che a Roma una via Gradoli non esisteva, quando anche l’ultimo degli stradari diceva il contrario. A prescindere dalla smentita del ministero dell’Interno, l’equivoco fra Gradoli inteso come paese e Gradoli inteso come via ha del grottesco, considerando anche che in via Gradoli 96 erano presenti appartamenti riconducibili ai servizi segreti.
Il cadavere di Moro nella Renault 4 (Wikimedia commons)
Il 9 maggio tutti i veggenti e gli spiriti del mondo taceranno per sempre di fronte al cadavere di Moro nel baule della Renault 4 rossa in via Caetani. La seduta spiritica però non poteva essere messa da parte senza un tentativo di diradare le nebbie attorno alla segnalazione che avrebbe potuto dare una svolta al sequestro se adeguatamente sfruttata. Se ne occupò in modo particolare la prima commissione bicamerale sul caso Moro che fra il 1980 e il 1981 fu presieduta dal senatore Dante Schietroma del Partito socialdemocratico.

La lettera con la richiesta di chiarimenti a Prodi (dall'Archivio Flamigni)
Proprio Schietroma il 27 gennaio 1981 scrisse a Prodi chiedendo chiarimenti sulla seduta spiritica, su chi fossero i partecipanti e su quali indicazioni fossero precisamente emerse. La risposta arrivò il 3 febbraio ma per interposta persona, che una lettera sottoscritta da Mario Baldassarri e da tutti gli altri partecipanti alla seduta spiritica. Nella lettera, che tutti possono esaminare grazie all’Archivio Flamigni, viene ribadito come lo spirito del gioco fosse il semplice divertimento e come nessuno avesse dimestichezza con l’occulto, fra tazze di caffè, bottiglie di Coca Cola e bambini che giocavano. Al comparire dei riferimenti a Gradoli, Viterbo e Bolsena, apparve logico l’indomani parlarne con amici e conoscenti, mentre Prodi ne riferì alla Dc.
La risposta alla commissione Moro (dall'Archivio Flamigni)
Da quella lettera, a quasi 50 anni dalla morte di Moro, nessuno si è mai discostato. Le opinioni sul modo in cui realmente emerse l’indicazione Gradoli sono state numerose e nessuna di queste dà davvero credito all’intervento degli spiriti, interpretando la seduta spiritica come un trucco (in verità bizzarro) per tutelare l’autore di una soffiata sull’esistenza del covo. Il fatto che tutti i professori facessero capo all’università di Bologna conduce agli ambienti dell’estrema sinistra locale. Nel 2018 il giornalista Davide Maria De Luca ha pubblicato un interessantissimo e ben documentato articolo su Il Post che comprende tutte le possibilità prese in esame nel corso degli anni. Si parla anche di Kgb e di ideologi del movimento studentesco, ma i riscontri oggettivi non sono mai stati trovati.

Le firme dei partecipanti alla seduta e il biglietto di Prodi inviato alla Commissione Moro (dall'Archivio Flamigni)
Via Gradoli 96 resta quindi un mistero nel mistero, come l’identità dell’autore della soffiata coperta della seduta spiritica. Interrogarsi se la scoperta del covo di via Gradoli 96 prima del 18 aprile avrebbe potuto salvare la vita a Moro è un esercizio che non porta a nulla, anzi tutte le evidenze raccolte in seguito (soprattutto alla luce della scoperta della Loggia P2) lasciano intendere come Moro non avesse alcuna speranza di ritornare a casa vivo. Piuttosto vale la pena capire quali fossero stati i segnali secondo cui attorno a Moro si addensavano pericoli imminenti e gravissimi. Di questo parleremo molto presto.
Riproduzione riservata