I proverbi della Bibbia, sapienza dei popoli
Laurent de La Hyre, Giobbe restaurato nei suoi possedimenti (Job Restored to Prosperity), 1648, olio su tela, Chrysler Museum of Art, Norfolk (Virginia). Fonte: Wikimedia Commons. Opera nel pubblico dominio.
Prudenti come i serpenti, semplici come le colombe
Nella Bibbia i proverbi non sono semplici arguzie o giochi di parole: sono il deposito della sapienza pratica di un popolo, il sedimento di generazioni di osservazione sulla vita, sul lavoro, sui rapporti umani. Il libro dei Proverbi (insieme a Giobbe, Qoèlet, Siracide e Sapienza) appartiene a quella che gli studiosi chiamano "letteratura sapienziale": un genere che Israele condivide con le culture vicine del Vicino Oriente antico, e che ha una caratteristica precisa. Non parte dalla rivelazione diretta di Dio sul Sinai, ma dall'esperienza: dall'osservare la formica, il litigio tra vicini, il commerciante disonesto, e dal trarne una regola di condotta.
È sapienza umana prima ancora che teologia, per questo, spesso, capace di parlare a chiunque, credente o no. Il detto “prudenti come i serpenti, semplici come le colombe” non viene, in senso stretto, dal libro dei Proverbi, ma dal Vangelo di Matteo: eppure ne condivide pienamente lo spirito, tanto che nei secoli è stato trattato proprio come un proverbio, citato, commentato, messo in stemmi e motti. È la frase con cui Gesù, inviando i Dodici in missione «come pecore in mezzo ai lupi», raccomanda loro: siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe (Mt 10,16).
Adorazione dell'Agnello sul Monte Sion, miniatura di Magio (ca. 945–962). Fonte: Wikimedia Commons / Pubblico dominio.
Non è un caso che qui, come in tanti altri passaggi, la Scrittura scelga di parlare prendendo esempi dalla natura creata. Gesù lo fa continuamente: i gigli del campo e gli uccelli del cielo che non tessono né filano eppure sono vestiti meglio di Salomone, la chioccia che raccoglie i pulcini sotto le ali, il granello di senape da cui nasce un arbusto in cui vengono a nidificare gli uccelli, l'agnello pasquale che diventa lui stesso "Agnello di Dio".
Gli animali
E prima di lui, tutta la Bibbia: l'asina di Balaam che vede l'angelo prima del suo padrone, la balena di Giona, il leone che nella visione di Isaia giacerà accanto all'agnello, i corvi che nutrono Elia nel deserto, Daniele fra i leoni. Gli animali funzionano come una lingua comune, capita prima ancora di essere spiegata: non serve una cultura teologica per intuire perché il lupo minaccia e la colomba non minaccia nessuno. È un linguaggio universale, ed è per questo che il Medioevo, con i suoi bestiari e il Physiologus, dedicherà secoli di attenzione a queste "nature" animali, leggendole come segni che parlano di Dio prima ancora che come descrizioni zoologiche.

Domenico Ghirlandaio, San Girolamo nello studio (1480), affresco staccato, Chiesa di Ognissanti, Firenze. Fonte: Wikimedia Commons / Pubblico dominio.
Le due qualità evocate dal serpente e dalla colomba, prese da sole, rischiano di scivolare in direzioni opposte. La prudenza senza semplicità degenera in furbizia; la semplicità senza prudenza si consegna ingenuamente al pericolo. Per questo i Padri e i medievali hanno insistito tanto sul fatto che vanno tenute insieme: san Girolamo legge la prudenza del serpente come capacità di sfuggire alle insidie; Crisostomo la lega alla difesa della "testa", cioè della fede; san Tommaso la vede come arte di adattarsi alle persone senza tradire la verità. Bonaventura, in un sermone dedicato proprio a questo versetto, riprende dalla fisiologia medievale due tratti del serpente (il rinnovarsi cambiando pelle, il proteggere il capo quando è attaccato) e ne fa immagine della conversione e della cura per ciò che è essenziale; alla colomba, invece, associa non l'ingenuità ma la concordia, la pace nelle piccole contese, l'assenza di quel "fiele" che nella zoologia antica la colomba non possiede.
Il santo
Un esempio storico in cui le vediamo in atto è l'incontro tra Francesco d'Assisi e il sultano al-Malik al-Kamil, a Damietta, nel 1219, in piena crociata. Francesco attraversa le linee nemiche disarmato: è la colomba, l'assenza di malizia, la fiducia che espone alla morte. Ma non è temerarietà cieca, l'incontro è cercato con discernimento, condotto con rispetto per l'interlocutore, senza rinunciare a un'identità né a una parola di verità: è la prudenza del serpente, che sa leggere la situazione senza tradire la sostanza. Le fonti francescane raccontano l'episodio in modi diversi, ma tutte concordano su questo: né violenza né sprovvedutezza.

Giotto, San Francesco davanti al Sultano, 1295-1299, Assisi. Fonte:Wikimedia commons / Pubblico Dominio
La letteratura, spesso, illumina il proverbio mostrandone il rovescio, cosa succede quando le due virtù si dividono. Lo stesso Vangelo di Matteo, poco più avanti, offre l'immagine simmetrica e opposta: i falsi profeti che vengono «in veste di pecore, mentre dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15). È il serpente senza la colomba: un'astuzia che si maschera da semplicità per meglio nuocere, la parodia esatta della doppia raccomandazione di Gesù. Sul versante opposto sta la colomba senza serpente. Il principe Myškin dell'Idiota di Dostoevskij è forse il ritratto letterario più struggente di una bontà e di una trasparenza assolute, prive di qualunque calcolo, e proprio per questo incapaci di reggere l'urto di un mondo che non condivide la sua innocenza: la sua semplicità, priva di prudenza, non salva né lui né chi lo circonda.
L’equilibrio
E se si cerca il serpente privo di colomba, basta il ritratto machiavellico del principe che deve saper essere insieme volpe e leone: qui l'astuzia è del tutto slegata da ogni innocenza, diventa pura tecnica di dominio, l'esatto contrario di ciò che Gesù chiede ai suoi discepoli, per i quali la prudenza resta sempre al servizio della fedeltà, non del potere. Il proverbio evangelico, letto così, non consegna una ricetta comoda ma un compito sempre aperto: non lasciare che l'intelligenza pratica si stacchi dalla bontà, né che la bontà rinunci a leggere il mondo per quello che è. Un equilibrio che nessuna epoca, nemmeno la nostra, può dire di aver definitivamente conquistato.
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