San Francesco, il coraggio della pace  

San Francesco, il coraggio della pace  

Giotto, "San Francesco davanti al sultano", basilica di Assisi (Wikimedia commons)

In piena crociata andò fra i nemici a parlare con il sultano

Nell'ottocentesimo anniversario della morte di San Francesco d'Assisi, continua la pubblicazione degli articoli di Suor Chiara Amata Tognali sulla vita e sul messaggio religioso del santo. In precedenza era stato pubblicato l'articolo La pace di San Francesco e del lupo

Sono passati poco più di otto secoli da quel novembre 1219 in cui avvenne l’incontro di san Francesco con il sultano. Siamo in piena quinta crociata, quindi in guerra. Le Fonti francescane riportano numerose versioni di quello che accadde: qui cito la lettera (Damiata 1220; FF 2212) del vescovo Giacomo da Vitry, da poco giunto in terra santa. Francesco non era ancora famoso e lui deve presentarlo: lo chiama frate Francesco, lo descrive come uomo amabile e riferisce della sua venuta presso l’esercito crociato.


Di autore ignoto, medaglia raffigurante Giacomo da Vitry (cr. sailko Wikimedia commons)


Spinto dal desiderio bruciante di annunciare Cristo – racconta il vescovo - si è recato con grande coraggio “in mezzo all’esercito dei nostri nemici” e ha predicato per alcuni giorni ai saraceni. L’autore ammette che ha avuto scarsi risultati (in termini di conversioni, s’intende). Però aggiunge una notizia: che cioè il sultano, re dell’Egitto, lo aveva ascoltato con attenzione, riconoscendo in lui un uomo di Dio e congedandolo gli aveva detto: “Prega per me, perché Dio si degni di rivelarmi quale legge e fede gli è più gradita”.


Giovanni Villani, "Incontro fra Federico II e il sultano Malik al Kamil", biblioteca apostolica vaticana (Wikimedia commons)


Francesco tornò sano e salvo dall’incontro e anche una fonte islamica conferma la sua visita pacifica nell’accampamento saraceno. Il sultano era allora Malik al Kamil, uomo colto e noto per la sua moderazione. La cosa straordinaria non sta nel fatto che Francesco e il sultano si siano parlati senza ammazzarsi. Anche durante le crociate cristiani e musulmani convivevano in terra santa, commerciavano, avevano amicizie. Insomma si parlavano.

Matthew Paris, "La battaglia di Damietta" (Wikimedia commons)

Il punto qualificante è che Francesco e il sultano si sono incontrati a parlare di Dio. Non un vago innocuo discorso sui massimi sistemi, ma proprio l’annuncio di Gesù Cristo. Francesco è stato accolto in quanto portatore di un messaggio di salvezza e rispettato. È stata riconosciuta la sua intenzione pura, il suo desiderio di offrire il tesoro più prezioso che aveva. In piena guerra, pressati entrambi dalle istanze intolleranti di quelli della propria parte, sia cristiani che musulmani, questi due uomini sperimentarono la pace. Questa pace la vissero pubblicamente, davanti a tutti, non fu un evento privato, un’amicizia personale. Avevano messo al centro Dio invece che il loro io. Il fuoco che bruciava nel cuore a Francesco l’aveva reso caldo e luminoso per tutti, anche per quelli che non accoglievano il dono che portava.

"La prova del fuoco davanti al sultano" immaginata da Beato Angelico (Wikimedia commons)

A proposito di fuoco una versione più tardiva ed estesa dell’episodio (Leggenda maggiore IX,8; FF 1173) racconta: “Il sultano, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, ... lo pregava vivamente di restare presso di lui”. Francesco gli disse: Se tu, con il tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io, per suo amore, resterò molto volentieri con voi. Se invece esiti, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa”.


Johann Anton Ramboux, "San Francesco riceve le stigmate" (Wikimedia commons)

Grazie al fuoco che ha in sé Francesco avanza tale azzardata proposta. Il desiderio di donare Cristo al sultano e a i suoi è più scottante del fuoco. Come possiamo immaginare non si trovò nessuno disposto a entrare nel fuoco con lui. Allora si offrì di entrarvi da solo, a patto che il sultano promettesse la conversione a Cristo nel caso in cui lui ne fosse uscito sano e salvo. “Se invece verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati”.

Francesco dunque sa bene quello che rischia, non è un fanatico illuso, ma un innamorato di Cristo, l’araldo del gran Re, come si era definito lui stesso. La pace che trasmette non ha nulla a che vedere con una proposta di status quo, anzi, è una proposta di cambiamento, una sfida addirittura. Oltre ogni limite del pensabile. Proprio il suo carattere estremo fu apprezzato dal sultano, che seppe leggerlo al meglio: Francesco rischia tutto per amore dell’anima mia.


Giotto, frate Illuminato accanto a Francesco, basilica di Assisi (Wikimedia commons)

Quello che poteva finire molto male ebbe come esito un evento di pace, che lasciò tutti nello stupore. Nessuno si aspettava di vederli tornare vivi. Uso il plurale perché in realtà con lui c’era frate Illuminato e mi pare che anche a lui vadano riconosciuti grande coraggio, cuore puro e passione per Cristo. Nei racconti rimane sempre in ombra e approfitto di queste righe per ricordare la sua presenza sulla scena.

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