Esperanto, lingua di laboratorio
Washington 1910, congresso degli esperantisti, Zamenhof è il quarto da sinistra in prima fila, foto colorata (cr. bildarchiv Austria Wikimedia commons)
Mai parlata da un popolo, stroncata da Gramsci
Continua la serie di articoli dell'antropologo Maurizio Frignani sulle lingue del mondo. Dopo Il mistero dell'origine delle lingue e Quando Stalin diventò un linguista, oggi è la volta della nascita dell'esperanto
Un giorno, quando avevo 10 anni, ero con un amico nel cortile del suo palazzo, che era di fronte al mio. Arrivò una macchina tedesca con una coppia che veniva a visitare una professoressa che abitava lì. Assistemmo al loro incontro, durante il quale parlarono una lingua sconosciuta, che di sicuro non aveva il suono del tedesco, ma nemmeno dell'inglese o del francese. Fu il mio primo e unico incontro con l'esperanto, almeno in una situazione di vita reale, solo all’università ne avrei poi studiato l’affascinante storia.

Tavola di confronto fra gli alfabeti antichi (dall'enciclopedia Brockhaus and Efron Wikimedia commons)
Tecnicamente l'esperanto è una lingua ausiliaria internazionale, cioè finalizzata alla comunicazione tra parlanti nativi di lingue diverse. Tanto per intenderci oggi la lingua ausiliaria di gran lunga più diffusa è l'inglese, ma lo sono state ancor prima il francese, il latino, il greco ellenistico (koinè) mentre altre sono presenti in aree più circoscritte, come ad esempio lo swahili in Africa. Sono tutte però lingue naturali, cioè hanno o hanno avuto molti parlanti nativi.
Lamu, in Kenya, nei giorni del festival swahili (cr. Antony Trivet Wikimedia commons)
Spesso invece si sono formate nel tempo molte “lingue franche”, usate soprattutto per il commercio e la navigazione, come per secoli il sabir nel Mediterraneo, o nate dal contatto tra colonizzatori europei e popolazioni indigene. In molti casi sono versioni semplificate (chiamate pidgin), ma se molti parlanti le acquisiscono nativamente diventano a tutti gli effetti lingue vere e proprie (cosiddette creole).

Giovani haitiani (cr. geelav Wikimedi commons)
Il creolo haitiano (a base francese) e il tok pisin di Papua (a base inglese) ne sono esempi recenti. L'esperanto invece è una lingua artificiale, cioè creata a tavolino seppur per lo stesso proposito. Non è un unicum, da metà ‘800 a metà ‘900 ne furono proposte svariate decine, tutte fornite di grammatiche e dizionari. Citiamo tra le altre l’universalglot, l’idiom neutral, il latino sine flexione, il bizzarro solresol (tutte le parole erano composte utilizzando solo le sette sillabe delle note musicali, così era una lingua che si poteva non solo parlare, ma anche suonare).

Il dizionario volapuk-francese (cr. A. Kerkhoffs Wikimedia commons)
La più popolare fu per un breve periodo il volapük, creato dal sacerdote cattolico tedesco Johann Martin Schleyer, che l’attribuì ad una visione (o un sogno, non lo chiarì mai del tutto). Poi arrivò Ludwik Lejzer Zamenhof, ebreo russo-polacco, poliglotta, di professione oculista, che fin da giovanissimo aveva individuato la radice dei conflitti umani nella mancanza di una vera e condivisa comunicazione.

Il sionista Herzl (cr. E.M. Lilien Wikimedia commons)
La sua esperienza di vita in un contesto dove si parlava tedesco, polacco, russo e yiddish insieme ai periodici pogrom antisemiti lo rafforzò nella sua convinzione. Sostenne e poi avversò il sionismo di Herzl ritenendolo troppo nazionalista. Nel 1887 pubblicò la sua proposta, che si sarebbe dovuta chiamare Lingvo Internacia (lingua internazionale), ma che prese subito il nome di Esperanto (colui che spera) che era lo pseudonimo usato dall’autore.
Fonologia, grammatica e sintassi sono estremamente regolari, ispirate dalle forme più semplici presenti nelle varie lingue europee, così come il lessico, che ha una forte, ma non esclusiva, base neolatina. Il successo fu immediato, si fondarono circoli e riviste e già nel 1905 si tenne il primo congresso mondiale.
Monumento a Zamenhof a Pau, Francia (cr. N. Raymond Wikimedia commons)
Zamenhof, a differenza di altri suoi predecessori, non volle mantenere nessun tipo di diritto sulla sua creatura e l’affidò alla comunità dei parlanti. Ne rimase ovviamente il nume tutelare e si dedicò interamente all’opera di traduzione di testi classici nella sua nuova lingua. Contemporaneamente dettagliò sempre di più la sua visione filosofica umanitaria, proponendo l’homaranismo, quasi una religione sincretista, pacifista e libertaria. Morì nel 1917, mentre i suoi tre figli continuarono la sua opera e morirono tutti per mano nazista.

J.S. Sargeant "Alice Vanderbilt" (Wikimedia commons)
Una delle figlie, forse in logica continuità con le idee del padre, aveva aderito alla religione Bahá'í. L’esperanto ebbe i suoi scismi e generò una sfilza di lingue figlie, quasi nessuna sopravvissuta. Nel 1951, con il sostegno decisivo dell’ereditiera Alice Vanderbilt, fu lanciata l’interlingua, l’ultimo progetto di una qualche ambizione.
Il tempio bahai di Panama (Wikimedia commons)
A tutt’oggi solo l’esperanto raccoglie ancora una comunità devota e appassionata, molto presente sul web, che incessantemente, e inutilmente, ne prosegue l’opera di proselitismo. Non ci sono dati certi, ma pare che esista qualche migliaia di parlanti nativi (ovviamente figli di esperantisti) e forse qualche milione di persone che lo studiano o l’hanno studiato, in grado quindi di esprimersi a livelli diversi.

Antonio Gramsci ritratto nel 1922 (Wikimedia commons)
La grandissima maggioranza dei linguisti ha sempre avversato questi progetti, ma per quel che riguarda il nostro paese anche Gramsci nel 1918 fu molto critico con quei socialisti che vedevano nell’esperanto un veicolo di internazionalismo proletario. Definì gli sforzi per diffonderlo come appartenenti al “regno di Utopia” e scrisse che “gli esperantisti si comprendono tra loro nei congressi tra esperantisti, così come in un congresso di sordomuti questi si comprenderebbero tra loro a segni ed ammicchi. Non perciò noi consiglieremmo ad alcuno di imparare il linguaggio dei sordomuti.”
Dialogo fra sordomute con il linguaggio dei gesti (cr. daveynin Wikimedia commons)
Duro, ma efficace. Una lingua universale non frutto della storia, ma solo della ragione è in fondo un sogno illuminista irrealizzabile. E migliaia di anni di guerre civili dimostrano che parlare lo stesso idioma non è purtroppo garanzia di pace.
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