Il clima impoverisce i nostri piatti
Frutta e verdura al mercato settimanale di Munster (cr. Dietmar Rabic Wikimedia commons)
Calano produttività e salubrità, aumentano i prezzi
Le frequenti e prolungate ondate di calore estremo non sono un capriccio meteorologico ma un segnale d’allarme: il riscaldamento globale sta diventando strutturale e di intensità crescente.
Pomodorini appena raccolti dal giardino (cr. Elaine Casap Wikimedia commons)
I gas serra prodotti dalle attività umane (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) intrappolano nell’atmosfera il calore solare assorbito dalla superficie terrestre, e ne bloccano la dispersione nello spazio. Questo processo, quando è naturale e non supera certi limiti, è necessario alla vita sulla terra, ma l’industrializzazione e lo sfruttamento esasperato delle risorse (combustibili fossili, deforestazione, vaste monocolture, allevamenti intensivi) ne hanno spinto l’intensità oltre la soglia di tolleranza del pianeta. Gli effetti del riscaldamento non riguardano solo la salute umana e animale ma anche quelle del suolo, delle foreste, delle piante e dell’ecosistema agrario da cui dipende la nostra sicurezza alimentare.

Stati Uniti, durante la guerra la raccolta delle pesche era affidata alle donne, foto colorata (cr. Us department of agriculture Wikimedia commons)
L’agricoltura industriale nel mondo copre almeno il 70% della produzione agricola e contribuisce al riscaldamento globale subendone, allo stesso tempo, importanti effetti negativi. Quando il caldo, associato alla siccità, supera una certa soglia, le piante attivano meccanismi biologici di sopravvivenza per limitare i danni, almeno per un certo periodo, come la produzione di sostanze ossidanti, nocive per l’organismo umano.
Due piatti di insalata mista (cr. FranHogan Wikimedia commons)
Inoltre, risulta compromessa la produttività. Infatti, le rese sono in calo per quantità e qualità: olive (problema già critico in Italia), pomodori, patate, mele, agrumi, lattughe. Le colture diventano più vulnerabili agli agenti patogeni e, quindi, più bisognose di pesticidi, assorbiti dai terreni. Si riducono le qualità nutrizionali e organolettiche (sapore, consistenza, odore, colore e aspetto) di frutta, verdura e legumi. Basta assaggiare un’albicocca o una pesca acquistata al supermercato anche secondo la stagionalità.
Vendemmia manuale in Carinzia, Austria (cr. J. Jaritz Wikimedia commons)
l terreni diventano organismi fragili e meno produttivi. Gli allevamenti, soprattutto quelli intensivi in cui gli animali si nutrono praticamente di soia e mais, ne soffrono. Mangiano meno, crescono meno, cala la loro fertilità, si ammalano di più e aumenta la mortalità. La minore produttività comporta inevitabilmente un aumento dei prezzi dei prodotti, una ridotta accessibilità al cibo per le fasce sociali meno abbienti, che sono costrette ad acquistare alimenti meno salutari come gli ultraprocessati, a basso prezzo.
Vigneto in California (cr. Tony Higset Wikimedia commons)
Dunque, il cambiamento climatico, che comprende anche i fenomeni atmosferici estremi oltre al riscaldamento globale, ci mostra tutti i limiti del nostro modello agricolo-industriale, perché si basa sul presupposto di abbondanti quantità di acqua sempre disponibili, temperature moderate e cicli stagionali prevedibili con pochi fenomeni atmosferici estremi. Se questi presupposti vengono a mancare il modello s’inceppa e rischia il collasso.
Un vassoio di insalata nizzarda (cr. cyclonebill Wikimedia commons)
Come cittadini, possiamo sostenere le politiche che affrontano, e non negano, il cambiamento climatico. Che accettano pratiche rigenerative dei terreni e delle piante, tecniche di allevamento più rispettose nei riguardi degli animali, la riduzione dell’uso di mangimi di sola soia e mais provenienti da monocolture in aree deforestate, un uso più ragionevole di fertilizzanti e pesticidi, un minore consumo di acqua e combustibili fossili.

Verifica della crescita delle patate in Galles, foto colorata (cr. Geoff Charles Wikimedia commons)
Come consumatori, possiamo sostenere i piccoli produttori locali, scegliere filiere di cibo biologico e biodinamico, privilegiare la stagionalità insieme alla prossimità, acquistare alimenti nei mercati contadini, ove presenti, e ridurre lo spreco alimentare. Dovremmo prediligere cereali integrali, legumi, ortaggi e frutta a chilometro zero, limitare la carne bovina, suina e ovina, evitare la carne avicola dei grandi allevamenti, ridurre ad un consumo occasionale gli alimenti ultraprocessati del supermercato e quelli fuori stagione, provenienti dall’emisfero australe o da celle frigorifere. Ascoltiamo il lamento del nostro pianeta perché la sua sarà anche la nostra sofferenza, quella dei figli e dei nipoti. Ferire l’ecosistema significa ferire l’umanità. E speriamo che le ferite si possano cicatrizzare.
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