In Italia più pannoloni che pannolini
Anziani ai giardini pubblici di Milano (cr. Ana Denney Wikimedia commons)
Nei numeri un quadro impietoso del nostro Paese
Il secondo capitolo del Rapporto annuale dell’Istat 2026, dedicato all’evoluzione della popolazione italiana, fotografa un Paese che invecchia, si riduce dal punto di vista demografico e non riesce a trattenere e valorizzare il proprio “capitale umano”. Troppi giovani laureati o lavoratori qualificati se ne vanno, non solo verso l’estero, per cercare maggiori opportunità professionali, ma anche dalle aree interne dell’Italia verso le città, dalle province verso i poli economici e universitari, dal sud verso il nord. Solo nel 2025 si sono trasferiti, all’interno dei confini nazionali, 112.000 giovani. La classica fuga dei cervelli si sta trasformando in qualcosa di più esteso e strutturale e si interseca con il progressivo invecchiamento della popolazione.
Lancio di cappelli alla cerimonia di laurea (cr. Topjour01 Wikimedia commons)
Oggi vi sono 208 ultrasessantacinquenni, che rappresentano il 25,1% dei residenti, ogni 100 infraquattordicenni e il tasso di natalità è sempre più basso: 355.000 nuovi nati nel 2025 (numero medio di figli per donna in età riproduttiva = 1,14, ovvero 114 nati ogni 100 donne in età fertile e con età media, al parto, di 32,7 anni) a fronte di 652.000 morti, con un saldo negativo di quasi 300.000 persone. (Ricordo che per un ricambio generazionale in equilibrio stabile sono necessari 2,1 nuovi nati per donna, cioè 210 nuovi nati ogni 100 donne, all’anno).
Cinque infermiere con cinque neonati (Wikimedia commons)
Attualmente in Italia vivono 4,6 milioni di ultraottantenni e 4,3 milioni di bambini sotto i 10 anni d’età. Cresce il numero delle persone sole, degli adulti senza figli (6,4 milioni) e diminuiscono le fasce d’età più necessarie per il lavoro e idonee al concepimento. E la maggioranza dei giovani si dichiara ancora disponibile ad avere figli, ma il divario tra intenzioni e realtà resta ampio. Lasciano la famiglia d’origine intorno ai trenta-trentatré anni, più tardi della media europea, perché pesano stipendi modesti, affitti elevati, difficoltà di accesso al credito, e scarsità di abitazioni disponibili nelle città dove si concentrano studio e occupazione. Restare con i genitori non provoca automaticamente la denatalità, ma innesca una catena di rinvii: si forma più tardi una coppia stabile, si posticipa il primo figlio e, spesso, si rinuncia al secondo. Si può dilatare il tempo economico ma non quello biologico. La denatalità comincia spesso proprio lì: nella cameretta di un giovane già adulto che studia o lavora e produce, ma non riesce ancora a permettersi il futuro.

Ragazza ammira il tramonto (cr. Tomi4K Wikimedia commons)
La popolazione italiana, e la cosa può non piacere, è rimasta stabile durante il 2025 grazie all’arrivo di altri immigrati. La popolazione straniera residente è salita pertanto al 9,4% del totale: a gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia erano circa 5 milioni e mezzo. Nei dieci anni intercorsi tra il 2015 e il 2024 il saldo migratorio dei cittadini italiani ha registrato una perdita complessiva di quasi 600.000 residenti. Nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, tra i laureati e i lavoratori più qualificati, gli espatri hanno superato i rientri, penalizzando soprattutto il Mezzogiorno, che rischia squilibri territoriali in grado di aggravare le già scarse prospettive di sviluppo. Stanno scomparendo le tradizionali famiglie del Sud con molti figli.
Due anziane in casa di riposo (cr. Eberhard Grossgasteig Wikimedia commons)
L’invecchiamento della popolazione ha un peso sempre maggiore sul sistema socio-sanitario (più anziani, più soggetti fragili, più malattie croniche) e, secondo molti economisti, il calo della forza lavoro aggraverà la quasi certa crisi pensionistica. La riduzione delle rette degli asili nido per le famiglie a basso reddito, l’aumento dei congedi obbligatori e remunerati per i padri, che favoriscano la condivisione del lavoro di cura dei figli, l’introduzione di bonus e assegni più consistenti in rapporto al numero dei figli, l'istituzione di una parità salariale (e di genere) tra uomini e donne, la volontà di rendere più stabili i lavori precari e meno cari gli affitti, sono tutte azioni realizzabili in mano alla politica.

Tre diverse generazioni in un borgo (cr. Jules Verne Times Two Wikimedia commons)
La nostra società ha costruito la propria stabilità sulla sicurezza del passato, sui privilegi e i diritti acquisiti, ma s’impegna poco a costruirla anche sul coraggio del futuro. E i giovani affrontano il loro senso di solitudine in rete e di instabilità con pragmatismo (meno idee astratte e meno “valori”, più concretezza ad esempio sul cambiamento climatico), con flessibilità (il cambiamento rapido accettato come norma di vita) e con la ricerca di nuove competenze, costretti a scegliere tra lavoro/carriera e famiglia.
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