L'umore lo curiamo usando le parole giuste

L'umore lo curiamo usando le parole giuste

Foto colorata di un dibattito politico nella Repubblica democratica tedesca (Wikimedia commons)

Così il nostro cervello reagisce al linguaggio

Le parole che utilizziamo nei nostri monologhi interiori e verso gli altri, che ascoltiamo oppure leggiamo, hanno il potere di modificare, se replicate nel tempo, la percezione delle nostre esperienze quotidiane, il modo di pensare, il benessere psichico e fisico, le interazioni umane. Persino la valutazione dei sapori e degli odori. Il primo esperimento risale a più di venti anni fa: venne fatto annusare a due gruppi di volontari un’ampolla contenente lo stesso liquido; al primo gruppo fu detto che si trattava di “sudore di ascella”, al secondo che era il distillato di un “pregiato formaggio francese a lungo invecchiamento”. La reazione dei due gruppi fu opposta: nel primo, alla risonanza magnetica funzionale, si attivò l’area cerebrale del dolore/disgusto, nel secondo quella del piacere.


Formaggi in esposizione (Wikimedia commons)


Il modo in cui vengono presentate o descritte le cose può cambiare la risposta emotiva e neurologica di chi riceve il messaggio.  Esistono, nella nostra quotidianità, parole o frasi che si rivelano potenzialmente utili oppure controproducenti, in questo senso.


Telefonata da un posto pubblico di chiamata (cr. Arne Huckelheim Wikimedia commons)


“Scusami se ti disturbo”, detto all’inizio di una telefonata, può essere sostituito con un più positivo: “Sei libero per parlare?” perché evocano due scenari opposti: il disturbo e la libertà. Il primo predispone il “disturbato”, se non è una persona legata affettivamente al “disturbante”, a una maggiore irascibilità. Oppure lo sminuire un regalo che si fa con: “È solo un piccolo pensiero/una stupidata”, toglie valore a ciò che facciamo.

Anche i gesti hanno rilievo nella comunicazione (cr. Ansueli Krapf Wikimedia commons)

Una metafora efficace relativa alla complessità delle relazioni umane e a come le parole possano amplificare o arginare le variazioni degli stati d’animo, è quella delle montagne russe: due persone vi salgono e fanno lo stesso giro, subendo lo stesso fenomeno biologico, cioè un picco ematico di adrenalina e cortisolo. Ma una dice: “È stato fantastico, lo rifarei!”, e l’altra: “È stato terrificante, mai più!”. Il cervello è una macchina formidabile ma pigra e ripetitiva, tende a reagire agli stimoli, interni ed esterni, secondo routine consolidate e schemi automatici. Non si preoccupa del nostro benessere consapevole.


L'uso dei social può influenzare lo stato d'animo (cr. Quarrington Wikimedia commons)


Ad esempio, l’uso compulsivo dei social rivela come il cervello usi l’individuo, attivando i circuiti cerebrali di smistamento della gratificazione istantanea e ripetibile a piacere: alimentazione, socializzazione, shopping, sessualità, dipendenze. Al contrario, quando affrontiamo situazioni stressanti si attiva il centro cerebrale di controllo delle emozioni legate ai segnali di pericolo, una sorta di centro di allarme che gestisce le minacce, reali o presunte, e le paure. E che può ingenerare ansia se diventa preponderante, anche oltre la reale presenza del pericolo.

Il brindisi presuppone un clima disteso, qui Gerald Ford e Leonid Breznev (Wikimedia commons) 

Ci si può difendere in qualche modo? È possibile trasformare lo stress da minaccia a sfida possibile? Secondo studi di psiconeuroendocrinologia, sì. Recuperando consapevolezza mediante l’uso di parole più utili, evitando false rassicurazioni, pensieri positivi forzati come il cliché della forza di volontà o frasi come andrà tutto bene.


Il tracciato cardiaco di un uomo senza patologie (Wikimedia commons)


Lo stress è anche il risultato di etichette cognitive e cambiando alcune parole con cui descriviamo, ad esempio, il battito cardiaco accelerato, possiamo trasformare lo stress da minaccia a sfida possibile. Le etichette verbali assolute, le generalizzazioni, producono cortisolo e chiusura; evitare parole del tipo mai e tutto come in: “Non ci riuscirò mai”, “Va tutto male”.


La tristezza nella scultura della deposizione nel sepolcro a Arc-en-Barrois (cr. Vassil Wikimedia commons)


Sostituire: “Sono sempre triste” con: “Oggi provo tristezza” oppure con “Questa è una situazione difficile, complessa…”. Oggettivare un’emozione nominandola, aiuta ad osservarla, in qualche modo, con più distacco, come dall’esterno. È meglio sostituire il tempo passato con il presente o il futuro, evitando le domande sul perché, (“Perché è successo”?) che portano a rimuginare sul passato. È più probabile che una frase tipo: “Come posso gestire questo…?” tenda ad attivare soluzioni pratiche, più che recriminazioni come: “Perché è capitato a me?”. L’uso di verbi come imparare, migliorare, andare avanti nonostante…, ci aiuta a riconoscere spazi di crescita e ad accettare anche il dolore come parte del processo. Ci si concede di vivere un’emozione senza farsene divorare. O, almeno, ci si prova.


Una foto simbolo della depressione (cr. Sander van der Wei Wikimedia commons)


È preferibile evitare le negazioni a inizio frase tipo: “Non ti dimenticare di…” perché costringono il cervello del ricevente a visualizzare prima l’azione vietata (la dimenticanza) poi la sua negazione (non farlo). Posizionare, quando possibile, il focus sull’azione positiva alla fine del discorso. Provare a sostituire una frase tipo: “Sono un fallito” con: “Sto pensando di essere un fallito”. Invece di: “Sono (un uomo) stressato” dire: “Sento lo stress” oppure “la preoccupazione per…”. Parlare a se stessi in terza persona, può essere utile: “Mario, puoi farcela”. Parole negative, ripetute, contribuiscono al logoramento da stress, al sovraccarico cerebrale che poi si estende al fisico.

L'atteggiameno di un giovane in stato di ansia (cr. GRPH3B18 Wikimedia commons) 

Dunque, il linguaggio non serve solo per comunicare ma è anche uno strumento di cambiamento: agisce sulla naturale plasticità delle connessioni nervose (sinapsi), sul rilascio di sostanze chimiche e persino su come possono esprimersi i geni che abbiamo. Dialoghi rassicuranti, narrazioni positive possono contribuire a ridurre i livelli di infiammazione organica e rinforzare le difese immunitarie. In definitiva, le parole possono influenzare il benessere del cervello e, forse, la longevità. Le stesse aree cerebrali che elaborano la semantica, la sintassi del linguaggio e la memoria regolano anche la frequenza cardiaca, la glicemia, le risposte del sistema immunitario alle infezioni. Prendiamoci cura delle nostre parole e queste si prenderanno cura di noi.

 

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