Futuro e ideali a portata di giovani
Giovani guardano il panorama di Firenze da piazzale Michelangelo (cr. LBM1948 Wikimedia commons)
Rifiuto di sogni e valori della generazione precedente
“Non hanno la grinta che avevamo noi”. È l’espressione che molti italiani tra i 50 e i 70 anni d’età ripetono con convinzione, evocando le rinunce e i sacrifici sopportati durante gli anni del lavoro. Un lavoro stabile che, nella maggior parte dei casi, rappresentava la colonna portante della nostra identità. Consideravamo impegno, fatica e carriera come inevitabili necessità non solo economiche ma anche formative. Il futuro, per noi, aveva una traiettoria prevedibile e un fine desiderabile.

Apprendista in una officina del Galles (cr. Geoff Charles Wikimedia commons)
E poi ci sono loro, i giovani tra i 20 e i 35 anni, (oggi la Legge include tra i giovani anche i trentaquattrenni, una soglia impensabile per le generazioni precedenti) che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro e che fatichiamo a riconoscere perché non ci assomigliano più. Un po’ ci inquieta e ci fa pensare che siano, genericamente, di un livello inferiore al nostro, in quanto desiderosi di impegnarsi il minimo indispensabile, di non sporcarsi troppo le mani e piegare troppo la schiena, per tutelare un equilibrio personale che noi fatichiamo a comprendere.

Giovane muratore in un cantiere (cr. Heurtelions Wikimedia commons)
Siamo perplessi quando i ragazzi affermano di desiderare una narrazione di vita più semplice, mostrando una apatia generazionale per noi inspiegabile. Domandiamoci, invece, se la presunta apatia generazionale, la “pigrizia”, non siano il risultato di un mondo del lavoro diverso. Loro sono, probabilmente, il prodotto di ciò che noi abbiamo costruito: il nostro stile di vita, le nostre famiglie, le nostre scuole, il modo di lavorare, le aspettative sociali, le ambizioni e le comodità che sono sfumate in un consumismo a volte esasperato e identitario.

Cerimonia accademica a Bad Homburg (cr. Hochschulemarketing Wikimedia commons)
Siamo noi che sosteniamo, con una punta di autocompiacimento mista a rassegnata superiorità morale, che la maggioranza di loro non ha la stessa voglia di eccellere perché ha avuto quasi tutto senza fatica. Come se l’eccesso di benessere economico ricevuto da noi fosse colpa loro. In realtà, molti giovani vivono in un'attesa prolungata e disillusa di capire se vale la pena credere davvero nel futuro. Per questo non mettono il lavoro tra le priorità assolute, non riconoscendolo più come lo strumento primario di costruzione del futuro.
Festa di laurea a Istanbul (cr. Nevit Dilmen Wikimedia commons)
Evitano lo scontro generazionale, non organizzano ribellioni come nei decenni passati ma si arroccano nel gruppo dei simili, variamente interconnesso, rifiutando di identificarsi nel modello di vita che abbiamo consegnato loro. In Italia, un giovane su cinque, tra i 20 e i 34 anni, non studia e non lavora. Secondo un’indagine IPSOS, il 62% degli under 30 crede che vivrà peggio dei propri genitori, tra lavori saltuari e sempre mal pagati, una pensione lontana e incerta, un pianeta sempre meno vivibile, a causa di un cambiamento climatico a cui sono molto più sensibili rispetto alla nostra generazione. Questo tema è entrato nella loro coscienza quotidiana come una minaccia costante e tangibile, una condanna silenziosa di estati roventi, alluvioni, incendi, siccità, inquinamento ambientale e alimentare.
Dati sul cambiamento climatico forniti dalla Nasa (cr. Nasa Wikimedia commons)
Si domandano perché noi adulti tendiamo a rimuovere, un po’ ipocritamente, questi scenari che rappresentano il loro futuro. Sanno che l’ONU, nel 2023, ha definito l’Italia “zona ad alta vulnerabilità climatica del Mediterraneo”. L’età dell’adolescenza si allunga, la stabilità lavorativa e l’autonomia economica tardano ad arrivare insieme alle scelte importanti: l’acquisto della casa, il matrimonio o la convivenza, la procreazione. Forse non rifiutano il lavoro a priori, ma pretendono un lavoro che abbia un senso coerente con la propria vita, non vogliono che questa ruoti interamente intorno ad esso. Vogliono salvaguardare il benessere psicologico, mentale, vivendo in un Paese che aveva elevato fatica e sacrificio a misura morale.

Prima pagina della rivista americana "Successo" (cr. Ethel Wright Wikimedia commons)
È una rivendicazione che rappresenta una notevole trasformazione culturale e che a noi sembra un semplice tentativo di disimpegno, se non proprio una provocazione. Un rapporto CENSIS del 2024 definisce “malinconia del possibile” quella specie di diffusa rassegnazione preventiva che assale i giovani. Se il futuro è percepito come peggiore e minaccioso, ogni investimento, come l’impegno nel lavoro, perde il suo senso.
La consegna di pacchi a domicilio, per molti giovani una soluzione forzata (cr. Meanwell packaging Wikimedia commons)
Per gli under 35 che trovano un lavoro l’instabilità è la norma: quasi la metà ha contratti temporanei e una quota non quantificabile ha contratti opachi (false partite IVA, cococo irregolari, appalti illeciti…). Il ricambio tra le generazioni si sta assottigliando, il calo demografico lo accentua, il Paese invecchia, il numero delle pensioni aumenta, la tutela sociale è in crisi. La politica rincorre il consenso a colpi di bonus, sussidi e condoni più spesso per chi ha già qualche forma di protezione e va a votare.

Giovani al lavoro in un call center spagnolo (Wikimedia commons)
Persa la sicurezza del passato, la nostra società fatica a costruire la stabilità sul coraggio del futuro, consentendo il triste fenomeno della fuga all’estero dei talenti e dei laureati. Ragazzi ai quali le famiglie avevano trasmesso l’idea che lo studio sarebbe stato l’unico modo per salire nella scala sociale, evitare “certi lavori” anche se i lavori manuali, per decenni, avevano promesso a noi, e mantenuto, autonomia e crescita personale. Forse è un errore valutare i giovani sulla base della loro disponibilità al sacrificio, alla sopportazione della fatica e all'assunzione di impegni, perché il mondo è notevolmente cambiato. E non l’hanno cambiato loro.
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