Il silenzio, dolore degli adolescenti 

Il silenzio, dolore degli adolescenti 

Una adolescente di fronte al tramonto (cr. Nevit Dilmen Wikimedia commons)

L’incapacità dei genitori di comprendere nuovi valori

Questo quotidiano ha ospitato, in varie occasioni, contributi relativi all’inquietante fenomeno, in espansione, della violenza giovanile. Una violenza che non è espressione di conflitti generazionali o di azioni finalizzate a delinquere, ma di un’aggressività repressa agita in azioni impulsive per bande o con sfide estreme. Azioni povere o prive di parole, ma con valenza identitaria, in mancanza di alternative desiderabili.


Giovani russi partecipanti a un programma di istruzione (cr. Timosha.m Wikimedia commons) 


Per buona sorte, la maggior parte degli adolescenti e dei giovani, pur soffrendo di un disagio diffuso, non agisce la violenza. Il loro modo di soffrire è cambiato. Si può manifestare attraverso una sorta di anestesia emotiva, una sensazione di vuoto esistenziale perché privo di senso, di una direzione lineare. Solitudine tra solitudini.

Molti adolescenti, fin da piccoli, sono addestrati a intercettare lo stato d’animo dei genitori facendosene carico tramite la manifestazione di una realtà interiore insincera per se stessi ma “tollerabile” per mamma e papà. Si sentono, in qualche modo, in dovere di silenziare le proprie verità emotive sopportando in silenzio il fardello dei sentimenti.


Gli adolescenti della band svedese "The Foo conspiracy" (D.A. Karlsson Wikimedia commons)


È una generazione cresciuta con la promessa di un ascolto empatico da parte di genitori incondizionatamente amorevoli. Ma quando esprime emozioni scomode (dolore, malinconia, rabbia repressa, timore del futuro incerto o minaccioso) gli adulti, poco attrezzati ad ascoltare davvero, tendono a sottovalutare, a banalizzare, e puntano direttamente a offrire soluzioni pronte, sperimentate dalla propria esperienza di vita, in parte orgogliosi di aver dato tutto ai figli, di aver costruito una società della gioia, una gioia ottenibile con buone performance e con l’impegno dovuto.


Ufficiale statunitense accolto dai figli al rientro da una missione (cr Us Navy Wikimedia commons)

Il tempo dedicato all’ascolto reale è poco perché i genitori si concentrano subito sulla soluzione del problema contingente, sulle indicazioni da dare, nel lodevole intento di aiutare i figli, ma sottovalutando il perché emotivo e affettivo del loro disagio.

Loredana Cirillo, psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro, invita i genitori a riconoscere prima le loro fragilità, a fare un atto di consapevolezza in relazione al fatto di essere i responsabili del mondo che hanno costruito per i ragazzi, un mondo che, in buona parte, questi tendono a rigettare.


La psicologa e psicoterapeuta Loredana Cirillo (dal sito Il festival della mente)


Gli adulti dovrebbero dare legittimazione alle proprie fragilità, alla stanchezza e ai ripensamenti, condividendo insieme ai figli l’eventualità degli errori, degli insuccessi e le difficoltà. Il misconoscimento delle proprie fragilità può essere alla base di un ribaltamento dei ruoli: essere i genitori che chiedono ai figli di mostrare una forza di volontà che spesso ancora non hanno o che vogliono dirigere in altre direzioni di vita.


Nella stampa colorata, l'adolescenza vista nel XVIII secolo (cr. Larmessin Wikimedia commons)


Nonostante la sofferenza induca una quota di adolescenti a manifestare comportamenti a rischio (autolesionismo, disturbi alimentari, ritiro sociale e scolastico, pensieri di morte), questa generazione possiede la sensibilità e la competenza psicologica alla relazione e alla vicinanza con l’altro. L’adolescente matura se ha la possibilità di condividere anche il senso di sé negativo, la tristezza, l’ansia, la rabbia e la nostalgia del futuro, un disincanto figlio del rimpianto per opportunità di vita e stabilità simili a quelle godute dai genitori, e che sentono di aver perso ancora prima di poterle sperimentare. Desiderano un nuovo patto sociale che dia senso alla loro esistenza, lo desiderano senza slogan urlati o lotte sociali come avveniva negli anni ‘60-’80. Non fanno né faranno una rivoluzione.

Giovani israeliani si divertono in un kibbutz, 1964 (Wikimedia commons) 

Vorrebbero che la loro malinconia non fosse interpretata dagli adulti con benevola sufficienza o percepita come una depressione generazionale patologica, ma come il rifiuto dei modelli di successo tradizionali dei genitori (logiche di carriera, seconda casa, bella macchina, in una serie continua di prestazioni ottimali verso il guadagno). Privilegiano il benessere mentale, la sostenibilità ambientale (che vedono messa incoscientemente a repentaglio da adulti “responsabili”) e le relazioni umane. I giovani adulti vivono senza clamore la loro malinconia derivante anche dalla necessità di dover procrastinare a tempo indefinito matrimonio, genitorialità, acquisto della casa, per mancanza di solide basi economiche e di un futuro concepibile. L’impossibilità di pianificare il domani svuota di valore e di senso l’azione dell’oggi, poiché nella vita si procede verso un obiettivo non quando qualcuno ci spinge, ma quando qualcosa ci attrae.

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