La mia alluvione, inseguita dall'acqua
danni alla spalletta del lungarno a causa della piena del fiume Arno. Foto di autore sconosciuto, disponibile su Wikimedia Commons. Immagine nel pubblico dominio in Italia poiché sono trascorsi oltre 20 anni dalla sua produzione (Art. 92 Legge 633/1941).
La tragedia di Firenze nel racconto di una studentessa di allora
Venerdì 4 novembre 1966 (all’epoca festa nazionale) avevo da poco compiuto 23 anni, risiedevo con la mia famiglia a Firenze, all’ultimo piano di uno dei palazzi della Fondiaria che si affacciano sulla piazza della Libertà; il portone di ingresso è da via San Gallo 128. L’acqua dell’Arno si è fermata lontano da casa nostra, e mentre molte persone sono morte o hanno avuto le loro abitazioni devastate dalle acque e dal fango della piena, o hanno trascorso ore di terrore sui tetti, io mi sono accorta dell’accaduto solamente intorno alle 9 della mattina.
Frequentavo la facoltà di architettura all’Università di Firenze e nei giorni precedenti avevo fissato di andare a vedere dei disegni a casa di alcuni studenti che abitavano in un seminterrato di via Scialoja, vicino a piazza Beccaria.
A piedi
Sono passata dal viale Matteotti e poi sono passata a chiamare un amico che abitava in via dei Della Robbia, per andare insieme. Era stato un periodo di piogge torrenziali quasi ininterrotte, e l’abbigliamento normale era ormai un impermeabile con cappuccio e stivali di gomma fin sotto al ginocchio, e ovviamente l’ombrello. La mattina del 3 novembre ero passata in via de’ Pucci, dov’era un negozio di ferramenta; un commesso anziano era sulla soglia e guardava il cielo; con aria serissima, disse “mah, speriamo piova!”.
Proseguendo lungo via Della Robbia siamo arrivati al viale Mazzini e qui ci siamo fermati: c’era come un lago di acqua bassa, e in un primo momento abbiamo pensato che le fogne non ricevessero, magari le griglie erano piene di foglie, ma stando fermi sul bordo dell’acqua, questa lentamente si spostava e ci costringeva ad arretrare. Allora abbiamo pensato di passare dal viale Gramsci e siamo tornati indietro in una via traversa ed abbiamo raggiunto il viale. La zona carrabile del viale segue il tracciato delle mura di città che sono state abbattute all’epoca di Firenze capitale, ed è un po’ soprelevata rispetto ai marciapiedi e alle zone laterali di parcheggio.
Siamo quindi arrivati più vicino alla piazza Beccaria e allora la situazione è apparsa più chiara: la piazza era un lago, nel quale si muovevano due mezzi dell’Esercito, forse anfibi; due enormi cilindri bianchi si spostavano nella piazza; pensai alla sede del giornale La Nazione. Di nuovo, siamo indietreggiati con il bordo dell’acqua che lentamente ci costringeva a spostarci. A quell’ora, ormai quasi le 10 di mattina, l’Arno aveva già invaso piazza del Duomo ed era arrivato alla piazza San Marco. Siamo tornati indietro, in ansia all’idea dei ragazzi che dovevo incontrare e che abitavano in un seminterrato. Seguendo il viale, siamo arrivati all’altezza di piazza D’Azeglio: i pali di divieto di sosta erano sommersi fino al segnale. Arrivai a casa stravolta, informai i genitori e i fratelli. Iniziava a mancare la luce elettrica, cercammo pile e candele.
Allievi del 59° Corso Sottufficiali dei Carabinieri, soprannominati "Angeli del fango con gli alamari", impegnati nei soccorsi durante l'alluvione di Firenze (novembre 1966). Autore: Sconosciuto Licenza: Pubblico dominio (fotografia generica il cui copyright è scaduto dopo 20 anni dalla data di produzione
Vicino alla nostra abitazione c’era l’ospedale militare, con i soldati sul portone; ogni volta che una ragazza passava davanti, erano commenti, spesso fastidiosi. Nel periodo dopo l’alluvione la vista dei soldati e delle altre forze dell’ordine era una gioia, la loro presenza e il loro lavoro sono stati determinanti in tanti campi, soprattutto nello sgombero delle macerie che coprivano le strade, nel trasporto di materiali, dell’acqua potabile con le autobotti. Mio fratello, 21 anni, andò con loro a portare pane e sigarette a San Donnino, un quartiere martoriato, fatto di case a due piani; gli abitanti erano impauriti dai mezzi pesanti che facevano tremare i muri. Ci volle un mese perché si potesse arrivare alla piazza Santa Croce, nella zona in cui l’acqua era arrivata a 6 metri.
Firenze, Piazza del Carmine dopo l'alluvione del 4 novembre 1966. Automobili sommerse dal fango e detriti di fronte alle facciate dei palazzi storici. Foto di Ricce, rilasciata nel pubblico dominio
La sera del 4 novembre mio fratello e un suo amico percorsero i viali dai quali l’acqua iniziava a defluire. Le auto parcheggiate, che avevano avuto il muso immerso nell’acqua, avevano i fari accesi e il clacson che suonava finché non si scaricava la batteria, sembrava un lungo lamento.
In casa nostra hanno dormito alcuni conoscenti che erano rimasti isolati, ed una mia amica che abitava in via della Pergola al piano terreno. Quando avevano visto l’acqua nel cortile hanno pensato di levare il coperchio del tombino di pietra centrale: dall’apertura è scaturita un’alta colonna compatta di acqua fangosa e quindi si sono rifugiati dai vicini del piano di sopra; la mia amica è riuscita a salvare il corredo portandolo su; stava per sposarsi, il suo fidanzato ha passato la notte fra il 4 e il 5 in ansia, in attesa che l’acqua defluisse e si potesse passare. Dato che le scuole erano chiuse, che l'acqua scarseggiava e la situazione era disagiata, mia sorella Giovanna, che aveva 12 anni, fu mandata dagli zii a Foligno, dove stava al caldo, la cioccolata abbondava.
Sono andata alla casa in via della Pergola per aiutare. Era una scena angosciante: in silenzio, le persone spalavano il fango dalle case verso la strada, ammucchiavano mobili sfasciati, tutto quello che non era recuperabile. Piero Bargellini, a quell’epoca sindaco di Firenze, del quale conservo un grato ricordo, scrive di quel periodo che lo sgombero dei materiali dalle case si svolgeva in due tempi, ed è verissimo: in un primo momento si butta via quello che è irrecuperabile, e dopo poco tempo si butta via anche quello che si sperava di salvare ma che si è finito di rovinare nel frattempo.
In centro
Nella centrale via della Scala l’acqua, facendo mulinello, ha fatto uscire dai cardini i portoni di molte case e li ha portati fino alle Cascine, dove i padroni di casa sono andati a recuperarli con carretti quando le strade sono state liberate dai detriti. Era molto pericoloso camminare per le strade, si rischiava di tagliarsi le scarpe, di cadere perché non vedevi su cosa appoggiavi i piedi.
La domenica arrivai fino alla piazza del Duomo. Le porte del Battistero avevano subito lo stesso trattamento dei portoni delle case, si erano rotti gli elementi di bronzo che tenevano le formelle e queste erano ammucchiate per terra: la ringhiera che impedisce ai turisti di avvicinarsi le aveva trattenute ai piedi del portone. Mi chiesi se la città sarebbe sopravvissuta a tutta questa devastazione. Poi pensai ai mucchi di calcinacci che avevo visto dalla mia infanzia anche nel giardino dove giocavo con gli altri bambini e nella zona vicino al Ponte Vecchio e cercai di consolarmi. Fango e nafta segnavano sulle facciate l’altezza raggiunta dall’Arno; ma l’odore più penetrante che si sentiva era quello che proveniva dalle mesticherie alluvionate: scatole di detersivo in polvere si erano mescolate con il fango e toglieva il respiro.
Via Ricasoli sommersa dalle acque durante la storica alluvione dell'Arno; sullo sfondo è visibile la cupola del Duomo (Santa Maria del Fiore). Autore: Sconosciuto / Anonimo Licenza: Pubblico dominio (PD-Italy) – Fotografia generica priva di carattere creativo il cui termine di protezione di 20 anni (Art. 92 Legge 633/1941) è scaduto.
In casa nostra non avevamo ancora l’ascensore. 108 scalini, sagomati giusti, erano comunque impossibili da percorrere con taniche di acqua potabile, anche per noi giovani. Mio padre e un muratore misero una trave legata alla ringhiera e inclinata verso il muro; con una carrucola e una forte corda iniziammo a tirare su l’acqua potabile. Andavamo a prenderla nel pozzo del giardino delle Mantellate; la prima volta usammo un secchio, la corda ovviamente iniziò a far ruotare il secchio su se stesso e a schizzare tutto intorno. Passammo alle taniche col tappo e il problema fu risolto.
Poco tempo dopo l’alluvione ho visto l’interno della stazione di Santa Maria Novella: un enorme faro illuminava l’arrivo dei binari, alimentato con un generatore. Una luce accecante, in un totale deserto, impressionante. Tutta la città era disseminata di facciate puntellate, e questo aspetto è durato a lungo.
Villa Calcinaia, foto di Sailko, utilizzata sotto licenza CC BY 3.0
Con una ragazza inglese andai alla Villa Calcinaia di proprietà dei Conti Capponi per aiutare a recuperare alcuni documenti che erano stati sciupati dall’alluvione. Alla fine della giornata, il Conte ci chiese come poteva ricompensarci, ma rifiutammo. Però lui ebbe un’ottima idea: “Volete fare un bagno?”, ci chiese. Accettammo felicissime perché a Firenze era ancora difficile farlo. Ricordo ancora lo scaldabagno a legna, un imponente cilindro in rame, che necessitava di un po’ di tempo per scaldare l’acqua fra un bagno e l’altro.
Un episodio che mi è stato raccontato da un notaio che aveva lo studio a Empoli. Il giorno prima dell’alluvione stava tornando a Firenze dopo il lavoro, percorreva la strada statale che costeggia l’Arno e si è dovuto fermare: la strada era occupata da una moltitudine di rane e rospi che risalivano dal fiume e attraversavano la statale per andare sulla collina.
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