Il ragazzo che parlava con il vento

Il ragazzo che parlava con il vento

Stanisław Witkiewicz. "Vento Halny", 1895 (Wikimedia commons)

Elia e le parole arrivate dal cielo  

Alla galleria di bizzarri personaggi creati da Giacomo Scillia si aggiunge oggi Elia, un ragazzo che parlava con il vento. E' una nuova storia di Sicilia.

Nel paese di Nicosia alto, dove le case parevano appese più al silenzio che alla terra, viveva un ragazzo che parlava col vento. La gente rideva, ma con quella cautela che si riserva a chi non fa male a nessuno e tuttavia disturba, solo esistendo, l’ordine degli uomini normali.

Si chiamava Elia. Non era bello nel modo facile dei giovani che si fanno guardare. Aveva invece un viso già un poco stanco, come se la vita gli fosse entrata dentro prima ancora di essere vissuta. Quando camminava, pareva ascoltare. E forse ascoltava davvero: non il vento, ma ciò che il vento gli permetteva di sentire di sé.



"La madre parlava molto ma tutto finiva in sospiri e lamenti" (cr. D.M. Bunker, A winter tale of spirites and goblins Wikimedia commons)

Era cresciuto in una casa dove le parole o cadevano come pietre o evaporavano come fumo. Il padre parlava poco, e ogni parola pesava. La madre parlava molto, ma tutto finiva in sospiri e lamenti. Così Elia aveva imparato presto che si può morire soffocati sia dal troppo sia dal troppo poco. Gli avevano sempre parlato tutti, e nessuno gli aveva mai detto davvero qualcosa.

A quindici anni salì un giorno sul costone dietro il paese, dove il vento correva libero tra erba secca e pietre, e disse: «Tu almeno non fingi di capirmi». Non era una frase importante, ma fu la prima che gli somigliasse. Tornò lassù il giorno dopo, e poi ancora, finché parlare al vento divenne la sua abitudine segreta.



"A quindici anni salì un giorno sul costone dietro il paese" (cr. Winslowhomer West win Wikimedia commons)

Non cercava risposte dall’aria. Cercava uno spazio in cui i pensieri smettessero di travestirsi. Il vento, a differenza degli uomini, non interrompeva, non consigliava, non giudicava. Passava. Portava via il superfluo. Lasciava nudo ciò che restava. E ciò che restava non gli piaceva sempre.

Scoprì che la sua gentilezza non era tutta bontà; dentro c’era paura, bisogno di essere accettato, desiderio di non perdere l’amore altrui. Scoprì che in molti suoi silenzi non abitava saggezza, ma vigliaccheria. E questa scoperta gli fece male, perché fino ad allora s’era creduto uno, limpido, leggibile; invece dentro si muovevano figure diverse, spesso nemiche. Da quel momento il vento gli piacque e gli fece paura.



"Tirava una corrente lunga, ostinata. Elia parlò a lungo" (cr. C.C. Pitz Wikimedia commons)

Una sera d’autunno salì al costone mentre il paese si chiudeva nelle televisioni accese e nell’odore delle cucine. Tirava una corrente lunga, ostinata. Elia parlò a lungo. Disse del desiderio di essere amato senza dover rappresentare nulla. Disse della stanchezza di sembrare forte quando dentro si sentiva sbriciolato. Disse soprattutto del terrore di diventare un uomo intero soltanto in apparenza. A un certo punto tacque. E nel tacere gli sembrò di ricevere una risposta.

Non una voce. Sarebbe stato troppo semplice. Sentì invece che il vento gli rimandava la sua stessa domanda, ma svuotata d’orgoglio. Tu vuoi essere capito, gli pareva dicesse, ma ti sei mai guardato davvero? Tu domandi amore, ma sapresti sopportarti senza menzogna? Tu accusi gli altri di non vederti, ma sei sicuro di non essere il primo a sfuggirti? Scese dal costone pallido, come dopo una confessione che non assolve.



"Ma ti sei mai guardato davvero? Tu domandi amore, ma sapresti sopportarti senza menzogna?" (cr. F. Desmoulin "Dessin Mediumnique" Wikimedia commons)

Da allora cambiò. Non nel vestito, non nelle abitudini. Cambiò più segretamente: smise di credersi uno. E questa perdita, che avrebbe potuto farlo impazzire, gli diede invece una malinconica pietà. Cominciò a guardare gli altri con occhi diversi. Il farmacista cortese gli sembrò un uomo che sorrideva per non gridare. La donna vestita di nero che ogni mattina passava davanti alla chiesa gli sembrò vedova non di un marito, ma della vita che non aveva osato vivere. Allora comprese che tutti, in un modo o nell’altro, parlavano col vento: c’era chi lo faceva nelle preghiere, chi nei rimpianti, chi nelle bugie sussurrate allo specchio.

Nessuno viveva intero. Nessuno coincideva con la propria faccia. Questa scoperta non lo rese superbo. Lo rese mite. Chi sono io, pensava, per giudicare la maschera degli altri, se anch’io ogni mattina ne scelgo una per uscire di casa? E capì una cosa più triste ancora: l’uomo non mente soltanto per ingannare; mente anche per reggersi in piedi.



"La donna vestita di nero che ogni mattina passava davanti alla chiesa gli sembrò vedova non di un marito, ma della vita" (cr. Vilmos Aba Novak "Nun" Wikimedia commons)

Una notte sognò di stare in piazza mentre il vento gli strappava dal volto una faccia dopo l’altra. Sotto la prima ce n’era una seconda, poi una terza, poi un’altra ancora. Si svegliò tremando con una domanda addosso: e se, tolte tutte le maschere, non restasse nessuno?

Per giorni non salì più al costone. Evitava il vento come si evita un amico che sappia troppo. Restò in casa, parlò del necessario, sorrise quanto bastava per non destare sospetti. In paese qualcuno disse persino: «Finalmente gli è passata». Ma certe febbri dell’anima non passano: si nascondono.


"Una notte sognò di stare in piazza mentre il vento gli strappava dal volto una faccia dopo l’altra" (cr. F. Bauman "Masken" Wikimedia commons)

Una domenica di marzo il cielo si rabbuiò d’improvviso. Le nuvole correvano come bestie spaventate e un vento largo attraversò il paese, sbattendo imposte e sollevando polvere. Elia uscì senza pensare e prese la strada del costone. Non saliva per cercare risposta. Saliva per consegnarsi.

Giunto in alto, gridò con tutta la voce che aveva: «Va bene! Non sono uno! Non sono quello che credevo, né quello che gli altri vedono! Ma bisogna esserlo per forza? Bisogna avere un solo volto per meritare la vita?» Il vento gli si buttò addosso con tanta forza da farlo piegare. Chiuse gli occhi. E in quel piegarsi comprese finalmente ciò che da mesi gli girava intorno senza lasciarsi afferrare.



"Gli parlava come a un compagno severo" (cr. bobi bobi illustration "Friendship" Wikimedia commons)

Non era necessario risolversi. Non era necessario comporsi in una figura netta. Forse vivere significava proprio questo: reggere il dissidio, portare con decenza la propria moltitudine, non fingere una pace dove c’è invece un umano tumulto. Quando riaprì gli occhi, il paese era lo stesso. Eppure gli sembrò meno ostile. Non perché fosse cambiato, ma perché anche lui aveva smesso di chiedergli ciò che nessun luogo e nessuna persona possono dare: una forma definitiva.

Continuò negli anni a parlare col vento, ma non più per ottenere risposte. Gli parlava come a un compagno severo, uno di quelli che non ti consolano e non ti salvano, ma ti impediscono almeno di scambiarti per una menzogna intera. E quando qualcuno gli domandava, sorridendo, perché lo facesse, Elia rispondeva: «Per sentire quante persone mi abitano, senza costringerle a diventare una sola». Perché il vento, in fondo, non parla mai. Siamo noi che, quando non riusciamo più a mentirci, gli prestiamo finalmente la nostra voce.

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