L'amore proibito della sarta

L'amore proibito della sarta

Yehuda Pen, "La sarta" (Wikimedia commons)

La donna che rinunciò a cercare la felicità

Dalla Sicilia un nuovo racconto visionario di Giacomo Scillia, ambientato questa volta negli anni del boom economico.

A Sutera, nell’estate del 1964, le case si spiavano come vecchie comari, e le persone vivevano più nell’occhio degli altri che nel proprio respiro. Là abitava Rosaria Meli, sarta, trentasette anni, faccia quieta e mani fini. La sua colpa — se colpa era — non stava nei gesti, ma in quel tremito che le nasceva dentro quando una donna le passava accanto lasciandole addosso odore di sapone e di vita.

Panorama di Sutera (cr. Berthold Werner Wikimedia commons) 

Era nubile, e già questo bastava a farne un essere sospetto. Le donne dicevano che era seria, che aveva curato la madre fino alla morte, che viveva cucendo corredi. Però, quando lei si allontanava, la parola che restava nell’aria era una sola: strana. E in un paese siciliano, negli anni Sessanta, quella parola valeva più d’una sentenza.


Abiti secondo la moda femminile del 1964 (cr. T.T. Hammond Wikimedia commons)


Rosaria aveva imparato a vivere ngiustata, piegando la verità di sé per farla entrare nella misura che gli altri pretendevano. Sorrideva quando occorreva, abbassava gli occhi quando conveniva. Ma quell’aggiustarsi continuo le aveva prodotto dentro uno scassìo sottile, come se l’anima sua fosse lucida fuori e tarlata dentro.

"Arrivò in paese Agata, maestra supplente" (W. Homer, scuola di campagna, 1871 Wikimedia commons)

Le accadde allora una cosa piccola e terribile: arrivò in paese Agata Li Vigni, maestra supplente, venuta da Palermo. Non era bella come piaceva agli uomini. Aveva però due occhi diritti e un modo di stare seduta che sembrava una sfida. Rosaria la vide dal fornaio e sentì una stretta dietro lo sterno. Le parve d’essere stata sorpresa nuda, pur avendo addosso il vestito nero fino al collo.

Da quel giorno cominciò il suo arriminìo. La mattina si imponeva di non pensarla. A mezzogiorno si scopriva a immaginare come Agata avrebbe piegato le dita toccando un libro. La sera le bastava intravederla in piazza per sentirsi disappittusare il fiato. E subito dopo arrivava il rimorso, ma non un rimorso chiaro: uno più sporco, perché nemmeno lei sapeva bene di che dovesse pentirsi.

"La chiesa diventò uno specchio crudele" (A. Piotrowski, Intencja, 1912)

La chiesa, che per gli altri era rifugio, per lei diventò uno specchio crudele. Dio, se la guardava, vedeva la donna devota e la sarta composta; ma la creatura vera — quella che tremava per una voce femminile bassa o per una nuca scoperta — restava nascosta nell’ombra del banco. E Rosaria si domandava se il peccato non fosse tanto sentire, quanto doversi spezzare in due per continuare a vivere.

Un pomeriggio Agata venne da lei con un vestito color cenere da stringere in vita. Entrò in casa, guardò i rocchetti, le fotografie dei morti, il lume a petrolio, e disse:

"Mi hanno detto che avete mano buona".

Mentre prendeva le misure, Rosaria tremava. Guardava soltanto gli spilli. Ma Agata la osservava in silenzio. Poi disse:

“Qui si soffoca”.

Rosaria alzò gli occhi.

“In paese?”

“No - rispose Agata - dentro le persone”.


"Venne con un vestito da stringere in vita" (M. Stifter, Il vestito nuovo, 1889)


Quella frase le rimase addosso come una scheggia. Per tre notti non dormì. Non perché avesse capito, ma perché temeva d’essere stata capita. E nella vita di certi esseri infelici non c’è spavento più grande dell’essere visti proprio nel punto dove hanno costruito il loro nascondiglio.


"Per tre notti non dormì" (L.T.A. Adema, Il mondo dei sogni, 1876)


Dopo, con il pretesto dell’orlo da rifare, Agata tornò altre volte. Nulla accadde di ciò che il paese avrebbe saputo chiamare scandalo. Accadde il resto: il silenzio che diventava abitabile, certe frasi dette a metà e comprese intere. Un giorno Agata le sfiorò il polso, appena un momento. Rosaria sentì allora che tutta la sua vita, fino a quel punto, era stata una recita imparata male.

Ma l’anima, quando è stata educata alla paura, non regge neppure la felicità. Rosaria diventò più sfuggente. Se Agata si avvicinava, lei parlava del tempo. Se la maestra taceva, lei tirava fuori il rosario. Le bastava vedere due donne ferme a mormorare per sentirsi addosso una lagnùsa di fango. Aveva capito che il paese, prima o poi, avrebbe intuito qualcosa. E il paese non perdona ciò che non comprende.


"Sotto le lampadine colorate vide Agata sola" (cr. D. Bloomfield Wikimedia commons)


Una sera d’agosto, durante la festa del patrono, sotto le lampadine colorate, Rosaria vide Agata sola in mezzo alla piazza. Le si avvicinò. Avrebbe potuto dirle: restate. Oppure: andiamo via. Disse invece:

“È meglio che non veniate più da me”.

Agata la guardò a lungo.

“Lo dite per me o per voi?”

Rosaria aprì la bocca, ma non uscì nulla.

“Per il paese”, mormorò infine.

Agata sorrise.

“No, signora Rosaria. Per la paura”.

Se ne andò a settembre, senza saluti. Lasciò un libro dimenticato sul tavolo. Rosaria non lo restituì. Lo tenne per anni nel cassetto della biancheria, come una reliquia di ciò che non aveva saputo vivere.

Passarono le stagioni. Le ragazze che venivano a farsi cucire l’abito nuziale la trovavano gentile. Nessuna immaginava che quella donna così composta avesse portato dentro una guerra muta lunga una vita.

Solo molto tempo dopo comprese che il suo errore non era stato amare una donna. Era stato accettare che gli altri le dessero il nome della propria anima. Si può vivere senza marito, senza figli, senza fortuna; ma non si vive impunemente contro la forma che il proprio cuore ha scelto.

Una mattina di novembre, molti anni più tardi, una forestiera domandò della vecchia sarta Meli. Aveva i capelli grigi sotto il foulard e una voce ancora ferma. Rosaria la riconobbe subito: era Agata. Nessuna delle due fece un passo avanti. Si guardarono come due sopravvissute allo stesso naufragio.


"Rosaria abbassò gli occhi sulla scopa" (F.B. Passarè, 1894) 


“Sono passata - disse Agata - perché dovevo passare”.

Rosaria abbassò gli occhi sulla scopa.

“Io invece sono rimasta perché non ho saputo fare altro”.

Agata si avvicinò appena.

“Non è vero. Voi siete rimasta perché vi hanno insegnato che restare era più onesto che vivere”.

Quelle parole entrarono in Rosaria con una dolcezza spietata. Per la prima volta non sentì vergogna. Sentì dolore, sì, ma un dolore assittato, quasi giusto. Come se finalmente la sua anima, dopo tanto sperdimento, si fosse seduta tutta intera nel proprio nome.


"Nel libro trovò una margherita secca" (cr. G. Cellitti68 Wikimedia commons)


Quando Agata andò via, Rosaria tornò in casa, aprì il cassetto e trovò nel vecchio libro una margherita secca. Allora sorrise, ma d’un sorriso che nessuno vide. E forse fu quello il suo unico momento di libertà: potere dire a se stessa che non era stata sbagliata lei.

Sbagliato era stato il paese, che per paura dei nomi nuovi aveva costretto certe anime a vivere travestite da ombra.

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