Lo sciancato scopriva i peccati
Raffaello "La guarigione dello zoppo" (Wikimedia commons)
Dal passo capiva le colpe di ognuno
Nel paese di Geraci Siculo, appeso alla montagna come una bestemmia trattenuta a metà fra la terra e il cielo, viveva da molti anni un uomo che nessuno chiamava col suo vero nome. All’anagrafe era mastro Calogero Meli, ma per il paese era soltanto u sciancatu orbu, lo sciancato cieco. E già in questo stava la prima ingiustizia, o forse la prima verità: che gli uomini, nei paesi siciliani, non vengono ricordati per ciò che sono stati, ma per la ferita che li ha resi riconoscibili.
Panorama di Geraci Siculo (cr. F. Genzone Wikimedia commons)
Calogero aveva perduto la vista a poco più di trent’anni, dopo una febbre cattiva che gli aveva lasciato gli occhi bianchi come acqua ferma. La gamba, invece, se l’era portata dietro storta fin dall’infanzia, piegata da una caduta da un mulo, in un’estate di polvere e di fichi secchi. Così avanzava nel mondo in quel modo tutto suo: un passo trascinato, il bastone avanti, la testa leggermente inclinata, come se ascoltasse anche ciò che non faceva rumore. E in effetti ascoltava. Più degli altri. Meglio degli altri.
"Un'estate di polvere e di fichi secchi" (cr. Lucyin Wikimedia commons)
Nei paesi come Geraci, dove tutti credono di conoscersi fino all’ultima cucitura dell’anima, si dimentica una cosa essenziale: che il volto mente, la voce spesso si addestra, le parole si imparano, ma il passo no. Il passo tradisce. Rivela l’orgoglio, la paura, la fretta, la colpa, la vigliaccheria, perfino la menzogna. Un uomo può dire: “Sono tranquillo”, e intanto salire la via con il tallone nervoso. Può dire: “Non temo nulla”, e battere il selciato come uno inseguito. Può dire: “Ho la coscienza pulita”, e invece camminare con quella esitazione minuta di chi sente dietro di sé non un nemico, ma un pensiero.
"Le parole si imparano ma il passo no" (cr. L. Kerscher Wikimedia commons)
Calogero questo lo aveva capito da tempo. Da quando il buio gli aveva chiuso gli occhi, i piedi degli altri avevano cominciato a parlargli. Stava spesso seduto sotto l’arco che portava alla Madrice, su una sedia impagliata che gli metteva fuori ogni mattina sua nipote Mariannina, zitella di quarant’anni, magra come una canna e fedele come un cane da porta. Da lì Calogero sentiva passare il paese intero. Il farmacista, che zampettava con la prudenza di chi deve sempre sembrare importante. Il prete, che aveva un’andatura morbida e sfuggente, quasi chiedesse scusa alle pietre.

"I piedi degli altri avevano cominciato a parlargli" (cr. Tapetoday Wikimedia commons)
Don Ernesto il possidente, che camminava largo, coi tacchi che affermavano una proprietà anche sul silenzio. Le vedove, che avanzavano con un passo consumato, come chi non va più incontro alla vita ma soltanto attraverso i suoi resti. E i giovani, soprattutto i giovani, che battevano il suolo con quella insolenza inconsapevole di chi crede che il corpo basti a farsi destino.
Quando passavano, molti lo salutavano. “Compare Calò.” “Mastru Calò.” “Come va oggi?” E lui alzava appena il mento, ascoltava, e quasi sempre sapeva se quella domanda veniva da carità, da abitudine o da sincero riguardo. Ma il paese gli attribuiva un potere più oscuro. Dicevano che lo sciancato cieco riconoscesse il peccato dai passi. Non il peccato da catechismo, quello che il prete enumera dal pulpito come si elencano i prezzi di mercato. No. Il peccato vero: la colpa segreta, il rimorso taciuto, la vergogna che uno si porta dentro senza più nemmeno sapere come chiamarla.
"Non il peccato da catechismo, la colpa vera" (Pieter van Gent Wikimedia commons)
La voce era nata così, per caso. Una sera d’autunno, passando sotto l’arco, Calogero aveva detto al figlio del mugnaio: “Fermati, Totò. Tu stanotte non dormi.” Il ragazzo si era gelato. Nessuno sapeva che da tre giorni aveva rubato denaro al padre per andare a carte a Nicosia. “Come l’avete capito?” aveva balbettato. E Calogero, sereno, aveva risposto: “Cammini come chi si porta un sasso nella scarpa e non vuole levarlo davanti agli altri.” Da allora il paese aveva deciso che nel buio dello sciancato c’era un tribunale più severo di quello di Dio.
"Aveva detto al figlio del mugnaio, fermati Totò" (F. Hodler Wikimedia commons)
La verità era un’altra. Calogero non indovinava niente. Riconosceva soltanto negli altri ciò che in sé aveva conosciuto a lungo: l’umiliazione.
La vita
Perché un uomo sciancato e cieco non vive una disgrazia sola. Vive anche il modo in cui gli altri la guardano. Da giovane Calogero era stato un falegname buono, paziente, con mani fini e una voce capace di rassicurare il legno stesso. Si era innamorato di Agata, figlia del fornaio, donna chiara di pelle e di sguardo, che gli parlava senza pietà e senza paura, come se la sua gamba storta non esistesse. Poi la cecità era arrivata come una serratura chiusa sul viso. E Agata, dopo due anni di promesse fiacche, aveva sposato un carrettiere vedovo con due muli e una casa già pronta. Nessuno la giudicò. In paese dissero: “Povera figlia, che doveva fare?” E Calogero imparò in quel momento la forma più precisa del dolore: non essere tradito, ma essere ritenuto naturalmente rinunciabile.
"Agata aveva sposato un carrettiere" (Pierdelama Wikimedia commons)
Da allora aveva parlato meno, ascoltato di più. E nel tempo aveva compreso che la maggior parte degli uomini non pecca per cattiveria. Pecca per paura. Paura di restare indietro, di perdere reputazione, di essere nominati male, di amare senza garanzia, di scegliere contro il consiglio dei parenti, di vivere una sola volta e perciò davvero. Il peccato, pensava Calogero, non è quasi mai il male clamoroso. È la piccola vigliaccheria quotidiana con cui chiamiamo prudenza la rinuncia e buon senso la codardia.

"Padre - disse - oggi camminate pesante" (Wikimedia commons)
Un pomeriggio di gennaio, col vento che pareva raschiare le case, passò sotto l’arco il parroco don Sebastiano. Lo sciancato alzò il capo. “Padre,” disse, “oggi camminate pesante.”
Il prete si fermò. “Pesante come?”
“Come uno che chiede perdono senza sapere a chi.”

"Don Sebastiano si fece il segno della croce" (cr. Wikivirker Wikimedia commons)
Don Sebastiano si fece il segno della croce quasi per riflesso, ma la mano gli tremò. Due giorni dopo si seppe che aveva convinto una ragazza del paese, rimasta incinta d’un giovane emigrato in Svizzera, a “sistemare la cosa” in silenzio, per non macchiare il nome della famiglia. Nessuno lo affrontò apertamente. Nei paesi le verità non scoppiano: si depositano. Però la voce sul cieco si fece più grossa. C’era chi lo evitava, chi rallentava davanti a lui per metterlo alla prova, chi cambiava strada.
"Sapeva di essere diventato specchio" (cr. J. Whitfield Wikimedia commons)
Calogero ne soffriva e ne sorrideva insieme. Sapeva di essere diventato una specie di specchio per gente che aveva passato la vita a non guardarsi. Ma uno specchio, anche se cieco, non è mai amato davvero. Una sera d’estate, mentre la festa del patrono buttava nell’aria il rumore dei mortaretti e il tanfo dolce delle mandorle caramellate, arrivò davanti a lui don Ernesto Rinaldi, il più rispettato fra i galantuomini del paese. Terreni, bestie, denaro prestato a mezzo circondario, figli vestiti bene e una moglie silenziosa come una tenda tirata. Gli si avvicinò e disse, con quella cortesia gonfia che hanno i potenti quando vogliono sentirsi assolti in anticipo: “Compare Calò, dicono che voi sentite molte cose.”

"E dei miei passi che sentite?" (Rodin, L'uomo in marcia Wikimedia commons)
“Sento i passi,” rispose il cieco.
“E dei passi miei che sentite?”
Calogero tacque un poco. Gli bastò quel poco. Don Ernesto era salito verso di lui non come un signore, ma come un imputato. Sotto la sicurezza c’era una contrazione minuta, quasi infantile.

"Don Ernesto era salito come un imputato" (cr. M. Davidek Wikimedia commons)
“Sento,” disse infine, “che camminate come uno che ha sempre avuto strada davanti, ma adesso teme che la terra si ricordi di ciò che vi ha dato.”
Don Ernesto rise, ma rise male. “Parlate oscuro, compare.”
“No,” fece Calogero. “Oscuro siete voi.”

"Fu trovata una scrittura nascosta" (J. Geirnaert Wikimedia commons)
Tre settimane dopo fu trovata una scrittura nascosta: anni prima don Ernesto aveva fatto passare per suo un campo lasciato in eredità a due nipoti orfani. Non ci fu scandalo vero, solo vergogna diffusa, mezze frasi, visite mancate, un inchino in meno al circolo. Ma a Calogero bastò sentire il silenzio nuovo con cui il paese lo attraversava per capire che era diventato pericoloso.
La fine
Fu Mariannina ad accorgersi che lo zio era stanco. Una sera, mentre gli lavava i piedi nel catino, gesto che faceva da anni senza teatralità né disgusto, gli domandò: “Zù Calò, ma è vero che voi sentite il peccato?” Lui sorrise, girando il viso cieco verso la finestra. “No, figlia mia. Sento il peso. E dove c’è troppo peso, quasi sempre c’è una colpa che non ha trovato il coraggio di dirsi.” “E il vostro passo, zù? Che direbbe?”
Calogero restò zitto. Poi disse piano: “Il mio direbbe che ho passato la vita a trascinare non la gamba, ma la parte di me che non fu mai perdonata d’essere rimasta indietro.” Mariannina abbassò il capo. Nei paesi siciliani le confessioni più profonde avvengono così: senza testimoni, senza retorica, fra un asciugamano steso e una bacinella d’acqua tiepida.

"Calogerò si ammalò, di lenta consunzione" (Munch, Wikimedia commons)
Pochi mesi dopo, Calogero si ammalò. Non di una malattia precisa, ma di quella lenta consunzione con cui gli anziani cominciano a togliersi dal mondo senza disturbarlo troppo. Continuò a sedere sotto l’arco finché poté. Poi un giorno non uscì più. Il paese lo seppe e ne sentì una specie di mancanza inquieta, come se fosse venuto meno non un uomo, ma una funzione morale del selciato.
"Chiese che gli aprissero la finestra" (Juan Gris Wikimedia commons)
La domenica prima di morire chiese che gli aprissero la finestra. Voleva sentire i passi della piazza un’ultima volta. Passarono donne, ragazzi, un mulo, il sagrestano, due bambini che correvano. E lui ascoltava, con gli occhi bianchi rivolti al nulla, come se stesse leggendo un libro che solo lui conosceva. A un tratto disse: “Mariannina.”
L’addio
“Zù?”
“Il mondo non è cattivo quanto pare. È più debole.”
Furono quasi le sue ultime parole.
Quando morì, Geraci Siculo lo accompagnò al cimitero con quel rispetto imbarazzato che si ha per chi, pur senza aver mai accusato apertamente nessuno, ha costretto tutti a sentire che la propria coscienza fa rumore. Dopo il funerale, per settimane, molti nel paese camminarono più piano, quasi temessero che da qualche fessura del cielo lo sciancato cieco li ascoltasse ancora.
"La sua sedia sotto l'arco sparì" (cr. C. Monmasson Wikimedia commons)
Ma il tempo, nei paesi, mangia tutto e conserva tutto. La sua sedia sotto l’arco sparì. Mariannina andò a vivere da una sorella. Don Ernesto tornò a farsi salutare. Il parroco cambiò tono nelle prediche. Eppure una cosa rimase: ogni tanto, passando per la salita della Madrice, qualcuno esitava senza motivo, sentiva il proprio passo rimbombare più del solito e si domandava, per un istante solo ma vero, che cosa avrebbe riconosciuto di lui quel vecchio cieco.

"Vedeva la fatica con cui gli uomini trascinano i peccati (G. Molteni Wikimedia commons)
Perché Calogero Meli non vedeva i peccati. Vedeva la fatica con cui gli uomini li trascinano. E aveva compreso la più pirandelliana e feroce delle verità: che l’anima non si tradisce quando cade, ma quando, per paura del giudizio, impara a zoppicare da sola pur di sembrare intera; e allora sì, anche nel buio più fitto, basta il rumore d’un passo per far tremare tutto il teatro miserabile della coscienza umana.
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