Lo strano lutto della vedova Agata    

Lo strano lutto della vedova Agata    

Frants Henningsen, En begravelse (Un funerale) Statens Museum for Kunst (Copenaghen). Immagine da Wikimedia Commons / Pubblico dominio

Davanti al morto disse solo una parola: “Finalmente”

Continua la rassegna di racconti di Giacomo Scillia su personaggi siciliani creati dalla sua fantasia.

A Sambuca, tra case color miele e vicoli odorosi di mosto, donna Agata vedeva ogni cosa al rovescio. Quando quella fimmina diceva che la giornata era bella, le vicine ritiravano i panni.

Alle nozze della figlia del farmacista, mentre si applaudiva, aveva guardato la sposa e sussurrato: «Povera creatura. Le hanno messo i fiori per non farle vedere la porta».

Al funerale di un vecchio che picchiava la moglie, aveva stretto la mano alla vedova: «Ora potrai dormire». La vedova aveva pianto più forte. Poi, nascosta dietro il fazzoletto, le aveva baciato le dita.

Questo, però, nessuno l’aveva visto.

Il paese aveva deciso che Agata fosse foddi. Da quel momento non occorreva domandarsi se avesse ragione. Bastava compatirla.


"Una crepa sopra il letto e una sedia davanti alla finestra" Childe Hassam, The Goldfish Window (1912). Fonte: Wikimedia Commons. Opera nel pubblico dominio


Lei abitava in una casa stretta, con una crepa sopra il letto e una sedia davanti alla finestra. Cuciva ancora, con le dita storte e l’ago che talvolta le entrava nella carne. Allora succhiava il sangue e tornava a cucire.

Da 31 anni era vedova. Aveva 66 anni, ma certe mattine, alzandosi, ne sentiva addosso venti: quelli di quando aspettava suo marito e non riconosceva ancora i suoi passi.

Il marito, Carmelo, era morto cadendo dal terrazzo. Così dicevano tutti.

Quando le avevano portato il corpo, Agata aveva detto: «Finalmente».

Una parola soltanto. Per quella parola le avevano tolto il diritto di soffrire. Alle altre vedove si portavano brodo, sedie, carezze. Da lei gli uomini restavano sulla soglia; le donne abbassavano la voce sulle scale.

Suo figlio Michele aveva allora 12 anni. Dopo il funerale non le aveva più lasciato toccare i capelli.


"Teneva la contabilità e veniva a Sambuca due volte l’anno" Piazza Baldi Centellis a Sambuca di Sicilia Foto di Davide Mauro, via Wikimedia commons, licenza CC BY-SA 4.0 

Ora viveva a Palermo, teneva la contabilità e veniva a Sambuca due volte l’anno. Telefonava ogni domenica, sempre alla stessa ora. Agata, sentendo squillare, apparecchiava per due. Sapeva che lui non sarebbe arrivato. Quel piatto, però, lo lasciava fino a sera.

Quel novembre Michele venne di giovedì.

Agata lo vide dal vetro mentre attraversava la strada. Aveva una borsa nuova e la testa bassa, come Carmelo quando portava una cattiva notizia e sperava che la porta, aprendosi, la facesse sparire.

«Che disgrazia mi porti?» gli domandò.

«Vengo per il tuo bene».

«Allora è grossa».

Michele posò la borsa senza sorridere. Gli sembrò di avere di nuovo 12 anni: stesso odore di stoffa, stesso tavolo, stessa madre che trovava una colpa in ogni silenzio.



"Agata continuò a infilare l’ago. Il filo non entrava" Carl Holsøe, Interiør med kvinde der syr ved vinduet (Interno con donna che cuce alla finestra), olio su tela. Fonte Wikimedia commons / Pubblico dominio

Le parlò di una casa per anziani, poco lontano da Palermo. Un giardino, una camera luminosa, persone con cui conversare. Lì sarebbe andato a trovarla più spesso.

Agata continuò a infilare l’ago. Il filo non entrava.

«E questa casa?».

«La chiudiamo. Poi vediamo».

«La chiudiamo. Come gli occhi dei morti».

Lui si alzò, si vergognò e tornò a sedere.

«Non puoi trasformare ogni parola in un’accusa».

«Assittati bene. Hai lasciato mezzo corpo fuori dalla sedia».

Era il modo in cui sedeva da bambino quando temeva un rimprovero: pronto a scappare, ma senza il coraggio di farlo.


"Un giardino, una camera luminosa, persone con cui conversare". Eugenio Zampighi, Coppia di anziani che legge. Foto di pubblico dominio, resa disponibile tramite Wikimedia commons

Michele guardò la crepa sul muro. Aveva preparato quel discorso in viaggio, scegliendo parole gentili che ora gli suonavano false. Eppure il giardino esisteva, la camera era luminosa, lui era davvero preoccupato. Possibile che anche una cosa vera diventasse una menzogna appena sua madre la guardava?

«Io ho paura che tu cada», disse.

Agata lasciò l’ago.

«Anch’io avevo paura che tuo padre cadesse».

Michele si morse la mano, come faceva da piccolo sotto le coperte per non chiamare sua madre.

«Fu un incidente».

Lei raccolse una briciola dal tavolo.

«Se ti serve ancora, chiamalo così».

Nel cortile una voce gridò che litigare per l’acqua era una malafigura. Michele sentì il paese dietro la porta, come 31 anni prima.

Suo padre aveva perso il lavoro. Per mesi si era vestito all’alba ed era uscito con la cartella vuota. Agata gli stirava le camicie. Michele lo salutava dal letto. Tutti sapevano, nessuno domandava dove andasse.


"Lo aveva trovato seduto dietro il cimitero, con la cartella sulle ginocchia".  "L'ingresso del cimitero" di Caspar David Friedrich. Fonte: Wikimedia Commons / Pubblico dominio

Un giorno il ragazzo lo aveva seguito. Lo aveva trovato seduto dietro il cimitero, con la cartella sulle ginocchia. Non aveva avuto il coraggio di avvicinarsi. A casa, sua madre gli aveva chiesto perché avesse le scarpe sporche. Lui aveva risposto: «Ho giocato».

La notte prima della caduta Carmelo aveva lucidato le scarpe. Poi aveva detto ad Agata che il giorno dopo non serviva stirare.

Lei aveva capito.

Non tutto, forse. Abbastanza.

«Io ero sul terrazzo», disse Michele.

Agata chiuse gli occhi.

«Lo so».

«Non sai niente».

«Allora dimmelo».

Finalmente la guardò. Aveva due piccoli segni ai lati della bocca, come tagli ricuciti male. Non l’aveva mai guardata senza cercare suo padre dietro il suo viso.

«Lui mi disse di andare a prendere un bicchiere d’acqua. Io restai. Si era tolto le scarpe. Capii che dovevo chiamarti, ma pensai che si sarebbe arrabbiato. Avevo più paura di una sgridata che di… di quello».

La parola non venne. Michele premette il palmo sul tavolo.

«Poi allungai la mano. Tardi. Da allora, ogni volta che ripenso al tuo finalmente, io sento che avrei dovuto lasciarlo fare. E quando qualcuno dice incidente, sento che avrei dovuto salvarlo. Dove dovevo stare, mamma? Da quale parte?»

Agata cercò il filo, ma le mani non lo trovarono.

Per 31 anni aveva creduto che suo figlio la giudicasse. Lui aspettava una sentenza su se stesso. E lei, così brava a leggere il rovescio delle cose, non aveva saputo leggere il silenzio del proprio picciriddu.

«Tu dovevi stare a giocare», disse.

La voce le uscì sottile.

«Dovevi avere 12 anni».

Michele abbassò il capo. Agata gli posò la mano sui capelli. Sotto le dita trovò i fili grigi e ne provò uno stupore quasi offensivo: mentre lei custodiva quel bambino ferito, suo figlio era diventato un uomo, e lei non l’aveva visto.

«E tu?» le chiese lui.


"Si toccò il petto, premendo forte, come per aiutare qualcosa a uscire" Edvard Munch, "L’ansia" (Angst), 1894 Museo Munch, Oslo / Wikimedia Commons. Opera nel pubblico dominio


Lei guardò l’ago sul tavolo.

«Io sentii aprire la porta del terrazzo. E rimasi nel letto. Pensai: torna. Pensai anche: se non torna, domani non dovrò vederlo fingere. Non dovrò fingere con lui».

Si coprì la bocca, ma continuò:

«Quel finalmente non era tutto quello che sentivo. Era soltanto la parte più brutta. Mi uscì quella. Le altre sono rimaste qui».

Si toccò il petto, premendo forte, come per aiutare qualcosa a uscire.

Non pianse subito. Dovette imparare a respirare senza trattenere quella parola. Michele le prese la mano e la tenne tra le sue. Per la prima volta lei sentì che non aspettava una spiegazione.

Rimasero fino a sera con la borsa chiusa ai loro piedi.

«Quel giardino vorrei vederlo», disse Agata.

Michele annuì. Poi domandò se fosse rimasto del pane.

Il mattino dopo le vicine la videro accompagnarlo alla corriera. Aveva gli occhi gonfi.

«Ora sì che piange suo marito», disse una.

Agata sentì. Stringeva una mano di Michele. Avrebbe potuto voltarsi, spiegare, avere ragione ancora. Gli lasciò la mano soltanto davanti allo sportello. E rimase lì finché la corriera sparì.

GLOSSARIO

Fimmina: donna

Foddi: pazza

Assittati: siediti

Malafigura: brutta figura

Picciriddu: bambino

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