L'uomo che inseguiva la sua vita     

L'uomo che inseguiva la sua vita     

A Nicosia dicevano che Salvo Fascetto fosse nato in ritardo. Non di qualche minuto: in ritardo sulla propria vita (cr. E. de Jonge "Un uomo tempera la penna" Wikimedia commons)

Salvo faceva solo le cose già decise da altri

Ritornano oggi le storie di Sicilia con un nuovo personaggio uscito dalla penna di Giacomo Scillia.

A Nicosia dicevano che Salvo Fascetto fosse nato in ritardo. Non di qualche minuto: in ritardo sulla propria vita. Quando nacque, il padre aveva già deciso che sarebbe diventato notaio, la madre chi avrebbe sposato e il parroco che sarebbe stato un uomo mite. Salvo non aveva ancora aperto gli occhi e già possedeva un mestiere, una moglie e un carattere. Crescendo capì che ogni volta che trovava il coraggio di scegliere, qualcuno aveva già scelto per lui.


Il padre aveva già deciso che sarebbe diventato notaio (Nello studio del notaio Wikimedia commons)


A diciotto anni entrò nello studio del padre per dirgli che non voleva andare all’università. Aveva provato il discorso tutta la notte. Ma sulla scrivania trovò l’iscrizione già compilata.

«Ho pensato a tutto io», disse il padre.

Salvo poi lo ringraziò. Le parole gli morirono dentro, come mosche chiuse in un bicchiere.



Quando pensò di non sposarsi tutti lo consideravano già fidanzato con Agata Mancuso (Franziska Schenchel Brautzug, cartolina umoristica con nozze fra bambini, 1923, Wikimedia commons)

Quando volle dichiararsi a Concetta Lo Bianco, la trovò promessa a un impiegato di Enna. Quando decise di lasciare il paese, sua madre si ammalò. Quando pensò di non sposarsi, tutti lo consideravano già fidanzato con Agata Mancuso.

«Ma chi l’ha detto?» domandò.

«Lo sanno tutti».

Quel “tutti” non aveva volto, eppure comandava più del sindaco e del parroco.

Agata lo incontrò davanti alla chiesa di San Nicolò e gli disse che suo padre voleva parlargli. Aveva una felicità timida. Salvo avrebbe voluto dirle che non l’amava, ma gli sembrò di schiacciare una cosa fragile.

Così la sposò.

Salvo avrebbe voluto dirle che non l’amava, ma gli sembrò di schiacciare una cosa fragile. Così la sposò (cr. N. Chaveau Wikimedia commons)

Arrivò tardi perfino alle nozze. Il sacerdote parlava già di lui come di un uomo serio e religioso.

Salvo si fermò sulla soglia. Quell’uomo non era lui: rideva di tutto, detestava lo studio notarile e aveva smesso di credere. Eppure la gente si voltò, certa di riconoscerlo.

Capì che, anche fuggendo, quell’altro Salvo sarebbe rimasto all’altare al posto suo.

Allora avanzò lungo la navata e prese posto nella vita che gli avevano preparato.

Gli anni passarono. Salvo diventò segretario di don Rosario Ventimiglia. Ebbe due figli e una casa dalla quale le montagne sembravano bestie stanche.


Ebbe due figli e una casa dalla quale le montagne sembravano bestie stanche (cr. A. Akindinov "Maternità" Wikimedia commons)


Ogni mattina, la stessa strada. Le donne lo salutavano, i commercianti gli chiedevano consiglio e gli anziani gli raccontavano di confini, eredità e nipoti ingrati.

Tutti vedevano in lui un uomo paziente, equilibrato, quasi saggio.

Lui li ascoltava e si domandava chi stessero salutando.

A volte invidiava quell’altro Salvo. Avrebbe voluto chiedergli come facesse a stare tanto comodo nella sua pelle.

Lui, invece, si sentiva abusivo perfino dentro il proprio corpo.


"Don Salvo, mi dispiace assai" (cr. H. Siemiradzky "Dal becchino" Wikimedia commons)


Una sera incontrò mastro Turi Cannavò, il becchino.

«Don Salvo, mi dispiace assai.»

«Per cosa?»

«Per vostra madre».

La donna era morta da un’ora. Avevano già chiamato il medico, avvertito i parenti e stabilito il funerale. Lui, il figlio, era l’ultimo a saperlo.

Corse verso casa. Lungo la salita, ogni condoglianza sembrava portargli via un pezzo di dolore. Trovò la madre composta, con il rosario fra le dita. Le vicine avevano chiuso le finestre e Agata aveva preparato il caffè.

Tutto era stato fatto.

Trovò la madre composta, con il rosario fra le dita (cr. W. Schlobach "La donna morta" Wikimedia commons)

A lui restava la parte del figlio addolorato.

Si sedette e guardò quel viso ormai lontano.

«Mamma, almeno questa volta potevi aspettarmi».

Agata gli appoggiò una mano sulla spalla.

«Se n’è andata serena. Sapeva che eri forte».

Salvo abbassò la testa. Anche sua madre era morta credendo nell’altro.

Da quel giorno ebbe un sospetto: la sua vita correva avanti, prendeva accordi e tornava a cercarlo quando aveva bisogno del suo corpo.

Vieni, Salvo. Adesso devi sorridere.

Vieni, Salvo. Adesso devi piangere.

Vieni, Salvo. Adesso devi dire di sì.

E lui andava.


Lo avevano nominato presidente della commissione per la festa di San Nicola (cr. R. Hoppenheim "La festa di San Nicola" Wikimedia commons)

Una mattina ricevette una lettera dal Comune: lo avevano nominato presidente della commissione per la festa di San Nicola.

«Io non ho accettato», protestò davanti al sindaco.

«Tua moglie ci ha detto che ne saresti stato onorato».

Tornò a casa furibondo.

«Perché hai deciso al posto mio?»

Agata lo guardò stupita.

«Ma se ti conosco da trent’anni».

Quelle parole gli fecero più male di un’offesa.

«Tu conosci quello che ho fatto. Ma conosci le parole che non ho detto e le strade che non ho preso?».

Agata sentì ciò che lui non aveva detto e prima di sera il paese gli aveva già trovato un’amante.

Nessuno conosceva il nome della donna, ma ciascuno aggiungeva un particolare (cr. A. Bromse "Vedova" Wikimedia commons)

Tutti seppero che don Salvo frequentava una vedova di Sperlinga. Nessuno conosceva il nome della donna, ma ciascuno aggiungeva un particolare: una stazione, una casa di campagna, perfino un fazzoletto ricamato.

Salvo negò. Più negava, più sembrava colpevole.

La vedova non esisteva in carne e ossa, ma nella mente degli altri. E poiché erano gli altri a decidere chi fosse lui, quella donna immaginaria divenne vera. Salvo ne fu quasi contento: almeno la sua vita gli aveva regalato un’avventura.

La sera passeggiava sotto le mura del castello e immaginava che la vedova stesse arrivando.

Non arrivava mai.

«È in ritardo», pensava.

Poi sorrideva: «No, stavolta sono io che sono arrivato troppo presto».

Preparo una valigia e lasciò ad Agata un biglietto (cr. M. Fisch "Valigie" Wikimedia commons)

Una notte decise di andarsene. Preparò una valigia e lasciò ad Agata un biglietto: “Non cercarmi. Vado finalmente a raggiungere me stesso”.

Uscì prima dell’alba. Scendendo per i vicoli si sentì leggero: finalmente compiva un gesto che nessuno aveva previsto.

Alla fermata della corriera trovò mastro Turi su una panchina.

«Don Salvo, proprio voi cercavo».

«Che vuoi?».

«Volevo dirvi che in paese si dice che siete partito».


Alla fermata della corriera trovò mastro Turi su una panchina (cr. paulajuy Wikimedia commons)


Salvo lasciò cadere la valigia.

«Ma se sono ancora qua».

Il becchino alzò le spalle.

«Dicono che avete lasciato vostra moglie per andare a vivere con la vedova di Sperlinga».

Il pullman non era arrivato, ma la sua fuga era già successa. La gente l’aveva raccontata e condannata.

Anche quella volta la vita lo aveva preceduto.

«Tornate a casa?», domandò mastro Turi.

Salvo raccolse la valigia e sorrise.

«E perché? L’uomo che abitava in quella casa è già partito».

Salì sulla corriera. Dal finestrino vide Nicosia allontanarsi, con le case strette come persone radunate per parlare di chi non c’era.

Per la prima volta non sapeva dove andasse. Quella mancanza di destino gli diede paura e allegria.

Scese e rimase sul marciapiede con la valigia in mano (cr. K. Malanchev Panorama di Enna Wikimedia commons)

Ad Enna il conducente lo chiamò.

«Don Salvo, vostra moglie ha telefonato. Avete dimenticato le medicine».

Salvo chiuse gli occhi. Perfino lì qualcuno sapeva chi fosse e cosa gli servisse.

Scese e rimase sul marciapiede con la valigia in mano. Non tornò indietro, ma non proseguì nemmeno.

Rimase fermo.

Forse per un’ora. Forse per tutta la vita.

Da allora nessuno seppe che fine avesse fatto. C’era chi lo dava a Palermo e chi a Roma con la vedova. Agata diceva che sarebbe tornato.


C’era chi lo dava a Palermo e chi a Roma con la vedova (cr. Boldini "Coppia al ristorante" Wikimedia commons)


Ognuno gli assegnò una destinazione, un volto e una colpa.

E Salvo continuò a vivere in tutte quelle storie, senza abitarne nessuna.

Forse morì sotto un altro nome. O forse è ancora in qualche stazione, ad aspettare che la propria vita si stanchi finalmente di precederlo.

Ma la vita non aspetta nessuno. Soprattutto chi non ha mai avuto il coraggio di arrivare in tempo a se stesso.

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