L'uomo che ricordava il domani   

L'uomo che ricordava il domani   

Pietro Longhi, L'indovino (ca. 1752). Olio su tela, Gallerie dell'Accademia, Venezia. Immagine tratta da Wikimedia Commons (Pubblico Dominio). Riproduzione libera per finalità culturali senza scopo di lucro ai sensi dell'art. 108 del D.Lgs. 42/2004

La memoria rovesciata di Salvo

Nel paese di Mistretta sospeso tra le pietre dei Nebrodi e un cielo che sembra custodire ogni segreto, un uomo perde lentamente il proprio passato e comincia a ricordare ciò che deve ancora accadere. Ma conoscere il futuro non gli servirà a cambiarlo: lo condannerà soltanto ad aspettarlo. Oggi vi proponiamo una novella che si aggiunge alle tante già scritte da Giacomo Scillia per iosonospartaco.

A Mistretta le case sembrano sostenersi l’una con l’altra per non precipitare lungo il pendio. Le strade sono strette, le porte basse e i balconi tanto vicini che le donne, sporgendosi, possono scambiarsi una notizia senza alzare la voce. Ma la voce la alzano lo stesso, perché in paese una cosa detta piano pare una confidenza, mentre gridata diventa verità.

Salvo Iraci abitava nella parte alta, in una casa di pietra annerita dal tempo. Aveva sessantotto anni, viveva solo e ogni mattina scendeva fino alla piazza per sedersi davanti al bar di don Turi. Ordinava un caffè senza zucchero, guardava la gente passare e salutava tutti chiamandoli per nome.


Mistretta vista dai tetti Foto di Effems / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

Un lunedì di novembre, però, chiamò don Turi con il nome di suo padre, morto da trent’anni.

«Nino, portami il solito.»

Don Turi rimase con la tazzina sospesa.

«Salvo, mio padre era Nino. Io sono Turi.»

Salvo lo guardò come si guarda un estraneo che pretende di essere conosciuto.

«Tuo padre? E quando sarebbe morto?»

«Nel novantasei.»

Salvo abbassò gli occhi. Cercò quel funerale nella memoria, ma non trovò né la bara, né la chiesa, né le donne vestite di nero. Al loro posto vide chiaramente don Turi, tre giorni dopo, mentre rompeva una tazzina e si tagliava il pollice.

«Stai attento giovedì» gli disse. «Ti cadrà una tazzina. Ti farai male alla mano destra.»

Don Turi rise e raccontò tutto agli avventori. Giovedì, mentre asciugava i bicchieri, una tazzina gli sfuggì davvero. Nel raccoglierne i cocci si tagliò il pollice della mano destra.

Da quel giorno Salvo smise di ricordare il passato nell’ordine in cui era avvenuto. Ogni mattina perdeva un pezzo di ieri e acquistava un frammento di domani.

Non ricordava più il volto di sua moglie Agata, morta cinque anni prima, ma sapeva che la domenica successiva una capra sarebbe entrata nella chiesa madre durante la messa. Aveva dimenticato il giorno della nascita di sua figlia Rosalia, emigrata a Torino, ma vedeva il postino inciampare davanti alla fontana e spargere le lettere sulla strada.

"Ogni mattina scendeva fino alla piazza per sedersi davanti al bar di don Turi" Kobe De Peuter, The Conversation. Foto di Kobe De Peuter, rilasciata sotto Licenza Arte Libera (FAL 1.3) via Wikimedia Commons

All’inizio la gente lo prese per un indovino.

Le comari lo aspettavano davanti alla porta.

«Salvo, mio figlio troverà lavoro?»

«Salvo, mia nuora aspetta un maschio o una femmina?»

«Salvo, quella terra sarà venduta?»

Lui chiudeva gli occhi e cercava. Ma la memoria del futuro non obbediva alle domande. Gli offriva immagini inutili: un gatto sopra un tetto, una scarpa abbandonata in un vicolo, una finestra che si sarebbe chiusa per il vento. Nessun numero del lotto, nessuna eredità, nessun matrimonio.

Quando non rispondeva, lo chiamavano avaro. Quando rispondeva e sbagliava, lo chiamavano pazzo. Quando indovinava, abbassavano la voce e si facevano il segno della croce.

Solo il farmacista, il dottor La Greca, cercò una spiegazione ragionevole.

«Sono disturbi della memoria» sentenziò. «La mente confonde i tempi.»

«E qual è il tempo giusto?» gli domandò Salvo.

«Quello che viene prima viene prima. Quello che viene dopo viene dopo.»

«Questo lo decide l’orologio?»

«Lo decide la realtà.»

Salvo sorrise.

«E se la realtà si fosse messa l’orologio al contrario?»


"Scrisse il nome di alcune visite sopra un foglio e glielo consegnò" Visita dal farmacista. Autore: Carl de Calzada, 1866 Licenza per Wikimedia Commons: PD-US-expired PD-Art|PD-old-auto-expired|deathyear


Il farmacista non rispose. Scrisse il nome di alcune visite sopra un foglio e glielo consegnò. Salvo lo piegò con cura, ma il giorno dopo non ricordava più dove lo avesse messo. Ricordava, invece, che una settimana più tardi il dottor La Greca avrebbe perso gli occhiali, pur avendoli sulla fronte.

La voce si sparse nei paesi vicini. Arrivarono persone da Nicosia, Mistretta, Cesarò. Qualcuno anche da Messina. Tutti volevano conoscere il proprio domani, ma nessuno era disposto a credere davvero a ciò che Salvo diceva.

Un commerciante gli domandò se sarebbe diventato ricco.

Salvo lo vide seduto in una casa enorme, tutto solo, mentre contava il denaro e chiamava figli che non rispondevano.

«Avrai molti soldi» disse.

L’uomo rise soddisfatto e non volle ascoltare il resto.

Una giovane promessa sposa gli chiese se il matrimonio sarebbe durato.

Salvo vide lei e il marito, diventati vecchi, seduti ai lati opposti di una stanza, uniti soltanto dalla paura di restare soli.

«Durerà» rispose.

La ragazza lo abbracciò, felice. Anche lei non volle sapere altro.

Salvo comprese allora che gli uomini non desiderano conoscere il futuro. Desiderano soltanto sentirsi promettere il futuro che hanno già scelto.

Intanto il suo passato continuava a scomparire.

Prima dimenticò la morte di Agata. Per alcuni giorni apparecchiò la tavola per due e la chiamò da una stanza all’altra. Poi dimenticò perfino di essere stato sposato. Guardando la fotografia sul comò domandava chi fosse quella donna dagli occhi malinconici.

«È tua moglie» gli spiegava la vicina.

«E perché non vive qui?»

«Perché è morta.»

Salvo restava in silenzio. Ogni volta riceveva la notizia come fosse la prima e ogni volta piangeva un dolore nuovo. Agata moriva nuovamente davanti a lui, giorno dopo giorno.

"Lo trovò seduto vicino alla finestra" Jan van Beers, "Ritratto di uomo seduto vicino a una finestra", opera nel pubblico dominio in tutto il mondo 

Sua figlia Rosalia arrivò da Torino. Lo trovò seduto vicino alla finestra, con il cappotto addosso e una valigia ai piedi.

«Papà, dove devi andare?»

Salvo la osservò a lungo.

«Tu chi sei?»

Rosalia si portò una mano alla bocca.

«Sono tua figlia.»

«Non ho figli.»

Lei pianse, ma Salvo sorrise e le accarezzò il viso.

«Non piangere. Tra poco mi chiamerai papà.»

Rosalia pensò che fosse delirio. Due giorni dopo, però, Salvo cadde nel cortile. Lei corse a sollevarlo e, senza accorgersene, gridò proprio quella parola:

«Papà!»

Salvo, ancora a terra, sorrise.

«Hai visto? Me lo ricordavo.»


"Salvo guardava quelle figure come personaggi appartenenti alla storia di un altro" John Hamilton Mortimer, Portrait of a Man and a Boy Looking at Prints, Yale Center for British Art. Immagine di pubblico dominio (CC0 / PD-Art).


La figlia decise di restare con lui. Ogni sera gli raccontava la sua vita: l’infanzia, la scuola, il matrimonio, i nipoti. Gli mostrava le fotografie, sperando che almeno un’immagine aprisse una porta nella sua mente.

Ma Salvo guardava quelle figure come personaggi appartenenti alla storia di un altro.

«Quest’uomo sarei io?» domandava.

«Sì.»

«Ero felice?»

Rosalia esitava.

«A volte.»

«Allora non ero io. Io ricordo di essere stato sempre triste.»

«Ma hai dimenticato tutto.»

«Forse si dimenticano i fatti, non la tristezza.»

Con il passare dei giorni, Salvo diventò sempre più giovane nei ricordi. Dimenticò di aver lavorato come falegname, di aver posseduto una bottega, di aver costruito tavoli e armadi per mezzo paese. Poi dimenticò la casa, le vie e i nomi delle persone.

In compenso ricordava con precisione avvenimenti sempre più lontani nel futuro.

Vide la piazza vuota sotto una nevicata che nessuno credeva possibile. Vide la vecchia insegna del bar staccarsi dal muro. Vide sua figlia ripartire con la sua valigia, molti mesi dopo, e voltarsi tre volte prima di salire sull’autobus.

Una sera disse a Rosalia:

«Domani verrà un bambino e mi porterà una trottola rossa.»

«Quale bambino?»

«Non lo conosco ancora. Per questo me lo ricordo.»

Il giorno seguente si presentò Antonino, il nipote di don Turi. Aveva in mano una trottola rossa trovata in soffitta. Salvo la fece girare sul pavimento e la seguì con lo stupore di un bambino.

«Questa era mia» disse.

«Non può essere» rispose Antonino. «Era di mio nonno.»

«Allora forse sono stato tuo nonno.»

Il bambino rise. Gli adulti, invece, si guardarono inquieti. Perché un bambino può permettersi di essere molte persone; un vecchio deve restare prigioniero di quella che gli altri ricordano.

Arrivò infine una mattina di febbraio. La neve aveva coperto i tetti e reso Mistretta silenziosa. Salvo aprì gli occhi e non riconobbe la stanza. Non sapeva più il proprio nome, né quanti anni avesse. Rosalia gli si sedette accanto e gli prese la mano.

«Io chi sono?» domandò lui.

«Sei Salvo Iraci. Sei mio padre.»

«Salvo…» ripeté, come se quel nome appartenesse a qualcuno incontrato molti anni prima.

Poi guardò verso la finestra.

«Oggi morirà un uomo.»

Rosalia sussultò.

«Chi?»

«Non lo so. Ma non avrà paura, perché finalmente ricorderà tutta la sua vita.»

Durante il pomeriggio Salvo rimase immobile. Le campane suonarono, il vento mosse le tende e dalla strada arrivò il rumore di una pala che liberava la neve.

"Morì al tramonto" Foto di Jason Mavrommatis su Unsplash / Licenza Unsplash

Poco prima del tramonto, Salvo chiuse gli occhi.

Allora il tempo dentro di lui si rovesciò ancora una volta.

Rivide Agata giovane davanti alla chiesa, Rosalia bambina stretta fra le braccia, la bottega odorosa di legno, suo padre che tornava dalla campagna, sua madre che impastava il pane. Rivide perfino se stesso correre scalzo nei vicoli, sotto il sole di agosto.

Tutto ciò che aveva dimenticato tornò insieme, non come passato ma come promessa.

Sorrise.

«Adesso ricordo» mormorò.

«Che cosa ricordi?» domandò Rosalia, chinandosi su di lui.

Salvo aprì gli occhi un’ultima volta.

«Ricordo quello che deve ancora cominciare.»

Morì al tramonto.

Il giorno dopo, in piazza, gli uomini discussero a lungo. Alcuni dissero che era stato un malato. Altri che possedeva un dono. Qualcuno sostenne che avesse ingannato tutti.

Don Turi ascoltava in silenzio, asciugando le tazzine.

A un tratto una gli scivolò dalle mani e andò in frantumi.

Si chinò per raccoglierla, ma si fermò. Gli parve di udire la voce di Salvo:

«Stai attento, Nino.»

Don Turi guardò il proprio pollice. Non si era ancora tagliato, eppure sentiva già il bruciore della ferita.

Alzò gli occhi verso la casa vuota in cima al paese e comprese che forse nessuno ricorda veramente il passato. Lo ricostruiamo ogni giorno, mettendo insieme ciò che abbiamo vissuto, ciò che avremmo voluto vivere e ciò che temiamo debba ancora accadere.

E forse Salvo Iraci non aveva la memoria all’inverso.

Forse era il tempo degli altri ad avere sempre camminato nella direzione sbagliata.

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