L'uomo ostaggio di una tavola
«In quella cucina, da due mesi, c'era una tavola apparecchiata» (Wikimedia commons)
Preparata per una donna che non arrivò mai
Una nuova storia siciliana uscita dalla mente del narratore Giacomo Scillia.
In un paese sopra Ragusa, dove le case bianche parevano messe ad asciugare al sole come lenzuola di pietra, viveva don Rosario Mineo, uomo né vecchio né giovane, ma già di quella razza che il paese aveva smesso di interrogare.
Abitava in una casa stretta, col balcone basso sulla via e una cucina più grande del necessario. In quella cucina, da due mesi, c’era una tavola apparecchiata.
Non per trascuratezza. Era una tavola ordinata, quasi cerimoniale: tovaglia a quadretti, quattro piatti azzurri, quattro bicchieri, due candelabri, una bottiglia scura mai aperta, posate dritte, mele lucide di stanchezza e un cetriolo messo là per sbaglio, come certi parenti nelle fotografie di famiglia.
"Le donne che puliscono le case degli altri imparano presto che ogni oggetto ha un padrone" (V. Gilbert "Laying the table" Wikimedia commons)
La vide per prima Carmela, detta Minica, la donna che andava a pulire. Entrò, posò il secchio, guardò e non disse niente. Le donne che puliscono le case degli altri imparano presto che ogni oggetto ha un padrone e ogni padrone ha una ferita. Toccano la polvere, non il dolore.
Dopo una settimana, però, la tavola era ancora là. Dopo due, pure. Dopo un mese, Minica non resistette.
«Don Rosario, ma questa tavola… la devo sparecchiare?»
Lui, che stava alla finestra a guardare il campanile, rispose senza voltarsi: «No. È rimasta così. Doveva essere usata, poi non è successo. Ogni tanto le cose restano ferme più di noi».

«Don Rosario, ma questa tavola… la devo sparecchiare?» (P. Bonnard, "La tovaglia a quadri rossi Wikimedia commons)
Minica fece finta di non capire, perché capire certe frasi significa entrare in una stanza da cui poi non si esce puliti. Passò lo straccio attorno alle sedie, spostò appena un bicchiere, lo rimise dov’era. Le parve che quel bicchiere avesse tirato un piccolo respiro.
Naturalmente la cosa non restò chiusa nella casa. Nei paesi del ragusano il vento non porta soltanto polvere e odore di carrubo: porta mezze parole, sospiri, occhiatacce, notizie nate senza padre. La voce arrivò al bar, alla farmacia, al banco del pane.
«Tiene la tavola apparecchiata.»
«Per chi?»
«Per una donna.»
«Quale?»
«Una che doveva venire.»
«E non venne?»
«O venne e se ne andò?»

«La vera storia: non quella di don Rosario, ma quella che il paese aveva bisogno di raccontarsi» (pubblicità General Electric Wikimedia commons)
E qui cominciò la vera storia: non quella di don Rosario, ma quella che il paese aveva bisogno di raccontarsi.
C’era chi diceva che aspettasse la moglie morta, donna seria, che impastava il pane senza far rumore. C’era chi giurava che la tavola fosse per una forestiera con occhi chiari e anima di nebbia. C’era chi, più cattivo, sosteneva che la donna, vedendo la casa troppo piena di passato, fosse scappata prima ancora di sedersi.
Don Rosario non smentiva. Usciva la mattina, comprava pane, giornale, due mele. Salutava tutti con quella cortesia che nei paesi può sembrare superbia. Poi tornava a casa e controllava la tavola.
Il piatto di fronte al suo era il più importante: azzurro, con un bordo di fiori consumati. Don Rosario lo spolverava con un fazzoletto bianco. Non lo lavava mai del tutto: lo accarezzava. Diceva che l’acqua, certe volte, cancella più di quanto pulisce.
Una sera bussò il parroco, don Tindaro, uomo rotondo, buono per mestiere e sospettoso per esperienza.
«Rosario, posso entrare?»
«Se entra lei, padre, entri piano. La tavola dorme.»

«Figlio mio, non ti pare tempo di sparecchiare?» (scuola milanese "Anziano religioso meditativo" Wikimedia commons)
Don Tindaro vide la sedia vuota appena scostata e gli parve una cena interrotta da un angelo maldestro.
«Figlio mio, non ti pare tempo di sparecchiare?»
Don Rosario sorrise amaro.
«Padre, lei confonde la tavola con la speranza. La tavola si può sparecchiare. La speranza no. O meglio: si può, ma poi dove si mette? Nel cassonetto? Nel cassetto delle tovaglie?»
«La speranza deve camminare.»
«Appunto. La mia si è assittata.»
Il prete tacque. Aveva studiato teologia, ma non abbastanza sedie.
Da quel giorno la tavola divenne, per il paese, una specie di persona. Si diceva: “Com’è oggi la tavola di Rosario?” Come si sarebbe detto: “Come sta un malato?” Una vecchia disse che teneva il malocchio. Un’altra, più saggia, disse che teneva il dolore, che è peggio e più umano.

«E allora? Mi lasci così?». Alzò la testa. Non c’era nessuno
Il fatto strano avvenne una domenica di pioggia. A Ragusa le pietre diventano scure, e i paesi, quando piove, sembrano ricordarsi di essere stati poveri. Don Rosario era solo in cucina. A un tratto sentì una voce.
«E allora? Mi lasci così?»
Alzò la testa. Non c’era nessuno.
«Chi parla?».
«Io».
La voce pareva venire dalla sedia vuota. Don Rosario non ebbe paura. Quando un uomo parla da mesi con una tavola, non può scandalizzarsi se la tavola un giorno risponde.
«Tu chi sei?».
«Sono quella che doveva sedersi».
«Maria? Rosa? La morta? La viva? La traditrice? La mancata?».
La sedia scricchiolò.
«Io aspettavo davvero». «No. Tu volevi essere visto mentre aspettavi». (Jon Whitcomb, "Sitting couple" Wikimedia commons)
«Sono tutte. E nessuna. Sono il posto che hai lasciato libero perché qualcuno ti vedesse solo».
Don Rosario sentì un colpo dentro, non al cuore, ma più sotto, dove si ammuttunano le verità che non vogliamo confessare.
«Io aspettavo davvero».
«No. Tu volevi essere visto mentre aspettavi».
La frase gli fece male come un callo stretto. Camminò attorno alla tavola. Ogni piatto gli restituiva un’immagine diversa: marito fedele, amante deluso, uomo buono, povero Cristo lasciato solo. Ma nessuna immagine era lui per intero.
«E allora che devo fare?» domandò.
«Mangiare».
«Con chi?»
«Con te stesso, se hai coraggio».
Don Rosario rise piano. Nei paesi si può sopportare d’essere traditi, derubati, umiliati. Ma mangiare con se stessi è cosa grave: ti costringe a non recitare.

«Aprì la bottiglia, mise il pane nel cestino e tagliò una mela» (cr. J.S. Burner Wikimedia commons)
Quella sera accese le candele, aprì la bottiglia, mise il pane nel cestino e tagliò una mela. Poi prese il piatto vuoto davanti a sé e lo portò al lavello.
Fu allora che entrò Minica, venuta a restituire una chiave. Vide don Rosario davanti all’acqua aperta e capì che stava succedendo qualcosa che non bisognava nominare.
«La sparecchiamo?» chiese piano.
Don Rosario guardò il piatto. Poi la sedia vuota.
«No. Stasera la usiamo».

«Non parlarono quasi. Fu una cena povera e solenne» (cr. E. Manet "Le serveuse de bocks Wikimedia commons)
Minica arrossì come una ragazza, benché ragazza non fosse più da trent’anni.
«Io?».
«Lei, se ha fame. Non per pietà. Per cena».
Si sedettero. Mangiarono pane, formaggio, olive, salame, una mela divisa male. Non parlarono quasi. Fu una cena povera e solenne. La tavola, finalmente, non aspettava più: faceva il suo mestiere.
Il giorno dopo dissero che don Rosario aveva invitato la donna delle pulizie. Qualcuno rise, qualcuno malignò, qualcuno inventò già un matrimonio, un peccato, una vergogna.
Ma don Rosario, passando davanti al bar, non abbassò gli occhi. Aveva in viso una quiete nuova, non felicità, che sarebbe stata troppo rumorosa, ma una disappittusìa dell’anima: come quando un muro lascia entrare un filo d’aria.

Da allora, quando gli chiedevano della tavola, don Rosario rispondeva: «Era rimasta ferma. Io pure. Poi lei ha cominciato a muoversi, e mi ha tirato dietro». (A Eiebakke, "The table" Wikimedia commons)
La sera trovò la tavola sparecchiata. Non vuota: pronta a diventare altro. Piegò la tovaglia, lavò i bicchieri, ripose i piatti. Poi mise al centro soltanto una candela.
Non per aspettare qualcuno. Per ricordarsi che, prima o poi, ogni uomo deve sedersi davanti alla propria vita e domandarle scusa.
Da allora, quando gli chiedevano della tavola, don Rosario rispondeva: «Era rimasta ferma. Io pure. Poi lei ha cominciato a muoversi, e mi ha tirato dietro».
E nessuno capiva se parlasse della tavola, della donna, della vita o di se stesso.
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