Mariano nacque a 47 anni

Mariano nacque a 47 anni

Geza Udvary, "Il postino", 1918 (Wikimedia commons)

Ragusa Ibla, storia del postino prigioniero della madre

Pubblichiamo oggi una nuova storia siciliana frutto della fantasia visionaria del narratore Giacomo Scillia.

A Ragusa Ibla il giorno non entra mai tutto intero. Si posa sui tetti color miele, sulle cupole, sui balconi di ferro, poi scende per le scale strette come un vecchio che abbia paura di disturbare. Le pietre, lì, non stanno ferme: ricordano. Ogni muro conserva una voce, ogni portone un segreto, ogni vicolo una rinuncia lasciata nell’ombra.

In una casa bassa, dietro una persiana sempre socchiusa, viveva Mariano Cancellieri, quarantasette anni, portalettere. Ne dimostrava sessanta quando taceva, ma tornava bambino appena sua madre lo chiamava.

«Marianeddu!».


"A Ragusa Ibla il giorno si posa sui tetti color miele, sulle cupole, sui balconi di ferro"

Bastava quella voce perché la schiena gli si piegasse, gli occhi diventassero obbedienti, le mani cercassero qualcosa da sistemare: una tazza, una sedia, una colpa. La gente diceva che Mariano era buono. Ma la bontà, nei paesi, è spesso il nome educato della paura.

Apriva gli occhi e sentiva tirare l’ombelico. Non era dolore di carne, eppure lo piegava più di una ferita. Era un filo invisibile, teso dal ventre alla cucina, fatto di latte, lacrime e dovere. In cucina donna Concetta preparava il caffè e diceva, anche in luglio: «Copriti, che il mondo entra nelle ossa».

Mariano rispondeva: «Sì, mamma». E già in quel “sì” metà della sua vita si ritirava.



"Mariano Cancellieri, 47 anni, portalettere, ne dimostrava 60 quando taceva"

Saliva e scendeva per Ibla con la borsa della posta, consegnando agli altri ciò che a lui non arrivava mai: notizie, inviti, promesse, richiami. Tutti ricevevano qualcosa da lontano; lui no. Nessuno gli scriveva, perché Mariano non si era mai mandato nel mondo.

Aveva avuto una fidanzata, Rosa, che voleva sposarlo. Ma una sera la madre, seduta al buio, gli disse: «Tuo padre mi lasciò morendo. Tu mi lasci vivendo.»

Rosa gli disse soltanto: «Tua madre non ti vuole accanto, Mariano. Ti vuole dentro».

Lui si offese e la lasciò con due parole: «Non posso».



"Aveva avuto una fidanzata, Rosa, che voleva sposarlo"

Da allora quel “non posso” gli rimase addosso come un secondo nome. Una mattina, salendo verso San Giorgio, si fermò davanti alla vetrina di un bar chiuso. Nel vetro vide un uomo con occhi miti e bocca già pronta a chiedere scusa. Dietro quell’uomo, però, vide un bambino seduto su una seggiola piccola, con le mani sull’ombelico.

«Che vuoi ancora?» mormorò Mariano.

Il bambino non rispose. Lo guardò soltanto. E Mariano comprese, con paura fredda, che non era stato lui a proteggere quel bambino: era stato quel bambino a comandare l’uomo.

A mezzogiorno consegnò una raccomandata a donna Assunta, vedova secca e tagliente.

«Mariano - disse lei - tu cammini tutto il giorno, ma sei nato con i piedi rivolti verso casa».

«Mia madre è sola.»

«Tutti siamo soli. Ma non tutti trasformiamo un figlio in bastone».


"Si fermò davanti alla vetrina di un bar chiuso"


Quelle parole gli entrarono nella carne. Per tutto il pomeriggio sentì l’ombelico bruciare. Non era più filo: era nodo. Un nodo di gratitudine e rancore, pietà e vigliaccheria. Mariano ebbe il coraggio di pensare la cosa più vergognosa: forse gli conveniva avere una madre fragile. Finché lei aveva bisogno, lui poteva non scegliere.

Tornò a casa tardi. Donna Concetta era alla finestra, lo scialle nero sulle spalle.

«Dove sei stato?»

«A capire».

«Capire che cosa?»



"Salendo verso San Giorgio davanti alla vetrina del bar vide un uomo con occhi miti e bocca già pronta a chiedere scusa"

Mariano si mise una mano sull’ombelico.

«Che io non sono mai nato del tutto».

La madre fece una smorfia.

«Parli come i libri brutti».

«No, mamma. Parlo come uno che ha taciuto troppo».



La madre fece una smorfia: "Parli come i libri brutti"

La cucina si fece stretta. Anche le pentole parevano ascoltare.

«Io ti ho cresciuto».

«Sì».

«Ti ho dato tutto».

«Mi hai dato la vita. Ma poi me l’hai chiesta indietro ogni mattina».

Donna Concetta non gridò. Divenne pallida, quasi offesa nella sua santità domestica.

«Dunque sono stata una catena?».



"Mariano sentì il filo tirare con violenza"

Mariano sentì il filo tirare con violenza. La vecchia domanda voleva la vecchia risposta: “No, mamma, perdonami”. Ma quella sera una piccola creatura stanca, dentro di lui, rifiutò di inginocchiarsi.

«Sei stata mia madre. La catena l’ho fatta io, usando il tuo dolore».

La donna abbassò la testa. Per la prima volta non sembrò padrona del figlio, ma prigioniera della stessa paura.

Mariano prese una valigia. Due camicie, il rasoio, una fotografia del padre. Sulla soglia, la madre disse: «E io, a chi resto?».

La frase gli arrivò come un coltello familiare. Ma questa volta Mariano la guardò bene. Non era una domanda d’amore. Era paura vestita da amore.

«A te stessa, mamma. Come devo restare io a me.»




Vincent van Gogh, "Il postino Joseph Roulin", 1889 (Wikimedia commons)

Uscì. Ibla era scura, piena di scalini e fiati nascosti. Dopo pochi passi il dolore all’ombelico si fece insopportabile. Mariano si appoggiò al muro. Gli sembrò che tutta la casa lo tirasse indietro: la tazzina, la minestra, il letto stretto, la voce “Marianeddu”. Ebbe voglia di tornare. Sarebbe bastata una scusa.

Poi, dal fondo del vicolo, sentì una parola che non conosceva e che pure sembrava sua: “scordàlia”. Forse era il rumore della memoria quando smette di comandare; forse solo vento tra le pietre. Mariano la prese come un segno.

«Nasci - disse a se stesso - anche tardi. Ma nasci».

Non ci fu strappo, né sangue, né miracolo. Il filo restò. Però si allentò. Mariano capì che certi cordoni non vanno tagliati con odio, perché dentro c’è anche amore. Vanno sciolti piano, perché smettano di strangolare.

Passò la notte in una locanda. Alle sei e tredici aprì gli occhi. Aspettò il richiamo. Venne, sì, ma diverso: non più ordine, non più colpa. Era soltanto nostalgia. E la nostalgia, se non comanda, può perfino fare compagnia.



"Passò la notte in una locanda, alle 6 e 13 aprì gli occhi" (cr. Alex Sirac Wikimedia commons)

Dopo una settimana affittò una stanza sui tetti. Continuò a portare la posta e a visitare sua madre ogni giorno, ma non restava a dormire. Lei, piano, imparò a chiedergli: «Come stai?».

Non “dove vai”, non “quando torni”. Come stai.

E Mariano, le prime volte, non seppe rispondere. Perché per sapere come si sta bisogna prima appartenersi.

A Ibla continuarono a chiamarlo Marianeddu. Ma lui si voltava solo quando voleva. Certe mattine, salendo verso San Giorgio, si toccava l’ombelico e sorrideva. Il giorno era ancora quello, forse. Ma non gli stava più attaccato addosso.

Aveva capito che nascere non significa uscire dal ventre di una madre. Quello accade a tutti, senza merito. Nascere davvero è il momento in cui si smette di vivere per non far soffrire qualcuno, e si accetta di far soffrire un poco il passato pur di non tradire tutta la vita.

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