Pasquetta, resurrezione degli altri 

Pasquetta, resurrezione degli altri 

Pranzo sull'erba per una giovane famiglia (cr. Reba Spike Wikimedia commons)

Gli uomini si ingannano credendo di condividere la vita

Il lunedì di Pasqua, nel paese di Roccafredda, cominciava sempre con un rumore di sporte. Non di campane, non di preghiere, non di parole solenni. Di sporte. Sporte di plastica che sbattevano contro le gambe, teglie avvolte nei canovacci, bottiglie messe in piedi nei cestini, tovaglie ripiegate male, sedie di ferro trascinate fuori dalle rimesse. Pareva che tutta la gente, dopo essersi guardata negli occhi il giorno prima con quella compostezza da fotografia obbligata, sentisse il bisogno di uscire di casa in fretta, quasi che i muri, dopo la domenica, diventassero più sinceri delle persone.


Borsa della spesa lasciata davanti alla porta di casa (cr. Tkarcher Wikimedia commons)


Il signor Alfredo Meli, che aveva 69 anni e una vedovanza tenuta addosso come una giacca buona che non si ha il coraggio di buttare, quel mattino si affacciò alla finestra e guardò il paese prepararsi alla cosiddetta allegria. I bambini gridavano già dal mattino, non per gioia, ma per sovreccitazione; le donne contavano le cose da portare, come se la felicità dipendesse dal numero delle fette di torta salata; gli uomini si atteggiavano a padroni del fuoco, del vino, della giornata, e intanto avevano tutti quella faccia stanca di chi spera soltanto che il tempo passi senza incidenti, senza litigi, senza verità.

C. Cottet, "Femmes de Plougastel au Pardon de Saint-Anne" (Wikimedia commons)

Alfredo lo sapeva da anni che il vero significato del lunedì di Pasqua non era la festa. La festa era la scusa. Il vero significato stava nel bisogno di fuggire dal giorno prima. La domenica di Pasqua, infatti, costringeva ancora gli uomini a una certa rappresentazione: i parenti vestiti bene, le tavole apparecchiate con rispetto, i morti ricordati con voce bassa, i rancori tenuti sotto il tovagliolo. Ma il lunedì no. Il lunedì permetteva il disordine. E il disordine, pensava Alfredo, è la forma più tollerata della tristezza.

Valigia da pic nic (cr. Gunilla Wikimedia commons)

Sua moglie Ada, quand’era viva, detestava Pasquetta. Non lo diceva apertamente, perché era una donna educata e aveva imparato che molte cose nella vita non si contestano: si sopportano. Però lui la vedeva. La vedeva la sera prima, quando riponeva gli avanzi nei contenitori e già capiva che il giorno dopo sarebbero stati portati in campagna non per bontà, ma per non sentirne l’odore in cucina. La vedeva mentre infilava nel cestino le posate spaiate, come si infilano in una borsa le prove di una fatica matrimoniale. La vedeva guardare dalla finestra le altre famiglie che partivano, e in quello sguardo non c’era invidia, no. C’era un’intelligenza stanca. Ada aveva capito prima di lui che Pasquetta è il giorno in cui la gente porta all’aperto ciò che in casa non riesce più a chiamare vita.


Foto colorata di un pic nic nel 1918 in Ungheria (cr. Fortepan Wikimedia commons)


Dopo la sua morte, Alfredo non era più andato da nessuna parte. Per tre anni aveva lasciato che gli altri salissero in macchina, si disponessero nei prati, arrostissero carne e convenienze, bevessero vino per rendersi reciprocamente sopportabili. Lui restava in casa, a sentire il silenzio. Eppure quel silenzio, a differenza della festa, non lo insultava. Gli diceva soltanto la verità.

P. Bruegel il vecchio "La mietitura" con pranzo di contadini, 1565 (Wikimedia commons)

Quell’anno, però, fece una cosa strana. Si vestì lentamente, prese una vecchia coperta marrone, mezzo pane, due uova sode e una bottiglia d’acqua. Nessuna teglia, nessun dolce, nessuna compagnia. Uscì di casa e si incamminò verso la collina bassa fuori dal paese, quella dove da ragazzo si andava a fumare di nascosto e da adulti si andava a fingersi semplici.


Anche un'aiuola può ospitare un pic nic (cr. C. Kwangmo Wikimedia commons)


Là trovò ciò che si aspettava: famiglie stese sull’erba come comparse di una commedia già vista, radio troppo alte, ragazzini che ridevano senza allegria, cognati che si parlavano come se ogni frase dovesse evitare una guerra antica, donne che distribuivano piatti con la pazienza di chi serve più il rito che l’affetto. Nessuno sembrava davvero felice. Tutti, però, facevano il possibile per sembrarlo insieme. E questa, gli parve, era la vera invenzione di Pasquetta: trasformare il disagio individuale in rumore collettivo.


Pic nic in stile britannico nel retro di un'auto (cr. dave 7 Wikimedia commons)


Si sedette un po’ più in là, sotto un mandorlo magro, e guardò. Non mangiava. Guardava soltanto. A un tratto vide una scena minima, quasi ridicola: un uomo di quarant’anni, forse meno, con una maglia sportiva troppo giovane per il suo corpo, che si allontanò dal gruppo fingendo di dover telefonare. Si fermò dietro una macchina, si accese una sigaretta e, credendosi solo, abbassò la testa in un modo così improvviso e vero che Alfredo capì. Non stava telefonando a nessuno. Stava prendendo fiato da una vita che gli sedeva accanto sull’erba. Dopo un poco arrivò anche una donna, probabilmente sua moglie. Non gli disse niente. Gli prese solo il telefono di mano, guardò lo schermo spento, glielo restituì e tornò indietro. In quel gesto c’era tutto: il matrimonio, la stanchezza, l’abitudine, la vergogna di conoscersi troppo e di non sapersi più salvare.


Giochi di bambini su un prato in Norvegia (cr. Hanne Kvint Wikimedia commons)


Alfredo allora sorrise amaramente. Ecco cos’era il lunedì di Pasqua. Non la rinascita. Ma la prova generale del ritorno. Il giorno in cui gli uomini, spaventati dalla casa, dalla settimana, dalle bollette, dai rapporti consumati, dalle sedie vuote, escono all’aperto per ingannarsi che la vita sia ancora una cosa condivisibile. Portano il cibo avanzato come si portano avanti i sentimenti avanzati: per non buttarli, per non confessare che hanno perso sapore, per dare ancora una funzione a ciò che non nutre più davvero.


Foto colorata di una scampagnata di gruppo a inizio 900 (cr. Powerhouse museum Australia Wikimedia commons)


Aprì un uovo sodo e lo guardò nella mano. Gli sembrò perfetto e inutile, come certe giornate festive. Poi pensò che forse tutto il dramma degli uomini stava lì: non nel dolore, che almeno è sincero, ma nello sforzo ostinato di coprirlo con abitudini collettive. Le feste servono a questo, si disse. Non a celebrare. A contenere. A impedire che ciascuno senta troppo distintamente il rumore della propria solitudine.


Pic nic di orsetti allestito nel parco (cr. Virginia State parks Wikimedia commons)


Verso il pomeriggio il cielo si velò appena. Le famiglie cominciarono a sparecchiare con la stessa fretta con cui erano arrivate. Restavano sull’erba briciole, bicchieri di plastica, tovaglioli mossi dal vento e quell’aria stanca che lasciano i circhi dopo lo smontaggio. Alfredo si alzò piano, piegò la coperta e guardò la collina svuotarsi. Ebbe un pensiero netto, quasi crudele: gli uomini chiamano compagnia il loro modo di non sprofondare.


Foto colorata di un pranzo sulla spiaggia del lago, 1971, Ungheria (cr. Fortepan Wikimedia commons)


Tornò verso casa mentre il paese rientrava. Le macchine si infilavano nei cortili, i bambini dormivano piegati sui sedili, le donne pensavano già a lavare, gli uomini tacevano. E in quel tacere, Alfredo sentì il vero nome del lunedì di Pasqua. Non Pasquetta. Non scampagnata. Non giorno di festa. Ma il giorno dopo la resurrezione degli altri. Perché il giorno prima tutti avevano recitato di credere ancora in qualcosa: nella famiglia, nell’amore, nella tavola, nella continuità, perfino nella bontà. Il lunedì, invece, rimaneva l’uomo. Solo lui. Con la sua stanchezza ben vestita, con i suoi affetti avanzati, con il bisogno quasi infantile di stare tra la gente per non sentirsi franare dentro.

Pranzo all'aperto di una giovane coppia di vietnamiti (cr. Duc Minh Tran Wikimedia commons)

Arrivato davanti alla porta di casa, Alfredo si fermò. Nessuno l’aspettava. E tuttavia, per la prima volta dopo anni, non sentì quella casa come una condanna. La sentì vera. Aprì, entrò, posò il pane, le uova, la bottiglia quasi intatta. Poi guardò la stanza in silenzio e disse a mezza voce, come parlando ad Ada o forse finalmente a se stesso: «La verità è che non usciamo per festeggiare. Usciamo per non restare soli davanti a quello che siamo».

E siccome nessuno lo sentì, quella frase gli parve finalmente degna di essere creduta.

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