Quelli che eravamo senza saperlo 

Quelli che eravamo senza saperlo 

I santi venerati a Capizzi, Messina (cr. Davide Mauro Wikimedia commons)

Storia di amici in un paese dei Nebrodi negli anni Settanta

Pubblichiamo oggi un racconto commissionato da iosonospartaco.it a Giacomo Scillia sul tema "Il Ferragosto degli anni in cui eravamo felici". Buona lettura.

Negli anni Settanta, a Capizzi, la montagna non era soltanto il luogo in cui vivevamo. Era una specie di giudice. Ci guardava dall’alto, severa e silenziosa, come se sapesse già che tutte le nostre promesse sarebbero finite prima o poi nelle sue nebbie. Noi, però, non ci pensavamo. Avevamo vent’anni, qualcuno meno, qualcuno poco più, e a quell’età persino la povertà ci sembrava provvisoria.


"La montagna ci guardava dall’alto, severa e silenziosa, come se sapesse già che tutte le nostre promesse sarebbero finite prima o poi nelle sue nebbie" (cr. tato grasso Wikimedia commons)


Ci incontravamo davanti al bar della piazza, dove il biliardo aveva il panno consumato e la radio gracchiava canzoni di rivoluzioni e amori impossibili. Due sedie, una gazzosa divisa in quattro e qualche sigaretta bastavano a farci padroni della sera. Discutevamo di politica, di donne e soprattutto di partenze, come se il paese fosse una stanza stretta e noi avessimo già trovato la porta.

"Ci incontravamo davanti al bar della piazza, dove il biliardo aveva il panno consumato" (cr. Tim Reckmann Wikimedia commons)

Il più singolare della compagnia era Salvatore, che tutti chiamavamo Turi il Filosofo. Studiava filosofia a Messina e tornava in paese con una borsa piena di libri, due camicie stropicciate e lo sguardo di chi aveva incontrato la verità ma non sapeva ancora come raccontarla. Leggeva Pirandello, Gramsci e Nietzsche; poi, quando un pastore gli chiedeva una mano per caricare un sacco, lasciava i filosofi sul muretto e si metteva a lavorare senza dire una parola.


"Tu non vuoi diventare avvocato», diceva a Nino, «vuoi soltanto che tuo padre smetta di chiamarti inutile" (cr. Alerove Wikimedia commons)


Turi aveva un difetto che allora ci sembrava una virtù: smascherava tutti. «Tu non vuoi diventare avvocato», diceva a Nino, «vuoi soltanto che tuo padre smetta di chiamarti inutile».

A me, invece, una sera disse: «Tu racconti storie perché hai paura che la tua vita, da sola, non basti».

Ridemmo tutti. Risi anch’io, più forte degli altri. Ma quella frase mi rimase dentro come una scheggia. Certe parole, quando sono vere, fanno ridere proprio perché non sappiamo ancora piangere.

"Michele era rivoluzionario finché non passava il maresciallo" (cr. W. Moroder Wikimedia commons)


Eravamo in cinque: io, Turi, Nino, Michele e Rosario. Ognuno portava una maschera senza saperlo. Nino faceva il duro, ma una vecchia canzone lo commuoveva. Michele era rivoluzionario finché non passava il maresciallo. Rosario giurava che non avrebbe lasciato la Sicilia e fu il primo a partire. Io prendevo appunti fingendo che fossero pensieri politici; in realtà cercavo di trattenere i nostri giorni.


"Da lassù il paese appariva piccolo, quasi innocente" (cr. Mabe57 Wikimedia commons)


D’estate andavamo lungo una trazzera fino a un abbeveratoio abbandonato, con pane, pecorino, pomodori e vino sottratto ai nostri padri. Da lassù il paese appariva piccolo, quasi innocente. Non si vedevano invidie, debiti e porte chiuse, ma soltanto i tetti, il campanile e il fumo della sera. La distanza rendeva tutto più bello, come accade con i ricordi.

Fu proprio lì che Turi ci pose una domanda: «Se fra trent’anni ci incontrassimo di nuovo, chi di noi sarebbe ancora quello di oggi?».


"Rispose che sarebbe rimasto socialista" (cr. Jakub Zabinski Wikimedia commons)


Michele rispose che sarebbe rimasto socialista. Nino giurò che avrebbe difeso i deboli. Rosario disse che sarebbe morto in Sicilia. Io dichiarai che avrei scritto un libro su di noi.

Turi non promise niente. Guardò il paese e disse: «Fra trent’anni ognuno racconterà una versione diversa di questa sera. E tutti diranno la verità».

Allora non capii. Credevo che la verità fosse una sola, come la montagna o la strada per Messina. Non sapevo che ogni uomo si costruisce un passato capace di assolverlo: il vigliacco si dirà prudente, l’opportunista cambiato, chi abbandonò gli amici si crederà abbandonato. Persino l’amore, quando finisce, cambia nome.


“Rivoluzione”, “classe operaia” e “libertà” correvano tra noi come monete nuove (cr. EFE foto colorata Wikimedia commons)


Gli echi del Sessantotto arrivavano in ritardo. “Rivoluzione”, “classe operaia” e “libertà” correvano tra noi come monete nuove. Ci riunivamo in una stanza fredda sopra la bottega di un falegname e parlavamo agli anziani, che ci ascoltavano con ironica pazienza. Loro conoscevano guerra, fame ed emigrazione; noi spiegavamo la sofferenza con parole imparate sui libri.

Non eravamo falsi, soltanto giovani: volevamo cambiare il mondo perché ignoravamo quanto fosse difficile cambiare noi stessi.


"Turi prese la corriera e partì per Milano" (cr. Nicolago Wikimedia commons) 


Una notte d’inverno Turi prese la corriera e partì per Milano. Mi lasciò la sua copia del Fu Mattia Pascal, con una frase scritta a matita: «A Giacomo, che un giorno capirà che si può fuggire da un paese, ma non dallo sguardo con cui quel paese ci ha conosciuti».

Per qualche anno arrivarono lettere. Turi lavorava in fabbrica e studiava la sera. Poi le lettere si fecero rare. Si disse che avesse fatto carriera, che si fosse sposato o che fosse tornato di nascosto in Sicilia. Ognuno inventava il Turi di cui aveva bisogno.


"Rosario visse quarant’anni a Torino" (cr. SurfAst Wikimedia commons)


Anche noi ci disperdemmo. Rosario visse quarant’anni a Torino. Michele entrò in politica e imparò l’arte di dire sì facendo credere di aver detto no. Nino diventò un bravo professionista, ma smise di parlare dei deboli. Io continuai a scrivere, forse per la ragione che Turi aveva intuito: temevo che una sola vita non mi bastasse.

Molti anni dopo tornai all’abbeveratoio. La trazzera era quasi scomparsa. Il paese, visto dall’alto, sembrava ancora quello di allora. Sentii le nostre voci: le risate di Rosario, le dichiarazioni di Michele, le sfide di Nino e il silenzio di Turi.


"Noi cinque eravamo stati cumpari. Di questo sono certo. Ma ciascuno aveva conosciuto negli altri un uomo diverso" (cr. D. Mauro Wikimedia commons)  


Mi domandai quale ragazzo fossi stato davvero: il socialista appassionato, l’ambizioso, l’amico leale o quello che osservava gli altri per non taliari se stesso?

Forse ero stato tutti loro. Forse nessuno. Compresi che la giovinezza non è l’età in cui sappiamo chi siamo, ma quella in cui crediamo di saperlo. Solo dopo, quando tutto è lontano, ci voltiamo e inventiamo un ordine, una spiegazione, perfino un destino.

Noi cinque eravamo stati cumpari. Di questo sono certo. Ma ciascuno aveva conosciuto negli altri un uomo diverso. Il mio Turi non era quello di Nino; il Michele che ricordo io non coincide con quello che Michele raccontava di sé. Eravamo una compagnia e cinque solitudini sedute allo stesso tavolo.


"Attraversammo gli anni più belli pensando che la vita vera dovesse ancora cominciare" (cr. Ltdccba Wikimedia commons)


Il sole calava dietro i Nebrodi e il vento portava odore di legna bruciata. Prima di tornare in paese posai una mano sul vecchio muretto. Non cercavo più i ragazzi che eravamo. Salutavo quelli che avevamo creduto di essere. Diventammo uomini senza accorgercene e attraversammo gli anni più belli pensando che la vita vera dovesse ancora cominciare. Eravamo noi. Ma non sapevamo ancora chi fossero quegli uomini che, un giorno, avrebbero parlato al nostro posto.

Piccolo vocabolario siciliano

Turi: forma siciliana e familiare del nome Salvatore

Trazzera: antica strada di campagna, spesso sterrata, percorsa da uomini e animali

Taliari: guardare, osservare con attenzione

Cumpari: compari; in senso familiare, amici fidati e compagni

Riproduzione riservata