Rosalia parlava con i suoi silenzi 

Rosalia parlava con i suoi silenzi 

August Hagborg, "Sepoltura in un villaggio de la Manche" (Wikimedia commons)

Le parole di un prete fecero cambiare vita alla vedova

Continua oggi la galleria di bizzarri personaggi siciliani partoriti dalla mente di Giacomo Scillia. Oggi siamo a Petralia Soprana, non lontano da Palermo, dove viveva una donna che parlava pochissimo. Ma un giorno...

A Petralia Soprana viveva donna Rosalia Mancuso, vedova da quattro anni, ma vedova soprattutto di una voce che non aveva mai avuto il coraggio di consegnare al mondo. Da ragazza rideva forte, rispondeva pronta, aveva negli occhi un lampo quasi impertinente. Poi la vita la ngiustò piano: il padre severo, il marito don Turi, le vicine, i parenti, tutta quella folla minuta che nei paesi siciliani ti guarda vivere e ti cuce addosso un carattere, una fama, una nnomìa lenta da cui non ti liberi più.

Rosalia imparò che parlare costa. Una frase sincera resta appesa a un balcone per anni. Un dolore confessato diventa racconto. Un desiderio, vergogna. Così si trattenne. Prima nelle discussioni, poi nei dispiaceri, infine in tutto. Continuò a servire il caffè, a dire “come volete voi”, a sorridere al momento giusto. Ma dentro le cresceva un arriminìo fitto di risposte mai date, di obiezioni rimaste in gola, di verità senza uscita.


A Petralia Soprana viveva donna Rosalia Mancuso, vedova da quattro anni (cr. L. Carracci "Ritratto di vedova" Wikimedia commons)


La sua casa era ordinata con una precisione quasi penitenziale. Sedie dritte, piatti lucidi, centrini senza una piega. Pareva la casa di una donna in pace. Invece era la casa di una donna ammuttunata, che non potendo mettere ordine alla propria vita, lo imponeva ai cassetti. Ogni oggetto aveva un posto. Solo lei no.

Aveva una figlia, Mariella, sposata a Modena. Telefonava la domenica: “Mamma, esci un poco. Vai a trovare qualcuno”. Rosalia rispondeva di sì. Poi, appena posava il ricevitore, cominciava il discorso vero.

Telefonava la domenica: “Mamma, esci un poco. Vai a trovare qualcuno”. (cr. Roberto Ferrari Wikimedia commons)


“E a chi devo andare? A farmi domandare come sto da persone che godono se sto male? A sentirmi dire che devo reagire?”. Le frasi giuste le venivano sempre dopo. Sempre dentro. Sempre quando non servivano più. Era questo il suo destino: capire tardi e rispondere nell’aria.

In paese la dicevano altera. Qualcuna sosteneva che si credesse superiore; qualche altra, che fosse diventata strana. Nessuno capiva che tutta quella compostezza era paura. Rosalia temeva ciò che sarebbe uscito se un giorno si fosse disappittusata l’anima tutta insieme.


Don Sebastiano le domandò: "Ma lei con chi parla durante il giorno?". (cr. Ludwig Passini "Interno di chiesa con confessionale Wikimedia commons) 


Una sera di novembre, tornando dalla messa, incontrò in piazza il nuovo parroco, don Sebastiano, uomo giovane e attento. Le domandò con semplicità: “Signora Rosalia, ma lei con chi parla durante il giorno?”

Rosalia sorrise appena. “Con nessuno, padre. Io sto zitta”.

Lui la guardò piano. “No. Lei trattiene”.

Quella parola le rimase addosso come uno sciàuru d’abbentu, ma amaro. Trattiene. Le sembrò che il prete, con una sola sillaba, le avesse aperto la càscia d’anima dove da anni teneva chiuse repliche, processi, difese.


La mattina dopo trovò in un cassetto un vecchio quaderno del fidanzamento. Lo aprì (cr. F.C. Frieseke "Alla finestra della cucina")


Quella notte non dormì. Sentiva un nfusìo nella testa: il marito che le correggeva la voce davanti agli ospiti, la cognata che rideva dei suoi vestiti, la madre che ripeteva: “Una donna deve sapersi tenere”. E lei s’era tenuta talmente tanto che a furia di contenersi aveva finito per sparire.

La mattina dopo trovò in un cassetto un vecchio quaderno del fidanzamento. Lo aprì. In mezzo a pagine quasi vuote lesse una frase scritta da lei da ragazza: “Se non dirò mai quello che penso, un giorno non saprò più neppure chi lo pensa”.

Restò seduta a lungo. Fu in quel momento che comprese la sua disgrazia: non aveva sofferto soltanto per il carattere degli altri; era diventata fedele al proprio silenzio. Non lo portava più come difesa. Lo serviva. Da quel giorno non cambiò vita: cambiò tempo. Cominciò a dire subito ciò che pensava, ma in piccole dosi.


Da quel giorno non cambiò vita: cambiò tempo. Cominciò a dire subito ciò che pensava, ma in piccole dosi (cr. C.D. Friedrich "Donna alla finestra" Wikimedia commons)

La prima volta accadde dal fornaio. La panettiera le disse, col solito tono di curiosità e compassione: “Sempre sola, signora Rosalia?”

E lei, senza prepararselo dentro, rispose: “Meglio sola che in compagnia di certi discorsi”.

La donna rimase muta. Rosalia uscì col pane stretto al petto e sentì un tremore leggero, quasi gioioso. Non aveva detto una cattiveria. Aveva soltanto smesso di offrirsi.

La seconda volta fu con la cognata Nunziatina, venuta a controllare se il lutto fosse ancora in ordine. Vedendo una foto del fratello spostata, insinuò: “Turi meritava più devozione”.

Rosalia la guardò dritta. “Da vivo ne ha avuta abbastanza. Da morto non gli devo il teatro”.


Rosalia la guardò dritta. “Da vivo ne ha avuta abbastanza. Da morto non gli devo il teatro”. (cr. Bouguereau "Il giorno della morte" Wikimedia commons)


Nunziatina impallidì e se ne andò. In paese la notizia corse in fretta. Dissero che Rosalia s’era fatta nervosa, che la solitudine le dava alla testa. Lei ascoltò tutto senza difendersi. Per la prima volta non sentì la lagnùsa del non detto. Anzi, avvertì una strana leggerezza. Capì che non era il giudizio degli altri ad averla tenuta prigioniera, ma l’abitudine a piegarsi prima ancora che arrivasse.

Una sera si mise davanti allo specchio del corridoio. Non vide una donna rinata. Vide una signora di sessant’anni, ancora stanca, ancora sola, ma meno spartenza da se stessa.

“Allura - si disse piano - non era la parola che mi mancava. Era il momento”. Le venne da ridere. Una risata piccola, quasi vergognosa, ma pulita.

Da allora restò una donna di poche parole. Non divenne socievole, non cercò compagnie, non fece confessioni. Semplicemente smise di lasciar marcire tutto dentro. E per una creatura cresciuta tra il dovere e la paura, fu una rivoluzione intera.


Rosalia guardò il balcone aperto, il sole sulle ringhiere, il paese fermo e giudicante sotto di lei (cr. Zandomeneghi "Donna al balcone")


La domenica seguente Mariella telefonò ancora. “Mamma, devi vivere un poco”.

Rosalia guardò il balcone aperto, il sole sulle ringhiere, il paese fermo e giudicante sotto di lei. Poi rispose, calma: “Figlia mia, io comincio da una cosa più piccola. Comincio a non sparire”.

Dall’altro capo ci fu silenzio. Un silenzio vero. Rosalia capì allora che per tutta la vita aveva creduto nobile il tacere. Ma il silenzio, quando non protegge, consuma. E lei, finalmente, aveva smesso di consumarsi in segreto.

A Petralia Soprana nessuno parlò di miracolo. Le donne continuarono a osservarla dai balconi, gli uomini a salutarla con prudenza, il paese a fare il suo mestiere antico di tribunale. Ma Rosalia non si sentì più sotto processo. Aveva imparato la sola giustizia che le mancasse: darsi ascolto in tempo. Era tempo.

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