Charlie Chaplin, dall'esilio alla vendetta

Charlie Chaplin, dall'esilio alla vendetta

Ritratto fotografico di Chaplin nel 1921 (cr. Strauss-Peyton Wikimedia commons)

Cacciato dal maccartismo, tornò per l’Oscar alla carriera

In un precedente articolo, “Monsieur Verdoux, commedia nera di Chaplin”, abbiamo visto che i mezzi di comunicazione americani etichettarono quel film (che inveiva contro la violenza istituzionalizzata) come antisociale e presero di mira il suo autore definendolo “comunista e antipatriottico”. Si era proprio nel 1947, anno di nascita negli Stati Uniti d’America della paura rossa che diede il via a un periodo di vera e propria caccia alle streghe passato alla storia come “maccartismo”. Il termine viene dal nome del senatore Joseph McCarthy il quale si fece sin da subito notare in Parlamento e in pubblico per le posizioni estreme e le uscite a ruota libera e fu poi a capo di varie commissioni governative.

Un poster del film "Monsieur Verdoux"

Si assistette a migliaia di epurazioni dagli incarichi pubblici (e ad alcuni casi di suicidio). Centinaia di artisti, soprattutto del cinema che in quegli anni vedeva l’apice del suo successo economico e quindi della sua influenza culturale, furono interrogati in un clima intimidatorio come comuni delinquenti. Bertolt Brecht, dopo essere fuggito dalla Germania nel 1933, il 31 ottobre 1947 lasciò gli Stati Uniti poche ore dopo una inquietante audizione (reperibile in video e in audio sulla rete) di fronte alla Commissione per le Attività Antiamericane.


Particolare del monumento a Brecht a Berlino (cr. dusdin Wikimedia commons)


Proprio nei giorni in cui Monsieur Verdoux usciva nelle sale la Commissione definì Chaplin “deteriore per il tessuto morale americano” e ne ipotizzò l’allontanamento. Il regista ricevette una citazione a comparire a Washington. Sfacciatamente ne approfittò per organizzare il lancio del film nella capitale, invitando addirittura tutti i componenti: la citazione non ebbe seguito. In un’intervista affermò “L’America è contro di me solo perché non la penso come vogliono loro”. Quando ricevette a casa una visita dell’FBI, alla domanda: “Lei si sente comunista?” rispose: “Ho un’attività che vale 30 milioni di dollari, secondo lei sono comunista?”.


Poster del film Luci della ribalta 


Nel 1952 girò il suo ultimo film negli Stati Uniti, “Luci della ribalta”, storia struggente di un vecchio comico ubriacone e di una ballerina ambientata nella Londra della sua adolescenza, piena zeppa di teatri, di music hall e di artisti eccezionali perennemente in cerca di scritture che potevano fare la differenza fra la fama e la fame. La prima assoluta del film fu organizzata proprio a Londra e il 18 settembre tutta la famiglia Chaplin si imbarcò per l’Europa. Poche ore dopo il Ministero della Giustizia revocò il permesso di rientro all’artista, motivandolo con la “conduzione di indagini sulla sua posizione politica e sulla sua condotta morale”.


Chaplin e Claire Bloom in Luci della ribalta (cr. United artists Wikimedia commons)


Il nuovo film ebbe un grandissimo successo ma non negli Stati Uniti dove fu tolto da quasi tutte le sale. Non potendo rientrare, Chaplin iniziò a girare l’Europa presenziando alle prime del film, ma quella che poteva essere una vacanza si stava trasformando in un esilio. La moglie Oona O’Neill (figlia del grande commediografo Eugene) riuscì a tornare negli Stati Uniti per sistemare gli affari del marito e trasferire tutto il denaro possibile, dopodiché Chaplin scelse di vivere in Svizzera acquistando una villa sul lago di Ginevra. Agli amici che gli chiedevano se gli mancava la vita americana rispondeva: “No, l’America è cambiata, c’è un’atmosfera insalubre nella quale le menti libere vengono perseguitate, un gigantismo mediatico e istituzionale. Io sono un’altra cosa, ho un senso semplice della vita. Non tornerei nemmeno se Gesù Cristo fosse presidente”.

Un fotogramma da Un re a New York 

La sua vendetta personale è “Un re a New York”, film girato a Londra nel 1957. Un re di un piccolo stato (Chaplin) fugge da una rivoluzione verso gli Stati Uniti, la patria della libertà. Rivela ai giornalisti di aver avuto esperienze teatrali e viene coinvolto a sua insaputa in insulsi spot televisivi. Conosce un ragazzo (interpretato dal figlio Michael) i cui genitori sono indagati dalla Commissione per le loro simpatie comuniste. Si vedono i componenti truccarsi ridicolmente prima del collegamento televisivo. L’amicizia con il ragazzo mette nei guai anche il re che viene chiamato a testimoniare trascinando inavvertitamente con sé un idrante che improvvisamente si mette a gettare acqua forzata contro tutta la Commissione e i suoi collaboratori. E’ la tecnica della “dignity destruction” (distruzione della dignità) utilizzata infinite volte nei cortometraggi dell’epoca del muto. Il re abbandona finalmente gli Stati Uniti per la Francia invitando anche la famiglia del ragazzo a raggiungerlo. Un film amaro, autobiografico, feroce, mai proiettato negli Stati Uniti fino al 1977.



Chaplin con Sophia Loren alla presentazione de La contessa di Hong Kong


Nel 1967 Chaplin realizzò il suo ultimo film, “La contessa di Hong Kong”, commedia sofisticata con Sofia Loren e Marlon Brando. Il regista prima di ogni scena insisteva nel mostrare agli attori come dovevano interpretarla (facendo imbestialire Brando): questa invadente metodica ci ha consegnato alcuni momenti meravigliosi in cui la Loren si muove con movimenti rapidi e clowneschi come quelli degli antichi cortometraggi. E’ l’ultimissima impronta (a fuoco) lasciata dal personaggio del Vagabondo nella Storia del Cinema.

Chaplin riceve l'Oscar alla carriera da Jack Lemmon (Wikimedia commons)

Nel 1972 il regista fu invitato a Los Angeles per ricevere il Premio Oscar alla carriera “per l’incalcolabile efficacia avuta nel fare del cinema l’arte del ventesimo secolo”, e si convinse a rimettere piede in America dopo vent’anni. Quando salì sul palco tutta la sala si alzò in piedi per tributargli un applauso che durò dodici minuti.

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