Le donne leggono di pių ma scrivono di meno
Particolare da Ritratto di donna sconosciuta di Adelaide Labille-Guiard (Wikimedia commons)
Perché in letteratura le autrici pubblicate sono ancora poche
Il 3 marzo scorso l'esperienza del sito iosonospartaco.it è stata l'oggetto di un pomeriggio di studi della Libera università Crostolo nell'aula magna dell'università di Reggio Emilia del quale abbiamo riferito nell'articolo Per una volta parliamo di noi. L'incontro ha aperto un dibattito sulla presenza delle donne in campo letterario. Milena Guidetti, presente all'incontro, ha scritto le considerazioni che oggi pubblichiamo.
Anche nel mondo della letteratura la disparità di genere si fa sentire pesantemente, in maniera ancora più incomprensibile rispetto ad altri ambiti considerando che le donne sono la maggioranza nel popolo dei lettori. Eppure quando si vanno a scorrere gli autori nei cataloghi delle case editrici salta subito all’occhio come le donne siano molte meno rispetto agli uomini.
Il pubblico partecipante all'incontro della Luc (cr. Enrico Rossi per Rossi fotografi)
Di questa realtà si è parlato anche in occasione del pomeriggio dedicato al sito culturale che state leggendo – iosonospartaco.it – nell’aula magna dell’università di Reggio Emilia, quando, sollecitato dalla platea, il direttore Andrea Mastrangelo ha rivelato che nella settantina di autori le donne rappresentavano meno del 20%. Interessante è stato scoprire come in realtà moltissime donne, percentualmente in maggioranza in sala e fra i lettori, abbiano declinato l’invito a scrivere pur avendo indubbie competenze in diversi ambiti culturali.
Studentesse dell'università di Uttara, Bangla Desh (cr. adegante Wikimedia commons)
A quel punto, quasi senza pensarci, ho girato una domanda alle mie vicine di sedia: Perché tu non scrivi? Tu lo faresti? Ne è nato un brusio sommesso, compatto.
“No”.
“Non sono in grado”.
“Non so scrivere”.
“Bisogna avere una certa abilità”.
“Non sono all’altezza”.

Due sorelle allo scrittoio (Wikimedia commons)
Mi ha colpita una cosa più di tutte: nessuna, in risposta alla mia domanda, ha chiesto “che cosa serve per scrivere?” come se fosse scontato che per pubblicare occorrano doti appartenenti solo a una ristretta elite. E questo nonostante i criteri di accesso fossero stati appena spiegati: non serve una laurea in letteratura, non è richiesta una formazione giornalistica. Occorre invece avere qualcosa da dire e il desiderio di dirlo bene. Eppure il tono delle risposte non cambiava. Anzi.

L'autrice Tori Amos firma le copie del suo comic book (cr. K. Awesome Wikimedia commons)
Allora la domanda si sposta, inevitabilmente: che cosa impedisce alle donne di provare questa esperienza di scrittura? Non certo la mancanza di argomenti o di competenze. Non certo l’assenza di interessi, di letture, di punti di vista. E neppure, da sola, la questione del tempo, pur centrale nelle nostre vite spesso piene di responsabilità di cura. C’è dell’altro.

La scrittrice Gwendolyne Finaz de Villaine firma dediche (cr. Bibalou 78 Wikimedia commons)
Anche nell’editoria contemporanea si osserva un paradosso simile: le donne sono la maggioranza di chi legge e di chi lavora nel settore ma la rappresentanza tra gli autori è storicamente sbilanciata a favore degli uomini, anche se il divario si va lentamente riducendo.
Non è un dato neutro neppure quello che emerge da ricerche sul tipo di lettura: le lettrici leggono indistintamente autori uomini e donne mentre i lettori uomini tendono più spesso a privilegiare autori del proprio sesso.

Laboratorio di poesia (cr. CCPE Rosario Wikimedia commons)
Questa fotografia non parla di talento, parla di abitudini culturali, aspettative, sguardi, di chi si sente autorizzato a prendere la parola e di chi, invece, sente di doverla ancora meritare.
Le ricerche in psicologia sociale e dell’educazione mostrano come, fin dall’infanzia, i messaggi che riceviamo siano differenti. Ai bambini viene più spesso incoraggiato il tentativo, il salto: “Buttati, prova e vedi come va”. Alle bambine viene insegnata la prudenza, l’attenzione, l’evitare l’errore: “Stai attenta”, “Comportati bene”.

La scrittrice israeliana Lee Young (cr. Shahaf Margalit Wikimedia commons)
Anche il peso del rimprovero non è lo stesso. L’errore maschile è più facilmente letto come parte dell’esperienza; quello femminile come una mancanza, una conferma di inadeguatezza. Tutto questo ha conseguenze profonde: molte donne evitano di scrivere non perché non ne sarebbero capaci, ma perché avvertono che esporsi significa rischiare un giudizio più severo.
Numerosi studi mostrano poi una costante: a parità di capacità, le donne tendono a sottostimare le proprie competenze, mentre gli uomini le sovrastimano. E non è un problema di bravura ma una questione di percezione.

F. Williems "La risposta importante" (Wikimedia commons)
Non è un caso che, in ambito universitario, le donne siano mediamente più in corso, con voti più alti e carriere più lineari. Ma proprio questa ricerca dell’eccellenza diventa, paradossalmente, un ostacolo: se non posso essere all’altezza massima, meglio non farlo.
La scrittrice Arwen Elys Dayton corregge uno scritto (cr. Bibalou 78 Wikimedia commons)
Qui entra in gioco quella che viene definita Impostor Syndrome: la sensazione persistente di non meritare il proprio spazio, di essere “smascherabili” da un momento all’altro, anche in presenza di competenze solide e riconosciute. Scrivere significa prendere parola. E prendere parola, per molte donne, significa dover dimostrare ancora una volta di valere abbastanza.
Queste considerazioni non vogliono essere un manifesto di psicologia sociale ma la testimonianza di una donna che vuole vivere il proprio tempo senza rinunciare a fare, provare, sbagliare e continuare a imparare.

La svedese Selma Lagerlof, prima donna Nobel per la letteratura (cr. C. Larsson Wikimedia commons)
Sì, forse ho letto e riscritto l’articolo qualche volta più del necessario, con quella tensione incarnata a fare bene, a non deludere, a essere all’altezza. Ma sono sempre più convinta che quella tensione non può e non deve trasformarsi in rinuncia.
Forse il cambiamento passa anche da qui: dal non dare per scontato che l’asticella sia più alta di noi, dall’accettare che la competenza si costruisce facendola, dall’autorizzarsi a occupare uno spazio prima di sentirsi perfette.
Scrivere, come molte altre cose, non è un privilegio per pochi: è una possibilità. E provare, per le donne, oggi, è già un gesto profondamente politico. Politico non perché ideologico ma perché rompe una consuetudine silenziosa: quella che ci vuole sempre un passo indietro, un po’ più preparate, un po’ meno visibili. Prendere parola, anche imperfettamente, significa cambiare quella norma.
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