Tre capolavori da recuperare
Lando Buzzanca nello sceneggiato "I Vicerè" di Roberto Faenza, 2007 (da Instagram)
Romanzi ingiustamente persi nelle nostre librerie
E' nel destino di tutti gli scrittori, anche quelli più celebrati e presenti nelle antologie scolastiche, avere dei “figli minori”. Romanzi, titoli che, pur di valore, hanno finito per essere dimenticati, messi in secondo piano all’ombra di qualche capolavoro che li sopravanza. Provo qui, sulla base della mia esperienza di insegnante e di lettrice, a proporre tre titoli, opere che in questa estate meriterebbero di essere riprese dalla biblioteca personale. Si tratta chiaramente di una scelta personale, nella quale ha avuto un ruolo il mio essere siciliana. Ma non c’è solo la Sicilia: ognuno di noi ha sicuramente un libro al quale è legato e che è stato dimenticato. Questo è un tentativo di ridare vita a libri che meritano di uscire dal cassetto.

Lo scrittore napoletano Federico De Roberto (Wikimedia commons)
Federico De Roberto nei manuali di letteratura è fugacemente nominato e, di solito, accomunato a Verga e Capuana, che conobbe e frequentò a Milano. La sua opera più importante (fu notevole saggista) è senz'altro il romanzo “I Vicerè”: un grandioso affresco storico, sociale e fors'anche sociologico di una nobile famiglia siciliana, gli Uzeda. La famiglia, varia nei personaggi e composita negli intenti, è attraversata da tipiche aporie siciliane: la Principessa Teresa, dotata di tanto acume negli affari, sa a malapena leggere e scrivere; Don Blasco, suo cognato, costretto alla vita religiosa per volere familiare, conta numerosa prole e carattere proclive all'ira; il nipote Consalvo che si dà alla politica non per vocazione ma per meri interessi personali. Insieme al “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa fornisce un’ottima chiave di accesso per capire - in parte - i siciliani.

Particolare dalla copertina di "I quaderni di Serafino Gubbio"
Se ci si riferisce a Pirandello romanziere, il pensiero corre a “Il fu Mattia Pascal” o ad “Uno, nessuno e centomila”, mentre poco si dice di un'opera erroneamente definita minore: “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”. E' un romanzo cinematografico, che si apre con una frase folgorante: “C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo”. Ambientato – anche - nel mondo del cinema, gode di una struttura particolare, dove diverse storie e motivi s'intrecciano: vi è un'attrice russa, Varia Nestoroff, una tigre, l'onnipresente tema della gelosia (inevitabile il collegamento con la biografia dell'autore), la crisi della famiglia borghese.

Pirandello con Titina, Eduardo e Peppino De Filippo nel 1933 (Wikimedia commons)
Di particolare bellezza è la descrizione della casa dei nonni di uno dei protagonisti, Giorgio Mirelli: “Dolce casa di campagna, Casa dei nonni, piena del sapore ineffabile dei più antichi ricordi familiari, ove tutti i mobili di vecchio stile, animati da questi ricordi, non erano più cose, ma quasi intime parti di coloro che v’abitavano, perché in essi toccavano e sentivano la realtà cara, tranquilla, sicura della loro esistenza. Covava davvero in quelle stanze un alito particolare, che a me pare di sentire ancora, mentre scrivo: alito d’antica vita, che aveva dato un odore a tutte le cose che vi erano custodite”.
Mario Tobino, autore di "Biondo era e bello" (Wikimedia commons)
Lo scrittore viareggino Mario Tobino è sconosciuto ai più, nonostante libri di intensa bellezza, quali “Il perduto amore” o “Le libere donne di Magliano”. All'interno della sua opera, ancora più di nicchia appare un piccolo gioiello: “Biondo era e bello”, una scorrevole e non pedante biografia di Dante, che si legge con estrema piacevolezza, anche se l'ultimo contatto col padre della lingua italiana è avvenuto al liceo.
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