Ulisse, Elena, Medea: miti che cambiano    

Ulisse, Elena, Medea: miti che cambiano    

Kirk Douglas č Ulisse nel film di Mario Camerini del 1954 (Wikimedia commons)

Continua riscrittura di personaggi narrati da poeti e cantori

Il mito greco aveva la possibilità di trasformarsi continuamente perché la religione greca non era una religione rivelata da un libro sacro come la Bibbia, i Vangeli o il Corano, né legata a una chiesa fondata su dogmi e prescrizioni; la conseguenza di ciò era pertanto il fatto che potevano coesistere diverse versioni della nascita, della vita e delle imprese di un dio, di un semidio o di un eroe, cioè un uomo a cui spesso era dedicato un culto. Gli autori di queste storie e delle loro varianti non sono ovviamente noti; gli aedi e i poeti di età storica che le canteranno attingono a una tradizione così antica che essi stessi spesso ne ignorano l’origine e a volte ne propongono a loro volta altre versioni.

August Theodor Kaselowsky, "Pelope e Ippodamia" (Wikimedia commons)

Così fa Pindaro che - citando il mito di Pelope, un eroe antichissimo, forse pre-ellenico, legato a una saga risalente addirittura al XIV secolo a.C. – riporta un contromito rispetto a quello tradizionale, che gli appare indegno e inaccettabile. Un eroe come Odisseo/Ulisse, per citarne uno ritornato recentemente in auge grazie a un film di incredibile successo, ha mille volti e mille storie che lo circondano: d’altra parte lo stesso autore dell’Odissea così lo definisce, cioè “multiforme”, versatile.


Maurizio Bettini al Festival Filosofia (fotogramma da youtube)


La capacità di trasformarsi sta nel suo stesso carattere ed è la sua caratteristica più specifica e molto umana, visto che l’uomo ha solo la sua abilità e intelligenza per sopravvivere in un mondo spesso spietato. Questo aspetto è anche proprio del mito, che presenta molte versioni di una leggenda, conseguenza di una sorta di stratificazione che corrisponde anche alle varie fasi della storia greca. Un esempio significativo è il mito di Elena, come ha illustrato molto bene lo studioso Maurizio Bettini in un saggio del 2002: sulla base della interpretazione del culto di Elena adorata in molti santuari non solo spartani, si è dedotto che la sua figura risalirebbe a un’antichissima dea della vegetazione pre-greca a cui poi si sarebbero aggiunte altre caratteristiche, fra esse anche molto discordanti, positive e negative.


Jacques-Louis David, "L'amore di Elena e Paride" (Wikimedia commons)


La complessità di Elena, la compresenza in lei di aspetti contrastanti è nota ad Omero, poiché in tutti i punti dei due poemi in cui appare è sempre se stessa, ma non è mai la stessa. Elena e il mito in generale rappresentano la realtà nel suo aspetto cangiante, multiforme, scorrevole, perché la vita non è ferma, si muove e le verità sono tante. Un’altra vicenda particolarmente illuminante è quella che ha come protagonista Medea, citata per la prima volta da Esiodo, che, nella Teogonia - un poema sull’origine degli dei, che attinge a un sostrato mitologico antichissimo – la inserisce nel catalogo delle dee unitesi a un mortale (Giasone).

La preparazione del costume di Maria Callas nel film Medea di Pasolini, 1969 (Wikimedia commons)

Si individuano poi nelle testimonianze post-esiodee tre ambientazioni diverse degli spostamenti della figura di Medea: Corinto, dove sarebbe stata destinataria di un culto come sposa di Zeus e regina della città, la Colchide (attuale Georgia) dove viene presentata come sorella di Circe, entrambe maghe benevole e soccorritrici, e infine Iolco, come sposa di Giasone.

Silvana Mangano è Circe nel film "Ulisse" di Camerini, 1964 (Wikimedia commons)

Sembra che la Circe omerica sia infatti rimodellata su Medea, perché lo stesso autore afferma nell’Odissea che la vicenda della nave Argo era “nota a tutti” (e probabilmente - essendo un nòstos, cioè un ritorno a casa - gli servì come modello). La tradizione dunque presenta una figura positiva di dea, regina, maga, soccorritrice, guaritrice: la Medea sanguinaria e infanticida è una creazione del tragediografo Euripide ed è motivata da precise ragioni drammaturgiche e politiche. La tragedia infatti sarà in età classica lo spazio in cui maggiormente le varianti e anche le riletture del mito troveranno la loro massima espressione, perché essendo il teatro prima di tutto un rito inserito all’interno di cerimonie religiose il mito ne costituiva il punto di partenza imprescindibile.


Giuseppe Diotti, "Creonte" (Wikimedia commons)


Gli autori si concedevano forzature rispetto alla vulgata o praticavano cambiamenti nella trama, a volte impercettibili, ma sufficienti per delineare aspetti nuovi di un personaggio o funzionali al contenuto propagandistico dell’opera. In una scena della Medea - molto discussa per la sua apparente incongruenza - compare all’improvviso il re di Atene Egeo che offre alla donna ospitalità dopo che sarà fuggita da Corinto e dal suo re Creonte che l’ha bandita e offesa: l’episodio viene inventato da Euripide per ragioni ideologiche, in quanto contrappone Atene – ospitale verso tutti – a Corinto: la Medea viene rappresentata nel 431, l’anno dello scoppio della guerra del Peloponneso, successivamente al raduno della Lega peloponnesiaca in cui proprio Corinto aveva chiesto a Sparta di muovere guerra ad Atene e alla sua Lega.

Renaud Verley e Bekim Fehmiu, Telemaco e Ulisse nell'Odissea della Rai, 1968 (Wikimedia commons)

Il mito, anche in età moderna, svincolato dal contesto culturale e religioso che lo aveva creato, ha continuato a ispirare e a trasformarsi in forme nuove. Così, nella recente trasposizione dell’Odissea del regista statunitense Nolan, abbiamo assistito all’ennesima rilettura del mito di Odisseo, con forzature forse un po’ troppo esplicite, non tutte convincenti e sufficientemente motivate, un po’ eccessivamente appiattite sul nostro presente di guerra e non dotate della raffinata arte della riscrittura di un Sofocle o di un Euripide, ma pur sempre ammesse, perché – come dice Telemaco alla madre – il cantore deve dilettare il suo pubblico come la mente lo ispira.

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