Animali macchine da carne

 Animali macchine da carne

Piccoli maiali ristretti in una gabbia (dalla pagina Fb Salviamo gli animali)

I rischi degli allevamenti intensivi

Oggi un nuovo articolo del dottor Tiziano Ferretti dedicato alla salute alimentare e ai rischi degli allevamenti intensivi. In precedenza sono stati pubblicati Alimenti, meglio guardare le etichette e La fabbrica della carne.

La carne che acquistiamo nei supermercati o consumiamo nelle mense o al ristorante, almeno nel 70% dei casi proviene da allevamenti intensivi. È più anonima in quanto l’origine non è facilmente tracciabile e, soprattutto, è il risultato di un processo industriale che ha trasformato gli animali in macchine da carne. Spesso vivono in condizioni insopportabili in allevamenti che inquinano il pianeta e danneggiano la salute dell’uomo.  Un meccanismo psichico comune di rimozione avvolge le nostre coscienze, anestetizzandole.


Allevamento bovino in una fattoria svizzera (cr.  Wikimedia commons)


Nel mondo, a fronte di oltre 8 miliardi di esseri umani, vivono e sono allevati circa 25 miliardi di suini e bovini da carne. Considerando i brevi cicli di vita loro imposti dall’industria (6 mesi per i suini, da poche settimane a 6 mesi per i vitelli maschi, 1-2 anni per i bovini più adulti, a fronte di una aspettativa media di vita di 20 anni), in un anno solare vivono e muoiono sul pianeta circa 70 miliardi di questi animali, numero destinato a salire, nel 2050, a questi ritmi di crescita, a 120 miliardi.

Un piccolo cane addestrato tiene a bada un branco di mucche (cr. A. Teng Wikimedia commons) 

Per almeno 8.000 anni, l’allevamento ha fatto parte di una economia circolare: l’animale lavorava nei campi, si nutriva di ciò che offriva l’ambiente e il suo letame fungeva da concime naturale per le coltivazioni di cereali e legumi. Viveva più a lungo prima di servire come fonte di carne (solo quando la caccia non era più sufficiente a fornirne), alimentandosi con erba, vegetali e frutti a crescita spontanea.

Lo spandimento di liquami (cr. Roland Zh Wikimedia commons)

L’allevamento intensivo ha trasformato l’economia circolare in lineare perché comporta: animali chiusi in capannoni, a volte all’interno di gabbie molto strette, come le scrofe madri; deiezioni (feci e urine) che non sono più una risorsa, ma uno scarto inquinante da smaltire: in enormi “lagune” a cielo aperto, come negli Stati Uniti, oppure da utilizzare come fertilizzante agricolo. Ma quando le deiezioni eccedono le capacità di assorbimento dei terreni, possono contaminare i corsi d’acqua e, a volte, le falde idriche. Le autorità sanitarie tengono sotto monitoraggio le sostanze chimiche più pericolose, come i nitrati (cancerogeni); necessità di mangimi che richiedono enormi quantità di terreni per essere coltivati, ben oltre il perimetro degli allevamenti. Infatti, un terzo delle terre arabili, nel mondo, è oggi destinato alla produzione di mangimi, in particolare soia e mais.


Semi di soia (cr. United soybean board Wikimedia commons) 


La Cina possiede circa 700 milioni di maiali, uno ogni due abitanti, ma non ha abbastanza mangimi per nutrirli, per cui deve importare soia dal Sud America (Brasile e Argentina), alimentando sterminate monocolture - una è nota come “Repubblica Unita della Soia” – le quali hanno comportato la deforestazione del Cerrado brasiliano, una grande savana unica al mondo, e intaccato ampie aree della foresta amazzonica, che è il principale regolatore climatico del pianeta insieme agli oceani.

Il Parco nacional do Jaù in Amazzonia (cr. A. Warcavchick Wikimedia commons)

Questi mangimi vengono poi trasportati verso grandi container portuali e poi trasferiti alle enormi navi cargo che attraversano il Pacifico, verso la Cina, o l’Atlantico verso l’Europa, con effetti negativi parzialmente imprevedibili. Ad esempio, in Italia hanno trasferito involontariamente, con le acque di zavorra, l’indesiderato granchio blu che, dal porto di Ravenna si è diffuso nel delta del Po, provocando stragi negli allevamenti di vongole.

Il granchio blu (cr. R. Clark Wikimedia commons) 

Non dimentichiamo, inoltre, le forti emissioni di CO2 ad effetto serra che vanno ad aggiungersi alle emissioni di metano e ammoniaca e agli scarichi di nitrati e batteri prodotti dagli allevamenti intensivi.

Nel solo bacino padano, un’area tra le più inquinate d’Europa, si contano attualmente circa 6 milioni di suini e 3,5 milioni di bovini.

In Italia

I prezzi delle carni provenienti da allevamenti intensivi, che troviamo nei supermercati, non tengono conto dei costi esterni quali l’inquinamento delle falde acquifere, la deforestazione, il riscaldamento e la trasformazione globale dei territori, senza contare la progressiva scomparsa dei piccoli produttori e dei negozi a filiera tracciabile o a chilometro zero.

Il mercato della carne a Palermo (cr. pgMOS810 Wikimedia commons)

La carne da allevamento biologico e rigenerativo, con pascolo a rotazione programmata, eliminazione di pesticidi e fertilizzanti e tecniche di rigenerazione della fertilità del suolo, tende ad avere un profilo di grassi più equilibrato (rapporto tra acidi grassi omega-3, omega-6 e grassi saturi) e una migliore densità di nutrienti essenziali, come ferro, zinco e antiossidanti.

Suini della Marca allevati al pascolo (cr. Impronta verde Wikimedia commons)

Sono differenti anche le caratteristiche organolettiche della carne: i suini allevati all’aperto o su paglia hanno carni più saporite rispetto a quelli allevati al chiuso in stabulazione fissa su grigliato e in spazi ristretti e con scarsa o nessuna possibilità di movimento.

Purtroppo, ad oggi, il primo tipo di carni è più costoso ma un comportamento più consapevole dei consumatori, ad esempio attraverso una riduzione del consumo di carni da allevamento intensivo, comporterebbe un ampliamento del biologico e un ridimensionamento dell’industria alimentare e dei prezzi di vendita a banco. Se i costi sociali, sanitari e ambientali fossero inclusi nel prezzo finale la carne costerebbe di più e, forse, se ne consumerebbe meno grazie a scelte più consapevoli e salutari, non solo per l’uomo, ma anche per il pianeta e gli animali.


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